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martedì 10 maggio 2016

Tess



Un corteo di uomini bianchi, capelli biondo-rossicci, cortissimi o rasati, cravatte nere infilate nell'abbottonatura di camicie bianche, pantaloni neri, avanza verso destra.

Davanti a loro una donna nera, testa rasata, giubbotto nero e maglione rosa, in piedi, pugno alzato.
Silenzio, gli occhi si fissano, nessuno indietreggia.

Esistono immagini potenti, perfette, questa, scattata dal fotografo David Lagerlöf *, lo è. 
Forse non c’era bisogno di ridisegnarla. Solo che mi è entrata nella testa e dovevo appropriarmene in qualche modo.

Continuano ad avanzare, la donna fa qualche passo indietro, sempre col pugno alzato. Forse in quel momento si sta chiedendo : che diavolo ci faccio qui? Finirà male… Uno degli uomini bianchi dalla seconda fila la spintona, lei barcolla ma resta col pugno alzato, finchè un poliziotto la allontana.

La foto ha fatto il giro del mondo, lei è diventata un’eroina per caso (e speriamo che uno degli uomini-in-bianco-e-nero non la vada a cercare dopo tutta questa pubblicità…) e qualcuno (**) ha obbiettato che se fosse stato un corteo della sinistra antagonista sarebbe stato considerato diverso.

Ma qua non si tratta di politica, signori, qua si tratta di bene e male, senza troppe sfumature.

Si tratta del fatto che c’è un gruppo che attraversa tutti gli stati dell’Europa del Nord chiamato Movimento di resistenza nordica che elogia Hitler e spiega che l’ascesa al potere potrebbe richiedere spargimento di sangue (e un po’ di sangue è già stato sparso), che il buon senso dovrebbe dichiarare fuori legge (perché mi pare che un Hitler in Europa ci sia già stato e i suoi danni siano stati visibili a tutti) e invece in Svezia è un partito, e può manifestare liberamente.

Si tratta del fatto che quando vedi il male che avanza forse ti viene d’istinto di fermarlo. 
E allora fai come Gandhalf, alzi il tuo bastone e gridi “tu non puoi passare!”


Hanno scritto che la donna era sola contro trecento nazi. 
Ma lei non era sola, dietro di lei c’era lo spirito di tutti i neri, i gialli, i diversi, i gay, gli ebrei, le donne, i disabili, gli zingari, le minoranze etniche, politiche e di pensiero… di tutti quelli che hanno sofferto a causa di uomini-in-bianco-e-nero come questi.

* (TT News Agency)
** (Il Primato nazionale)
Potete trovare la foto e alcune notizie qui
Il video è qui
Qualche notizia sul Movimento di resistenza nordica su Wikipedia


martedì 16 febbraio 2016

Di Bianconigli, Pesci Volanti e Tempo che fugge


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“Oh dear, oh dear, I shall be too late…”


Sono alla British Library, ad una mostra per i 150 anni di Alice, venuta ad incontrare il Bianconiglio e chiudere alcuni conti in sospeso con lui.

Non so quando è cominciato tutto questo, so che ad un certo punto ho iniziato a vederlo ogni volta che mi guardavo allo specchio, con l’orologio in mano e lo sguardo ansioso. Quello sguardo è diventato il mio.

La sindrome del Bianconiglio (pare esista davvero!) mi fa percepire sempre in ritardo, fin dal risveglio, il tempo, semplicemente, mi manca
Le ho provate tutte per incastrare gli impegni: leggere le mail sul gabinetto, sbrigare le faccende di casa mentre avvio le stampe, alzarmi alle 5.30, ma non basta. 
Esco pochissimo, vado sempre di fretta, non mi concedo riposo. E ancora non basta.

Metti che consideri il tempo come un contenitore rigido, e che tutto quello che dovresti infilarci non ci va, allora procedi per eliminazione. 

Metti che sei cresciuto a pane e "PRIMA il dovere e POI il piacere", è facile intuire cosa sacrificherai: non ti dedicherai a cose che ti fanno semplicemente stare bene, perché ti sentirai in colpa, perché avresti altri cento doveri da compiere; il tempo del piacere è tempo sprecato, tempo perso…

Metti che decidi di andare a vivere in una megalopoli con ritmi difficili da sostenere per chiunque, ovviamente le cose si aggravano; il tanto agognato incremento lavorativo ti porta via altro tempo, ti spreme anche i secondi, e tu non sai più dove sei, davanti allo specchio solo uno sguardo preoccupato ed un enorme orologio. Il Bianconiglio diventa l’immagine con cui ti descrivi, la tua metafora personale, e questo non ti sembra grave, perché in fondo è un personaggio così buffo, eppure lo è…

Su, adesso non vi deprimete per me, (e per voi, se vi sentite così) se ne può uscire, credo. 
Basta essere abbastanza stufi della situazione e un po’ disponibili a cogliere i segnali che ti passano davanti. Io avevo bisogno di essere con le spalle al muro per cambiare, Londra mi serviva.


Settimane fa mi ero concessa una serata con amici (non uso il termine a caso, mi ero “data il permesso” di fare qualcosa che mi desse gioia, ma solo perché avevo appena consegnato un libro). C’era il festival Lumiere London, una serie di installazioni sparse per il centro della città, che con la luce creavano immagini potenti e poetiche, e lì mi ritrovo faccia a faccia con una piccola “illuminazione” personale: 
Les Luminéoles, due creature leggere e luminose, due specie di pesci volanti,  fluttuavano tra i palazzi ancorate da cavi invisibili. 
A terra una specie di fiore di loto. 
Resto alcuni minuti col naso all’insù e la bocca spalancata.

Un’amica mi chiede: -Vuoi reggere il cavo? - Cavo? Cosa? Sì!!!-. Faccio la fila incurante di essere l’unica adulta a voler fare quel gioco, per pochi secondi mi ritrovo a tenere un filo che mi collega alla creatura luminosa e sento una specie di forza potentissima che mi spinge verso l’alto. Se mi lasciassi andare potrei volare, penso, e l’emozione prende il sopravvento.

Se mi lasciassi andare, se solo mollassi un po’, se non mi inchiodassi a terra da sola, potrei volare…

Ma come fare? Da dove cominciare? Poco prima, durante una chiacchierata, il mio compagno mi aveva detto: -Hai notato quante volte nella giornata dici: non ho tempo? Lo dici continuamente, dovresti smetterla…-  No, non avevo notato…

Io sono convinta che le parole siano importanti, che abbiano un peso, una sostanza (senza entrare nei meandri della PNL). Se non lo fossi, non avrei abbracciato una religione che ha come pratica principale la recitazione di un Mantra. Parole. Importanti.
Sono convinta che quello che ci viene ripetuto continuamente, per anni, ci influenzi (“prima il dovere…”) e che le parole che usiamo spesso, creino solchi profondi in noi, nei quali ci ritroviamo a girare. 
Dalla descrizione di una realtà oggettiva alla “creazione” di una realtà interiore. Parole, immagini, metafore.*

Forse potevo iniziare da qui. Quella sera e i giorni seguenti non ho fatto altro che parlarne con amici e parenti e ho maturato alcune decisioni:
Se “non ho tempo” è diventato un piccolo mantra negli anni, ho deciso di sostituirlo con “ho tutto il tempo che mi serve”, a costo di sembrare scema.
Se per anni mi sono vista come il Bianconiglio, adesso voglio scegliere una creatura più leggera, e soprattutto meno ansiosa, un pesce volante non mi dispiacerebbe.

I primi risultati sono già arrivati.

Oggi per esempio ho scelto di passare mezza giornata da sola al museo, a farmi travolgere dalla bellezza dell’arte, pranzare con calma,  prendere appunti per il blog e fare minuscoli schizzi per questo piccolo ritratto.

Per dirti quanto ti ho amato, my dear, e che avrò piacere di vederti ogni tanto, ma è tempo di volare.


* Un libro che mi ha dato molti spunti di riflessione: Tutta un'altra vita, di Lucia Giovannini

mercoledì 11 novembre 2015

“…Ma sono mille Papaveri Rossi” - Remembrance Day

La mia idea della guerra me la sono formata con Fabrizio De Andrè
Non è che sia cresciuta in una famiglia di anarchici o figli dei fiori, i miei genitori nel ’68 più che a manifestare per pace e amore, erano occupati a farmi nascere e a tenere insieme una famiglia, ma insomma, respiravo quell’aria lì. 
Più che i libri, i racconti di mio padre sui bombardamenti, la scuola, io avevo La guerra di Piero*, una canzone, a spiegarmi l’assoluta stupida, inutile crudeltà della guerra: 
“…dei morti in battaglia ti porti la voce, 
chi diede la vita ebbe in cambio una croce”
Da quando sono in grado di elaborare opinioni sulle cose ho pochi punti fermi ed uno di questi è il rifiuto della violenza, dell’uso delle persone come fossero pedine, e per estensione, l’antipatia verso eserciti, gerarchie, ordini, posti di comando. 
E’ un fatto viscerale, non mediato dalla ragione, posso dire che ce l’ho nel sangue.

Uno dei (pochi) dubbi che avevo nel pensare di emigrare qui in UK era l’attitudine secolare di questo popolo alla guerra, la Gran Bretagna è uno dei paesi occidentali che tende a “mostrare i muscoli” quando c’è da risolvere questioni internazionali, e io ho sempre visto questo fatto con preoccupazione. Non c’è molto da fare, è la loro storia, è l’eco dell’Impero dissolto da poco, posso dire che ce l’abbiano nel sangue.

Poco dopo il mio arrivo, nell’Ottobre 2012, cominciai a notare per strada, alcuni individui che indossavano una spilla a forma di fiore rosso, pensai allo stemma di un club, ma più i giorni passavano, più notavo persone con decorazioni o spille con questo strano fiore rosso. 
Cercavo di individuare dai loro volti una qualche appartenenza, ma erano giovani, anziani, uomini e donne, di vari ceti sociali. 
Quando cominciai a vedere in televisione giornalisti, attori e presentatori con la spilla mi allarmai. Cos’è, una specie di setta segreta? Stiamo per subire un’invasione aliena e verranno uccisi solo quelli non “segnati” dalla spilla? Qualcuno mi disse: “ma tra poco è il Poppy day!”, e io non sapevo che il papavero (poppy) era il simbolo dei soldati caduti in guerra, la canzone che mi aveva formato mi tornava in mente…

Durante la prima guerra mondiale John McCrae scrisse la poesia In Flanders Fields (Nei campi di Fiandra) dove si parla di papaveri che sbocciano tra file di croci, ecco perché da allora il Papavero divenne simbolo del Remembrance day, il giorno dei caduti in guerra, che cade l’undicesimo giorno, dell’undicesimo mese di ogni anno. Alle 11 del mattino si osservano due minuti di silenzio perché a quell’ora ci fu l’armistizio nel 1918.

E’ che gli inglesi (guerrafondai, imperialisti), hanno la capacità di usare i segni, di coltivare la memoria, di celebrare e sentirsi uniti nei simboli che mi lascia sempre senza fiato. C'è della poesia in queste manifestazioni composte, che mi affascina.
L’anno scorso, durante le celebrazioni per l’anniversario della Prima Guerra Mondiale, la Torre di Londra fu letteralmente invasa da un’istallazione di 88.246 papaveri rossi di ceramica (il numero dei soldati morti), uno spettacolo visivamente eccezionale (potete trovare alcune immagini qui).

E così io resto acerrima nemica della guerra, e trovo che non ci sia molto da celebrare, ma i morti, i morti di tutte le guerre, quelli che continuano a morire per eseguire degli ordini, o perché semplici vittime, quelli li voglio ricordare, e pregare in silenzio per loro, oggi, alle 11.


"Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, che ti fan veglia dall’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi"

* "La guerra di Piero", Fabrizio de Andrè, 1964

mercoledì 3 giugno 2015

Principesse e Samurai

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Questa dev'essere una principessa  
di un altro luogo, un altro tempo
finita chissà come nella metro di una città straniera
a portare buste della spesa
con un cappotto troppo stretto.

Unici segni di nobiltà:
sguardo fiero
un enorme turbante
grandi anelli d'argento.


Un impercettibile inchino,
(che spero nessuno  abbia notato)
e sono scesa alla mia fermata.

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Dietro di me un Cyber-Samurai che all’inizio non avevo notato.
Capelli verdi, giacca mimetica e scarpe "spaceships".

Forse lui proviene da ancora più lontano.

Si ferma un attimo ad inviare messaggi (nella Galassia?)

So dov’è diretto, siamo a Camden,
ho visto altri guerrieri come lui in un negozio di abiti da discoteca,
(ma penso sia solo la copertura per una base segreta extraterrestre)

Questi sono i primissimi schizzi che ho fatto qui. Andare in metro a Londra è per me come viaggiare nel tempo e nello spazio. Per alcuni mesi  La Principessa e il Samurai si sono fatti un lungo tour in Italia esposti alla biennale "I Colori del Sacro", adesso ho dato loro una rinfrescatina e li porterò in giro qui in UK.

Buon viaggio


mercoledì 29 aprile 2015

Caro David Cameron

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Non abbiamo il piacere di conoscerci,
sono un’immigrata, europea, precisamente PIGS*. Adesso non fare quella faccia, please, so che per te siamo un bel problema. Ma non è colpa mia se il tuo piano di taglio all’immigrazione è fallito perché ti preoccupavi degli extracomunitari e ti hanno invaso dall’Europa, guardavi ad est e siamo arrivati noi dal sud. Ti giuro che non ci siamo messi d’accordo. Siamo l’emblema della tua sconfitta, ma credimi, non l’abbiamo fatto apposta.

Volevo solo dirti che io ti capisco. L’aumento rapido dell’immigrazione porta sempre problemi di adattamento, tensioni, insomma non è semplice. La gente comincia ad essere preoccupata.

So che Farage dell’UKIP ti sta facendo venire la gastrite. Lui è bravo a prendere consensi parlando direttamente all’istinto, senza passare per il cervello; offre soluzioni elementari a problemi complessi. Le cose non vanno bene? Colpa degli immigrati! Riprendiamoci la nostra Patria, e fanc… a questa Europa che ci riempie di stranieri che ci rubano il lavoro! Un vero campione di retorica (mi ricorda qualcuno in Italia…). 
Solo che lui se lo può permettere, è “estremista”, tu devi avere un po’ più di aplomb.

Allora hai promesso che se ti rieleggono rinegozierai i termini dell’appartenenza all’Unione Europea cominciando dalla libertà di movimento. E se questo non sarà possibile, allora non escludi nulla. Poi i cittadini europei saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza e potranno chiedere i benefits (sussidi per la sopravvivenza) solo dopo aver vissuto, lavorato nel paese, e pagato tasse, per quattro anni. 
Detto tra noi, magari va bene per i tuoi elettori, ma sei sicuro di poterlo fare? E sei sicuro che funzioni da deterrente per tutti gli immigrati europei?

Premetto che voi avete un sistema di welfare invidiabile per alcuni aspetti (almeno rispetto a quello da dove provengo io) che però presenta dei problemi di “parassitismo”. 
La risposta elementare è: togliamo gli aiuti agli immigrati! Se non trovano lavoro tornino a casa loro, che di parassiti non ne vogliamo.
La risposta complessa, dolorosa, ma forse più esatta è: se cerchi parassiti forse ne troverai di più tra i tuoi concittadini inglesi che praticamente vivono una vita On Benefit, fanno figli per avere una casa popolare e si trascinano tutta l’esistenza così; molti di meno tra gli immigrati europei, specialmente da quelli del sud-ovest che vengono qui per uno scopo: costruirsi un futuro.

Non è che mi sia improvvisata esperta, è che ci sono varie ricerche, come questa del  CReAM riportata in un articolo del Guardian:  I migranti europei pagano molte più tasse di quanto ricevano in benefits. Quelli provenienti dall’ovest e dal sud dell’Europa in particolare, hanno un’istruzione più alta della media dei nativi, e l’UK dovrebbe spendere miliardi in istruzione per arrivare allo stesso livello di “capitale umano”
È questa la chiave, caro David, siamo capitale (una parola che deve piacerti, lo so). Un problema, ma anche un’enorme risorsa, se riesci a gestirla.

Ti porto la mia esperienza, che certo non vale per tutti, solo per aiutarti a capire. Nel mio paese lavoravo come un mulo senza guadagnare abbastanza per sopravvivere. Aiuti statali? Lo stato sembrava mettercela tutta per affossarmi ulteriormente. 
Sai quali erano i miei Ammortizzatori Sociali, i miei Benefit? 
La famiglia, che mi ha dato un tetto sulla testa finché ha potuto e dopo c’è sempre stata in caso di bisogno; la suocera che si presentava con la spesa fatta per me; il vicino che mi regalava il pesce fresco; gli amici che mi riparavano gratis il computer; quelli che: non ti preoccupare per i soldi, ci penso io
Il mio welfare, l’unico che funzioni veramente in Italia, era il tessuto affettivo in cui ero nata e che mi ero costruita, le relazioni profonde di mutuo soccorso, i legami veri grazie ai quali non mi sono mai sentita sola… Credi davvero che avrei lasciato tutto questo per sopravvivere di sussidi? 
Quello che io cercavo venendo qui era progettare un futuro impossibile in Italia. Non i benefit.

Quando sono arrivata qui, dei sussidi non sapevo niente. Cercando un corso gratuito d’inglese ho scoperto che potevo farlo solo se ero “On Benefit”. È così che sono entrata nel Jobseeker Allowance, il sistema che per qualche mese mi ha consentito di fare la spesa senza affanno mentre cercavo lavoro, frequentare il corso e perfino prendere gli occhiali per vedere alla lavagna.

Caro David, io ti sono molto grata per questi mesi, ma ti dico che non sono stati facili, ho provato molto disagio. 
Perché a me sembrava di chiedere la carità. 
Gli incontri al Job Centre erano una piccola tortura, non riuscire a portare buone notizie alla mia advisor era frustrante, mi sentivo giudicata, inadeguata, ero costretta a seguire procedure rigide e a volte assurde. 
Certo non sono mancate le belle sorprese:  quando ottenni la prima interview mi fu indicato un negozio dove acquistare (a spese dello stato!) un abito formale adatto. Volevo piangere credimi, volevo abbracciare l’advisor come fosse stata mammà.  
Appena trovato il primo lavoro come cleaner salutai e ringraziai tutti. 
Ti sono infinitamente grata ma spero di non dover mai più rimettere piede in un Job Centre.

Ora sono una self-employed molto fiera di aver fatto la mia prima dichiarazione dei redditi, pago il mio bel contributo mensile al tuo welfare, insomma, stai tranquillo, quei mesi sono stati ben spesi. 
Il mio compagno lavora, da due anni, il suo capo è felice di aver trovato uno con il suo spirito d’iniziativa e le sue qualità. 
Anche dalla sua busta paga c’è una trattenuta per il welfare, il ché va benissimo, ma se dovesse perdere il lavoro per qualche motivo prima di quattro anni? E se non riuscisse a trovare niente velocemente? 
Pensa se fossimo costretti ad andar via. Allora sì che l’investimento che tu hai fatto su di me, e che io ho fatto su di te, portando i miei pochi risparmi qui, sarebbe stato inutile.

Secondo me togliere i benefit non scoraggerà gli italiani che vogliono partire, perché non mirano a quello. Se volessero arrangiarsi starebbero ancora a casa di mammà. 
Devi trovare altre strade che colpiscano i nostri punti deboli senza sembrare contro l’immigrazione. Inventati nuove leggi sulla quiete pubblica che puniscano con l’arresto o il rimpatrio chiunque applauda all’atterraggio dell’aereo su suolo britannico. Oppure metti un limite di decibel al volume della voce nei luoghi pubblici, multe a chi lo supera e dopo tre volte espulsione. 
Vedrai quanti italiani eliminati!

Ma, seriamente: vuoi davvero che sgombriamo? Cioè, davvero non ti serviamo?

Il quotidiano economico International Business Times dice che tu vuoi un’economia più forte ma non puoi averla senza immigrati, e secondo lui tu lo sai perfettamente
Dice che l’immigrazione è il mezzo più semplice e a buon mercato per far crescere la tua economia. Perché il tasso di natalità è basso e la popolazione nativa sta invecchiando. 
Perché gli immigrati sono in genere adulti che arrivano istruiti, qualificati e pronti a lavorare, così non devi investire in istruzione e formazione. 
Sono una sorta di “pacchetto completo” che ti si presenta alla porta, pronto a riempire le molte lacune di tua competenza (come il buco nell’NHS), dar vita a nuove imprese e creare - non prendere - posti di lavoro.

Allora stavi scherzando? Dai, a me puoi dirlo, è un diversivo pre-elettorale?

So che il flusso incontrollato è pericoloso, so che ti può arrivare di tutto, mele marce comprese, e quelle vanno fermate.  
Ma ci dev’essere una strada migliore per tutti. 
Per esempio diminuire la “zona grigia”, il tempo di ambientamento , in cui l’immigrato ancora non si è integrato. 
I soldi che vuoi risparmiare in benefit, investili nel potenziare il sistema di advisor del fantastico National Career Service, che mette in condizioni uno straniero di comprendere da vicino le regole e il mercato del lavoro, di compilare un buon CV, di capire quale strada scegliere. 
Aumenta i corsi d’inglese, perché lo so che uno dovrebbe impararlo prima, ma la maggiore difficoltà di integrazione parte dalla comunicazione. Io lo so, ci sono passata...

Te lo dico col cuore, se questo paese non fosse più un’ “Open Country”, come una volta hai detto, sarebbe un peccato.


Yours sincerely,

Monica


*Portoghesi, Italiani, Greci e Spagnoli; simpatico acronimo coniato dal quotidiano Sun

Qui ci sono articoli interessanti sulla questione:
Repubblica.it
Qui il discorso completo di Cameron: bbc.co.uk

Rap di CassetteBoy creato dai discorsi di Cameron, Farage & Co, geniale...

giovedì 23 aprile 2015

Shelley The Blacksmith

London Museum of Water & Steam, il Museo del Vapore, una ex stazione di pompaggio dell’800, a Kew Bridge
Sono all’esterno della struttura e già mi pregusto le foto che farò. 
Datemi ingranaggi, ruote dentate, tubi, manometri, possibilmente vecchi, e mi fate felice. Preciso che non capisco nulla di tecnologia, nemmeno della più elementare, ma non importa. Non mi interessa il processo, i risultati, non il funzionamento del meccanismo ma la sua forma.

Devo aver avuto una specie di imprinting quando ero piccola. Mio padre era progettista meccanico e in alcuni periodi lavorava fino a tarda sera nella stanza dove dormivo insieme ai miei fratelli. Non c’erano i pc allora (ebbene sì, signori, c’è stato un tempo in cui le cose si facevano senza pc o smartphone…), ma un enorme tecnigrafo sul quale erano incollati strati e strati di fogli lucidi disegnati a matita. 
Un universo di linee tratteggiate, frecce, quote, sezioni di pezzi meccanici. 
I fogli si spostavano e i pezzi combaciavano, ruotavano, si incastravano l’uno nell’altro. Era uno spettacolo bellissimo. Mai più dimenticato.


Ma sto divagando. Dunque sono al museo, le persone che mi accompagnano devono incontrare una dei vari artisti che ha lo studio all’esterno della struttura. Di lei non so nulla, se non che si chiama Shelley.
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Ed ecco che da una porta buia in una parete di mattoncini sbuca una figura imponente in gilet di pelle e scarpe antinfortunistiche. 
Molto più alta di me (ma per questo ci vuole poco…), capelli bianchi con una sfumatura bionda alle punte, raccolti in una coda, sguardo penetrante, azzurro, vivacissimo, bel sorriso da cui spuntano denti d’oro, mani nodose. 
Non mi stupirei se avesse una benda sull’occhio e una pistola al cinturone.

Il maglione che porta sotto il gilet è bucato vicino alle maniche. 
Sono le scintille. 
Shelley Thomas è una Blacksmith, una donna fabbro, ella domina il fuoco, usa la forza, una tecnica millenaria, piega i metalli al suo volere per creare grandi cancellate o piccolissimi monili. 
E questo è un personaggio! Mi serve! comincio a pensare…

I miei amici parlano con lei di workshop sui gioielli, io li ascolto appena, resto col mezzo sorriso ebete e lo sguardo fisso su di lei a cercare di imprimere nella memoria i particolari, gli anelli alle dita, una strana spilla appuntata al gilet, probabilmente una sua creazione… non dico una parola, ho una sola domanda come un mantra in testa: “Can I take a picture? Can I take a picture? Can I take a picture?...”, posso fare una foto? Non ho il coraggio, non ci conosciamo, mi prenderà per matta (e non sbaglierebbe di molto). 

Ci salutiamo e io faccio i miei scatti al museo ma una volta a casa corro a cercarla sul web. 
Soprattutto trovo l’elemento mancante per il disegno che ho in mente, il super-tecnologico casco protettivo che usa per lavorare, in una bella foto sul suo sito.

Ecco qua, glielo piazzo in testa. Shelley The Blacksmith è completa.

Qui potete trovare il suo sito e la sua paginafacebook.

mercoledì 18 marzo 2015

Missing Letters

le-contrazioni-nella-lingua-inglese-monicauriemma

Da molto tempo indago su alcune sparizioni.
Si tratta di lettere dell’alfabeto.
Non c’è molto da ridere, credetemi, la faccenda è seria, e molto più grande di quello che sembra.
Deve trattarsi di una ruggine antica, tra gli inglesi e l’alfabeto scritto, uno di quei rancori che ti porti dietro da secoli, come i greci e i turchi. Non si sa chi abbia cominciato prima, quello che è certo è che le lettere subiscono contrazioni, fusioni, torture di vario genere, fino a sparire nel nulla…

I primi indizi li trovi nella passione smodata per acronimi ed abbreviazioni. Non si tratta solo delle sigle di partiti ed istituzioni. Qua si contrae tutto quello che si può. Con due parole hai già una potenziale sigla.
Il tecnico del gas mi ha scritto che mancava il FSD (Flame Supervision Device) la mia faccia smarrita non gli ha fatto pietà, me lo sono dovuto andare a cercare su internet che diavolo fosse questo fsd.*
Nelle mail, per dirti il prima possibile (As Soon As Possible) scrivono ASAP, “ci sentiamo asap, ti scrivo asap, consegna asap” (I beg your pardon? Modo elegante per: che cavolo dici?), gli appuntamenti a volte sono TBC, che non è la tubercolosi ma vuol dire To Be Confirmed.


I mestieri sono tutti siglabili: annunci di lavoro cercano UX / UI Designer (User Experience / User Interfaces, e anche così ne so poco più di prima); per lavorare con i bambini ti chiedono il DBS (prima ti chiedevano il CRB, tanto per confondere un po’ le acque), che sta per Disclosure and Barring Service, una specie di controllo della fedina penale, per mostrare che non hai commesso reati.

Le specializzazioni arrivano a livelli di astrazione pura. Sul pieghevole del centro medico c’è scritto che il mio dottore (che mica puoi chiamarlo medico? Chiamalo GP, General Pratictioner),  è specializzato in “M.B.B.S. D.R.C.O.G, D. C. H., D.F.F.P, M.R.C.G.P.” Una specie di enorme codice fiscale con punteggiatura, un linguaggio segreto? Un messaggio criptato? 

Forse è una questione di risparmio: di voce, di tempo, di caratteri… ma spiegatemi come diavolo fate a ricordarvi tutti questi acronimi? Fate corsi di “acronimìa”?


Quando anche la parola è scritta per esteso la mortificazione continua, lettere che esistono sulla carta vengono puntualmente ignorate, troncate, ingoiate, arrotolate nella pronuncia .

Le R sono forse le più maltrattate, dovunque si trovino nella parola, ma soprattutto alla fine. Come se non ci fossero: MIRROR, MIVVAa ( con la A un po’ lunga, e mi raccomando, arrotolate le R centrali se no sono guai)
Se la giocano alla pari con le E. ONE MORE TIME… Le E finali? Spariscono senza lasciare traccia. 
LITERATURE suona più o meno LI-TSCIÀ-TSCIÀ. TEMPERATURE: TEMPRE-TSCIÀ. La E centrale? Scomparsa, e TURE diventa il verso di una cornacchia.
Nomi di località impietosamente amputati, come BICESTER. Ero lì alla stazione che mi arrovellavo per capire se era più giusto BÀICESTAa, BÌSESTAa, BISÈSTAa  e l’annuncio sonoro mi gela: “The train for BISTAa...
BISTAa?! Ma questa è mezza parola! Mezza!
E così, pare, tutti i nomi che finiscono per CESTER. LEICESTER? LESTAa. Taglio netto, lettere dimezzate. Nell’indifferenza generale.

Mi dico: allora perché le scrivete?! Perché dar loro l’illusione di un’esistenza che poi negate con la voce? E’ una crudeltà e voi lo sapete. In nome di non so quale tipo di velocità di espressione avete creato un divario enorme tra la presenza delle lettere scritte e il loro valore effettivo, la loro dignità di esistere in quanto pronunciate. La loro è una vita metà, in sospeso, e nessuno sa dove vadano a finire.
Pronunciatele degnamente o tagliatele alla base, la loro sofferenza sarà minore e tutti ce ne faremo una ragione (soprattutto noi stranieri…).

Comincio a rivalutare la mia lingua scritta, sapete? E se uno comincia a rivalutare l’italiano vuol dire che c’è qualche problema. Una lingua che usa duecento parole per una frase, che ha congiuntivi e condizionali da emicrania, verbi irregolari, maschili, femminili, plurali tutti diversi, frasi piene di incidentali, termini obsoleti, non dovrebbe essere simpatica a nessuno, eppure ci sono dei pregi. 
Innanzitutto l’alfabeto è più corto (e a questo proposito mi chiedo perché usare più lettere se poi non le pronunciate), le lettere sono rispettate (tranne la povera H…) dallo scritto all’orale, pronunciate quasi sempre allo stesso modo, con regole precise e soprattutto: o ci sono oppure no
Questo è il punto, niente imbrogli, è tutto chiaro.
(So che da napoletana dovrei tacere, cambio gli accenti, tronco le finali, ma qui si tratta della lingua nazionale...) 

La cosa inquietante è che con l’inglese quando credi di aver capito il trucco, di aver trovato una regola, una logica seppure aberrante a questo massacro, ecco che scopri nuove scomparse, di lettere insospettabili. E non trovi giustificazione nemmeno nel criterio del risparmio.

Mi spiego, se io chiedo a qualcuno: “Posso fare questa cosa?” E la sua buona educazione gli impone di dirmi: OF COURSE YOU CAN (quando potrebbe benissimo dire solo OK), frase composta da 14 lettere più spazi, capita che gli senta dire COSCIUCAa. Una contrazione magari incomprensibile ma che gli permette di risparmiare ben 6 lettere da pronunciare e più o meno 5 millesimi di secondo. Posso inorridire, ma capisco il perchè. 

Quello che non capisco è quando se la prendono con la T. 
Una volta mi è stato detto: You are an AR-IST… al posto della T c’era un intervallo, una deglutizione, un buco nero… Una lettera massacrata senza criterio,  nessun risparmio di tempo, non ha senso. 
O forse sì, mi sorge un atroce dubbio, che tutte queste lettere siano in realtà mangiate, ingoiate, buttate giù in una sorta di “letterofagia”, di bisogno di inghiottire il suono… è terribile.
Più di una persona ha nominato il famoso maghetto: HARRY PO-Aa. Beh, io li ho visti i film in inglese, e la T c’era! Magari non due, forse una, ma c’era!!! Non pretendo che diciate POTTER ma almeno POTAa!
Era un accento locale, o forse l’indizio di un’ennesima orda di famelici delle consonanti? Sono solo supposizioni, quel che è certo è che una lettera alla volta finiremo con l’emettere solo suoni gutturali (come mi sembra già di sentire da alcuni londinesi doc).

Non c’è nessuno che si occupi del problema di queste sparizioni? Un’associazione, che so, una charity per la preservazione della specie, la difesa delle lettere perdute?
Fonderò l’ ADML: Association in Defence of  Missing Letters, se usiamo l’acronimo partiamo col piede giusto…


* esiste un sito utilissimo abbreviations.com che consulto quotidianamente, ma in questo caso purtroppo non lo sapeva nemmeno lui…


mercoledì 4 febbraio 2015

Libertà è Partecipazione

schizzo uomo che parla allo speakers' corner di londra-monicauriemma

Signore di mezza età appollaiato su uno sgabello che arringhi la folla sotto uno strano sole domenicale allo Speakers’ Corner di Hide Park, io vorrei pure applaudirti ma afferro solo alcune parole: soldi investiti, armamenti, guerra in Afghanistan… non capisco il senso intero del discorso, non so da che parte stai e che argomenti porti. 
Resto qui affascinata dalla tua convinzione (e soprattutto dal tuo gesticolare). 
Mi allontano, assisto ad altri comizi: un poliziotto nero, travestito da Hitler, sta protestando perchè nel corpo di polizia esistono discriminazioni razziali e mostra alcuni documenti a prova della sua teoria, più in là qualcuno parla di unire tutte le religioni in una sola, alcuni Jamaicani stanno ballando e bevendo, non capisco se è una performance o una cosa improvvisata, proseguo la mia passeggiata tra drappelli e discorsi spezzettati, ritorno dopo qualche ora. 
Stai ancora parlando. Finalmente applaudo, se non altro, alla tua perseveranza.

Questa cosa dello Speakers’ Corner l’avevo studiata alle scuole medie, mi piaceva l’idea che chiunque, volendo, poteva togliersi la soddisfazione di tenere un comizio, dire la sua, protestare. Certo, ora ci sono i social network, le piazze virtuali, dove è permesso dire (quasi) tutto su qualsiasi cosa (spesso a scapito di pudore e buon senso), ma il fascino del discorso brutalmente dal vivo, senza filtri, senza fogli, con la gente che ti sta a pochi passi è un’altra cosa…

E poi c’è la questione dell’opinione dell’uomo comune che mi intriga molto.

Ho la sensazione che qui, per tradizione, essa abbia una qualche importanza, un’importanza di una qualità diversa da sondaggi, gusti del consumatore, statistiche che servono essenzialmente a chi gestisce affari e potere a guidare meglio le cosiddette masse.

Cerco di mettere meglio a fuoco con un esempio:
Mi arrivano continuamente lettere a casa. Soprattutto dalle “istituzioni”:

Un giorno la Polizia mi scrive che è venuta a conoscenza di comportamenti anti sociali nella mia zona e mi prega di segnalarne se ne vedo, mi dice di essere a disposizione e di non esitare a rivolgermi a loro per qualsiasi cosa.

Una lettera mi avverte che tra 20 giorni verranno eseguiti dei lavori di miglioramento due strade dopo la mia, avverranno di notte nei seguenti orari… mi pregano di segnalare eventuali fastidi.

Un’alta volta: “Abbiamo in programma di ampliare e migliorare il parco, faremo una riunione il giorno tot, vi preghiamo di partecipare e darci suggerimenti su cosa vorreste vedere realizzato”.

Nella strada adiacente alla mia sono stati richiesti permessi per dei lavori di ampliamento in un condominio, mi chiedono se ho qualcosa in contrario. (Qualcosa in contrario? Ma chi? Dove? Non so neanche di che parlate…)

Sul giornale di quartiere che mi arriva gratis ogni due settimane, trovo la notizia dei cambiamenti alle regole di parcheggio, con il report dei sondaggi fatti mesi prima tra gli abitanti, il numero di favorevoli, contrari e astenuti.

Ogni iniziativa, ogni proposta di cambiamento nella città o nella comunità, viene divulgata, e le persone comuni vengono sollecitate a dire la loro. E’ tutto un “Get involved!”, “La tua opinione conta!”, “Hai idee? Suggerimenti? Reclami?” Dai musei ai supermercati, chiunque vuole sapere che ne penso.

Nei colloqui di lavoro chiedevano a me, la  candidata, di elencare tre punti di forza, tre punti deboli e tre possibili miglioramenti dell’azienda(l’ho raccontato qui).

A volte dico: Ragazzi ma datevi una calmata! Non lo so cosa penso, sono frastornata, confusa da tutta questa "vicinanza"! 
Cercate di capire che vengo da una realtà dove l'istituzione non crea nessun contatto con me, se non per problemi o pagamenti. Da dove vengo io essa è un'entità astratta, lontana e soprattutto muta, e nei casi in cui sono io a voler comunicare, spesso trovo percorsi a ostacoli o muri di silenzio. Nella realtà da cui provengo i cambiamenti, quando avvengono, li scopro a cose fatte perché sono decisi al di sopra e al di là di me.
Qui la mia voce sembra avere un peso e non mi pare vero.

Saranno operazioni di facciata? Sarà autentico coinvolgimento?

Riaffiorano alla memoria parole quasi dimenticate:

LIBERTA’, PARTECIPAZIONE, ESERCIZIO DELLA DEMOCRAZIA…

mercoledì 28 gennaio 2015

Big Big Daddy

scketch portrait of a man with his baby-monicauriemma

Uno dei miei Incontri Metropolitani
L’ho avvistato in metro: altissimo, tratti nordici, naso da pugile, una montagna di muscoli tatuati, e tutto il corredo di accessori che ti fanno pensare subito “non vorrei mai incontrarti in un vicolo buio”. 
C’è solo una cosa che stride col quadro del ti spiezzo in due: porta un passeggino. 
Sistema con gesti sicuri la carrozzina nello spazio dedicato del vagone e prende in braccio il batuffolino che avrà avuto sì e no tre mesi, e tu pensi “attento che lo stritoli!”, se lo mette in grembo e passa il resto del viaggio col sorriso più beato del mondo.

E tu rimani a fissarlo (che non è una cosa carina da fare) con la bocca semiaperta, e ti viene un moto di tenerezza.

Sarà che io vengo da un modello di famiglia tradizionale, ma proprio vecchio stampo (al limite della preistoria), dove la figura materna copriva il 99% della cura dei figli e il padre era praticamente tagliato fuori o autoescluso, appariva nel momento in cui c’era necessità di un rimprovero e poi si ritirava nel suo antro a fare l’unica cosa per cui era programmato: procurare un’entrata monetaria e garantire la sopravvivenza… ma quando vedo una scena del genere si innesca tutto un processo emotivo, segnali d’allarme mi provocano nostalgia di un contatto mancato. Perciò resto colpita, e incantata.

Non so se è perché ho vissuto tanto in provincia, e per giunta la provincia del sud Italia, ma tutti questi maschi a spasso coi bebè non mi erano familiari. 
Quanti uomini vedo in giro qui (ma tanti!) con bambini anche piccolissimi in braccio, nei marsupi, sul sellino della bici, per mano… che siano i soli adulti, o in compagnia di donne o altri uomini non fa differenza. 
Ho la sensazione che siano molti di più che in Italia. 
Sia chiaro, conosco varie coppie giovani italiane in cui il padre spende un sacco di energia e tempo a occuparsi dei figli ma temo che ci sia ancora uno “zoccolo duro” nella testa delle persone (forse anche nella mia?) per il quale la cura del bebè è considerata naturale per la madre, un po’ meno per il padre.
Mi piacerebbe che si frantumasse.

Perché i papà con i bambini piccoli sono proprio un bello spettacolo da vedere.

mercoledì 21 gennaio 2015

Lacreme Napulitane

Pino-Daniele-portrait-monicauriemma
Pino Daniele portrait ©Monica Auriemma

“…Pe nuie ca ‘nce chiagnimm’o cielo e Napule / comm’è amaro ‘stu pane![1]“E cambia panettiere!!!”. 
Leggenda vuole che dalla platea si levasse questa risposta alla fine della canzone sugli emigranti, zeppa di retorica, perché la tragedia strappacuore si stemperasse in una risata. 
Non avrei mai creduto che un giorno anch’io avrei pianto lacreme napulitane
Ebbene, il terzo Natale Londinese ha messo a dura prova l’emotività della povera emigrante partenopea, già decisamente incline al pianto. Approfittavo delle feste (altrui, io ero inchiodata nel mio antro oscuro, a tentare di consegnare un libro) per sentire almeno alcuni tra amici e parenti che non vedo da parecchio. 
Sarà la lontananza, la situazione drammatica italiana, un senso di insoddisfazione generale, i dolori personali e quella vaga sensazione di abbandono ma nove chiamate su dieci si concludevano immancabilmente in pianto. Io di qua e loro di là. Una tragedia.
Hai voglia di fare la forte, di dire che no, no, non ti manca affatto la tua terra, che stai bene così e non torneresti indietro, il tessuto di affetti che è cresciuto con te risente terribilmente la lontananza, nonostante il telefono e internet.

E poi Napoli… una specie di conto in sospeso, qualcuno con cui hai litigato tempo fa e non hai il coraggio di dirgli che gli vuoi sempre bene, perché devi mantenere il punto. 
Napoli che la vai a trovare ogni volta come se fosse un genitore che invecchia, che muori dalla voglia di vederla e poi non vedi l’ora di scappare perché lo sai che litigherete di nuovo. 
Tutte le volte che ci vado mi concedo il rito del Saluto al Mare. Passo davanti all’Accademia di Belle Arti in cui ho speso circa 10 anni della mia vita, attraverso spedita Via Toledo, mi affaccio da Santa Lucia, resto un po’ in silenzio, respiro, me ne vado. 
Ogni volta con in testa questi versi: “chi tene 'o mare/'o sape ca è fesso e cuntento / chi tene 'o mare 'o ssaje/nun tene niente...[2] 
E mi ripeto che sì, ho fatto bene. 
Che adesso, qui,  riesco ad immaginare un futuro, posso concedermi la gioia di fare progetti per la mia vita, e credere che forse si potranno realizzare, mentre molti (troppi) dei miei conterranei si accontentano del mare, del sole e tirano semplicemente avanti, che oltre l’immediato non si può guardare. 
Per non arrendermi all’amarezza e al pessimismo, dovevo andarmene, o soccombere. Ho fatto la mia scelta. E so che per tutta la vita farò i conti con questa mancanza.

Fantastici pensieri per tirarmi su, ottimo, ottimo inizio del 2015! Ma non bastava. Doveva arrivare la notizia della morte di Pino Daniele.

Le lacrime sono diventate fiume. Giorni e giorni. Non chiamavo nessuno per non piangere di nuovo.  Vedevo le immagini del flash mob e del funerale, volevo essere lì, io che evito adunate e manifestazioni, per la prima volta ho desiderato ardentemente essere lì, casa mia. 
Leggevo tutto quello che potevo, disperatamente assetata di notizie[3]
Amici mi mandavano messaggi come se mi fosse morto un parente. Eppure è un dolore che non avrebbe logica, insomma, non è che fosse DAVVERO un mio parente, non lo conoscevo neanche di persona, non sono musicista, non ho mai avuto a che fare direttamente con lui. 

Ho cercato di capire, ho pensato che era perché sono lontana che tutto si amplifica, ho pensato che è perché ho 46 anni e negli anni ’80 ero adolescente, ho pensato che forse non piangevo l’uomo, l’artista, forse io, come moltissimi, piangevo il simbolo del mio recente passato. “E’ come se fosse caduto il Maschio Angioino” ha detto Nino D’Angelo. Aveva ragione. Il silenzio di duecentomila persone (così “innaturale” per i napoletani) è stato più eloquente di tanti discorsi.

Non sono in grado di fare un’analisi storica approfondita, non ne ho gli strumenti.  E’ solo che questa morte mi ha costretta a ricordare. Chi ero io in quegli anni e che cosa stava succedendo a Napoli. Ci stavo dentro e non me ne rendevo conto. Non ci ho mai pensato.

C’è stato un tempo in cui eravamo fieri di essere napoletani.
Ed era un tempo oscuro per quello che ricordo, la fine degli anni settanta, si usciva a pezzi dall’austerity, l’inflazione e i miniassegni al posto del denaro, la crisi energetica, per la prima volta conobbi il termine cassa integrazione, il flagello che si abbatté in casa col contemporaneo (imprevisto) arrivo di mio fratello, quarto figlio dopo otto anni da me. 
Il clima era pesante, percepivo di essere povera (anche se il pane non mi è mai mancato). 
A Napoli si parlava della Nuova Camorra Organizzata , della Droga, quest’entità astratta che sapevi essere il Male Assoluto ma non capivi se si fumava, si beveva, si iniettava…

Tempo oscuro dicevo, ma ricchissimo di fermento culturale, dovunque, a Napoli in particolar modo. C’era un grosso lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari in tutta Italia, mi arrivavano gli echi de “La Gatta Cenerentola” di De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma per me ancora bambina erano fenomeni troppo intellettuali, li assorbivo, senza comprenderli se non anni dopo.
A casa mia non si parlava napoletano, che pareva brutto. 
Il dialetto era permesso solo come esercizio di cultura, per le canzoni (quelle antiche, la sceneggiata e i neomelodici non erano roba per noi), il Teatro, un linguaggio tragico e comico ma datato, i nostri due pilastri: Eduardo, Totò

E poi arrivò “Na tazzulella e’ cafè/ c’a sigaretta a’coppa pe’ nun vere’/ che stanno chine e sbaglie/ fanno sulo ‘mbruoglie”[4], il messaggio era chiaro perfino a me, era qui e ora, qualcuno ci stava dicendo di svegliarci dal torpore, di mollare i contentini come sole, mare, caffè. “E il mare? Il mare sta sempe là /tutto spuorco, chin’e’ munnezza/ e nisciuno o vo’ guardà”[5]
Questo Pino Daniele aveva una potenza nel suono e nella voce che non poteva non arrivarti, ti mostrava Napoli senza fronzoli: “ ’na carta sporca/ e nisciuno se ne ‘mporta”[6], ti parlava di “tutte e’ paure/e nu popolo ca cammina sotto ‘o muro” [7]
E io che vivevo quell’età stranissima tra l’infanzia e l’adolescenza in cui cominci a sviluppare il senso di appartenenza al gruppo al di là del nucleo familiare, mi chiedevo perché mai il mio popolo camminasse sott’o muro, di che avevamo paura? Eravamo Napoletani! Lo consideravo ancora un valore aggiunto.
Imparavamo a memoria gli sketch de La Smorfia di Troisi , li recitavamo sul terrazzino delle mie amiche, il nostro palcoscenico. 
Sentivo parlare del Neapolitan Power e del Blues, del Jazz, senza capire di cosa si trattasse, ma mi piaceva. E cantavo a squarciagola “Je so’ pazz/Nun ce scassate o’ cazz!” [8] abbassando la voce sull’ultima parola, per non essere ripresa dai grandi.
 
Ci eravamo trasferiti dalla città in un paesino invero piuttosto brutto, appena al di fuori della periferia napoletana, che non riconoscevo come mio, ci tenevo a dire che ero di Napoli, cittadina e non “paesana”.
Androni bui, rivestiti di plastica marrone che si ostinava invano ad imitare il legno, portoni di alluminio anodizzato, il condominio/casermone che chiamavamo Il Parco, microcosmo di vita comunitaria, faceva da sfondo alla mia infanzia, coi suoi personaggi mitici: il femminiello, ragazzo gay aspirante stilista,  “chill’ è nu’ buono guaglione/ sogna la vita coniugale/ ma per strada poi sta male perché si girano a guardare”[9]La Rossa (per via dei capelli) dal numero imprecisato di figli avuti da un numero imprecisato di partner, con un passato di vita da strada, e un presente di contrabbando di sigarette. Gli invisibili, agli arresti domiciliari, non ne conoscevo le fattezze ma sapevo che c’erano. 
Il confine tra legale e illegale, tra persone per bene e delinquenti era sempre molto labile.

Il terremoto dell’80 e la città in ginocchio, mi sentivo importante anche nella tragedia, come se quando succedeva qualcosa a Napoli, succedeva più forte.  
Il caos dei soccorsi e dei finanziamenti, le mani della camorra sulla ricostruzione.  
La musica sempre più importante nella mia vita di ragazzina: la radio libera che si sentiva a raggio condominiale creata dal nerd del palazzo affianco, con le dediche al citofono invece che al telefono. 

Dopo le medie volevo fare il Liceo Artistico. 
- Ma perché non fai l’Istituto d’arte a Capodimonte? Impari a fare la ceramica…
- Ma la ceramica di Capodimonte mi fa schifo… 
- Ma al Liceo Artistico gira la droga…
- Ma secondo te sono così scema che mi piglio la droga? 
Tra un “ma” e l’altro la spuntai. Fu forse per mantenere la promessa fatta a mia madre che non sono stata mai capace di farmi una canna, fumare una sigaretta intera e sono astemia? Capisco che lei avesse paura di mandarmi da sola fino a Napoli, a 13 anni ero alta un metro e trenta e sembravo una bambina piccola, un pulcino nella “Metropoli Tentacolare”. 
Eppure per me fu il massimo, riappropriarmi della mia città, essere finalmente a casa.

Napoli mi appariva così bella, ci passavo tutto il tempo che potevo. 
Era l’età della perdita di fiducia in se stessi e del bisogno di crearsi un modello. Mi accorgevo di non essere quell’artista eccezionale che mi avevano fatto credere, fuori dall’ambiente ristretto del paesino nel quale ero una spanna più avanti degli altri, mi confrontavo con tutti quelli che in disegno avevano vero talento, forse fu allora che cominciai a cancellare (da piccola i miei disegni erano fatti velocemente, a mano sicura, senza incertezze). 
Mi accorgevo che i corpi dei miei compagni assumevano sembianze adulte mentre il mio restava dolorosamente bambino. 
Mi sceglievo il modello dell’artista/intellettuale senza esserlo, mi vestivo come se mi infilassi in un sacco sperando di essere invisibile e di compensare con la conversazione, il talento e lo humour, un appeal che il fisico non mi consentiva.
Mi aiutavano I film di Massimo Troisi di cui tutti sapevano le battute a memoria, e poi Così parlò Bellavista, l’ironia a Napoli mi sembrava più bella. 
Quell’anglo-napoletano “Yes, I know my way/ ma nun’è addo’ m’è purtato tu”[10], arricchiva il nostro gergo, localissimo ma per noi universale. Fieri eravamo della nostra lingua. 
Maradona al Napoli (del calcio non me ne fregava niente ma la città era entusiasta e io mi accodavo). Le Vele di Scampìa e lo spaccio, la guerra di Camorra, l’omicidio Siani, le manifestazioni a scuola.

Noi,  generazione sfigatissima, disprezzata dai fratelli più grandi, che loro sì che avevano lottato, loro erano andati in giro a tirare molotof (ma che bravi…) e a prendersi a mazzate coi fascisti (ma bravissimi!) mentre noi litigavamo per gli zainetti-dell-invicta, anzi, “gli altri”, io, l’artista intellettuale, lo zainetto-dell-invicta non lo guardavo nemmeno (anche perché non me lo potevo permettere); loro avevano avuto i Led Zeppelin e noi appresso ai Duran Duran
Mi innamoravo regolarmente di ragazzi (possibilmente “tormentati”) che non mi corrispondevano, ma diventavamo amici, ci scambiavamo le cassettine, ascoltavo la loro musica, e così mi immergevo nei Pink Floyd perché piacevano a uno e tutto l’Hard Rock che le mie orecchie riuscivano a sopportare perché piaceva a un altro (ma i Black Sabbath no, proprio non ce la facevo), più spesso ascoltavo la New Wave britannica, a volte si litigava sui Duran ma su Pino Daniele eravamo tutti d’accordo. 
La musica era ormai un pezzo di me.

Forse perché ero adolescente e tutto mi sembrava tragico o magnifico, forse perché quelli furono anni a modo loro speciali, li ricordo come gli ultimi in cui l’appartenenza a Napoli era spensieratamente piena e orgogliosa, Daniele, Troisi e alcuni altri potevano essere duri e maltrattarla perché erano “dei nostri”, una spinta autentica a destrutturare il vecchio, a cambiare tutto.

E poi? Le spinte al cambiamento ci furono anche dopo, certo, gli Almamegretta, i 99Posse, il Teatro e il cinema napoletano, Martone, Corsicato, il sindaco Bassolino e il sogno (infranto) di una città diversa, io uscivo dall’Accademia di Belle Arti piena di speranze...
Questo è un lavoro, ma non ti posso pagare… Assistente all’Accademia! Ma senza compenso… Solo un gettone di presenza… Devi fare esperienza… Ti pago in nero… Allora non vuoi fare la gavetta?... 
L’eccezione diventava la norma, l’aberrazione il quotidiano, l’orgoglio lasciava il posto alla rassegnazione, la città era sempre più difficile da vivere, da sostenere anche nel quotidiano. 
Facevo quello che capitava, il mio talento era sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa in cui non mi riconoscevo più, il Teatro che avevo mitizzato, a volte si rivelava un covo di serpi. 
Anch’io mi sono accontentata, e ho tirato avanti finché ho potuto, poi mi sono allontanata pian piano, fino ad andarmene sbattendo la porta. 
“Voglio di più/ di quello che vedi/ voglio di più/di questi anni amari”[11]

Napoli scusami, forse ci ho provato, di sicuro non ci sono riuscita.

Pino scusami, non piangevo solo per te, piangevo anche per me.






[1] “Lacreme napulitane” Libero Bovio,1925
[2] “Chi tene o mare” Pino Daniele, 1979
[3]  Segnalo qui: il duro, lucidissimo post sul blog Errecinque, e l'emozionante ricordo personale di Gaia Monti
[4] “Na tazzulella e’ cafè”, Pino Daniele, 1977
[5] “Il mare”, Id., 1979
[6] “Napul’è”, Id. 1977
[7] “Donna Cuncetta”, Id. 1979
[8] “Je so’ pazz”, Id.1979
[9] “Chill’ è nu’ buono guaglione”, Id. 1979
[10] “Yes, I know my way”, Id.1981
[11] “Voglio di più”, Id.1980