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mercoledì 10 febbraio 2016

The Honey-Guide Bird. Two traditional tales from Africa (part two)



Avevo promesso (anzi, avevo minacciato) di raccontare la seconda storia del libro uscito per HarperCollins, ed ecco a voi “Monkey’s Heart”.
Siamo in Sudafrica, in una vasta zona detta Wetland, la terra umida, dove vive Monkey, un piccolo cercopiteco. 
Le piace parlare con i coccodrilli perché dice che anche se sembrano feroci, di loro ci si può fidare (specialmente quando hanno la pancia piena), e tirare la coda agli ippopotami, che sembrano gentili ma quando si arrabbiano bisogna essere veloci a scappare.
Se già Honey-Guide Bird mi era simpatico (sono alta un metro e mezzo, devo tifare per i piccoletti), di Monkey mi sono letteralmente innamorata. Non solo è piccola, ma è completamente fuori di testa. Il suo migliore amico è Shark, lo squalo con cui intrattiene amabili conversazioni dai rami del suo albero preferito, uno di quelli che crescono tra la sabbia e il mare.

Lui le racconta dei suoi viaggi, di Barriere Coralline e pesci colorati, di quando ha inseguito le balene e viaggiato accanto ai pescherecci dei Mari del Nord, lei ascolta estasiata, e sente che la sua vita è limitata.
Monkey vorrebbe viaggiare, conoscere il mondo, e comincia a sentirsi triste. Le sue amiche cercano di metterla in guardia: “Cosa ti abbiamo sempre detto di Shark? Non fidarti del suo sorriso e delle sue storie. Vanno bene per lui ma non per te. Tu appartieni agli alberi!
Il giorno dopo i due amici si incontrano per le solite quattro chiacchiere. “Ehi, qual è il tuo cibo preferito?” chiede Shark con un sorriso a centocinquanta denti. “A me piacciono le sardine, ce ne sono un sacco nel Wetland, per questo mi piace vivere qui. Ah… e ovviamente perché amo la tua compagnia!
Monkey non aveva mai mangiato cibo straniero ma l’estate scorsa una rondine le aveva portato alcuni cuori di palma dallo Zanzibar, dolcissimi e deliziosi. “Ecco, questo è il mio cibo preferito!” dice prima di salutare Shark, che è in partenza per un’altra meravigliosa avventura.

La vita di Monkey procede tranquilla tra gli alberi finché un giorno, mentre è lì a osservare i cuccioli di tartaruga che appena usciti dalle uova camminano fino al mare, sente il sibilo di Shark alle sue spalle.
Eccitanti novità! Ho trovato alcuni cuori di palma! Salta sulla mia schiena e ti porto lì!”.
Un’avventura col suo miglior amico a caccia del suo cibo preferito. Monkey non ci pensa su due volte. Con tre balzi è in groppa a Shark pronta per partire.


Lo squalo nuota veloce ma Monkey si sente al sicuro aggrappata alla sua pinna. 
Ben presto il Wetland scompare alle sue spalle.
Che importa! La vista sull’oceano è mozzafiato!

Avevo pensato di fare uno scambio con te” sussurra Shark con voce suadente. 
Un delizioso cuore di palma in cambio del tuo cuore. Che ne dici?” 



Monkey ha un brivido di terrore. Circondata dall’immenso oceano, si sente molto piccola e stupida per essere cascata nel tranello, e molto lontana da casa.


Ma a volte il pericolo tira fuori le nostre migliori risorse. 
Oh, certo che sembra un buon affare. Ma avresti dovuto accennarmelo prima di partire, perché, vedi, il mio cuore è così prezioso che lo lascio sempre sui rami del mio albero, per tenerlo al sicuro. Senti qua, se fai dietro front in questo momento possiamo andare a recuperare il cuore e concludere lo scambio. Sei veloce, saremo lì in un batter d’occhio.

Shark non è affatto contento di come procede la faccenda (tra l’altro ha anche  fame) ma non ha altra scelta che tornare. 
Appena sono abbastanza vicini Monkey con un balzo salta sul primo ramo disponibile.

Dai, lancia il tuo cuore!”grida Shark, ma Monkey, ormai al sicuro risponde: “Tu avrai pure viaggiato in lungo e in largo, ma io sono più intelligente di te, e non scambierei il mio cuore nemmeno per tutti i cuori di palma di Zanzibar!

Beh, ce l’hai fatta Monkey. E ce l’avete fatta anche voi a leggere fin qui!

Quanto a me, a parte la fatica e la gioia di disegnare, mi è rimasto un bagaglio di bellissimi incontri virtuali:
per esempio ho conosciuto i coraggiosi cacciatori di miele africani, che si arrampicano senza imbragature ad altezze vertiginose accompagnati dai preziosi uccellini-guida;  
ho scoperto che i cercopitechi hanno una gamma di espressioni praticamente umane;
ho conosciuto le magnifiche, lussureggianti mangrovie, che crescono sulle spiagge e affondano le radici nell’acqua del mare;
che i coccodrilli si fanno pulire i denti da uccelli spazzolino senza mangiarli, e che gli ippopotami hanno veramente un caratteraccio;
e infine ho preso un po’ di confidenza con lo squalo, che non è precisamente il mio animale preferito, ma essendomi dovuta sacrificare a rivedere i disegni di “Shark Tales” e “Alla ricerca di Nemo” per prendere ispirazione, direi che ne è valsa la pena.

mercoledì 3 febbraio 2016

The Honey-Guide Bird. Two Traditional Tales from Africa (part one)

Honey-Bird-illustration-uccellino-foglie

E’ appena uscito per HarperCollins, The Honey-Guide Bird scritto da Deborah Bawden e illustrato da me. 

Dopo tanta scolastica è il primo storybook col mio nome in copertina pubblicato qui in UK. 
E’ piccolo (formato A5, cavolo quanto è piccolo, io le tavole le avevo disegnate A3!) però sono molto contenta, perciò siate clementi…

Si tratta di due racconti tradizionali africani. 
Volete conoscere la prima storia? (No? ok, guardate solo le figure…)

Provo a raccontarla in italiano. Siamo nello Zimbabwe. “Nonna! Temba non mi fa giocare con lui perché dice che sono troppo piccolo!”singhiozza Kuda. “Troppo piccolo?! Oh, che ragazzo sciocco! Tuo fratello non ha mai sentito parlare del piccolo Honey-Guide Bird che si vendicò del potente cacciatore Shaka?”
Kuda sa che sta per cominciare una delle meravigliose storie della nonna, si asciuga i lacrimoni e si mette in ascolto. 
Nonna-Bambino-Africa-illustration
E così scopriamo chi sono gli Honey-Guide Birds, gli Uccelli Indicatori, una razza di uccellini molto presenti in Africa, capaci di scovare alveari nascosti e indicarli ai “cacciatori di miele” (confesso che ignoravo completamente l’esistenza  sia della caccia al miele sia degli Uccelli Indicatori). 
Loro fanno da guida, i cacciatori  si procurano il favo e in cambio ne danno un pezzetto come ricompensa. Un ottimo sodalizio d’affari che pare duri da millenni. 
Ma attenzione a non tradire i patti…
Uccellino-Honey-favo-api-illustration

La storia comincia una bella mattina di sole, quando il nostro Honey-Guide Bird richiama l’attenzione del cacciatore Shaka con il suo verso. 
Shaka (bravissimo, per carità, grande cacciatore ma, diciamo, un po’egocentrico) si arma di lancia, sacchetto per la raccolta e segue l’uccellino fino ai piedi di un albero di fico.

Qui accende un piccolo fuoco e ci infila un bastone dentro finché la punta non diventa incandescente. 

cacciatore-honey-ape-albero-illustration

Quindi comincia l’arrampicata, concentrato sul dolce bottino che lo aspetta.
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Arrivato al favo usa il bastone per cacciare le api (povere care api sfrattate…) e impadronirsi dell’alveare.



cacciatore-uccellino-honey-illustration
Ma una volta disceso, scaccia in malo modo l’ Honey-Guide che svolazzava lì intorno in attesa della ricompensa : “Sciocco uccellino. Pensi che abbia intenzione di condividere il miele dopo aver fatto io tutto il lavoro difficile? Che puoi fare contro di me? Sei così piccolo e io sono un fiero guerriero!”

In effetti, cosa poteva fare? Aspettare e pazientare. 
Per un po’ di mesi rimane ad osservare il cacciatore da lontano. Poi un giorno gli fa il solito verso. Shaka si arma immediatamente, convinto di poter approfittare ancora della guida (perché in fondo è solo un uccellino, pensa lui…).


cacciatore-honey-uccellino-albero-illustration 
E così i due arrivano ai piedi di un altro altissimo albero di fico, il favo non si vede ma Shaka sa che gli Honey-Guide Birds non sbagliano mai.

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Immaginate che bella sorpresa quando invece del favo si ritrova davanti al faccione di un Leopardo che dormiva beatamente! 
Fortunatamente il leopardo è sorpreso quanto lui, per cui molla una zampata a caso senza colpirlo, ma Shaka perde la presa del ramo e precipita su un rovo di spine. 
Risultato: un bel po’ di punture che guariranno presto ed una lezione di rispetto che non dimenticherà mai.

“Perciò”, conclude la nonna, “mai giudicare qualcuno dalle sue dimensioni!” e brava la nonna!

La volete sentire la storia di Monkey e Shark? Ve la racconto la prossima volta…


uccellino-scimmia-alberi-foglie-Collins-illustration
Il libro invece lo trovate anche su Amazon, qui 

lunedì 22 giugno 2015

If You Are Brave Enough


Ieri mattina al parco stavano allestendo il percorso di una 10km di corsa femminile, c’erano cartelli con gli sponsor e le indicazioni, e poi messaggi di incitamento qua e la. 
Tiro fuori il cellulare e fotografo questo: 
IF YOU’RE BRAVE ENOUGH TO START, YOU’RE STRONG ENOUGH TO FINISH. Se sei abbastanza coraggioso da cominciare, sarai abbastanza forte da arrivare alla fine.
Una botta di felicità alle 7.30 del mattino era quello che mi serviva.

Penso che valga per ogni impresa. Praticare uno sport, mettere su famiglia, cambiare lavoro, smettere di fumare, studiare, dar vita ad un progetto… ti serve pazienza, determinazione, capacità di affrontare gli imprevisti e inventare nuove strategie lungo il percorso. Ma nei momenti in cui molleresti tutto, devi ricordarti il coraggio che ti è servito per iniziare, e sapere che sei forte abbastanza per portare a termine il percorso.

E poi penso a me. Sono arrivata qui quasi tre anni fa per ripartire da zero. Prima la ricerca di lavoro, poi i part-time nelle pulizie, poi l’incontro con l’agenzia, da un anno a questa parte incarichi di illustrazione per l’editoria scolastica inglese, progetti dove hai pochissimo margine creativo e sei uno delle decine di artisti in una specie di catena di montaggio, ma va bene così, facciamoci le ossa (possibilmente prima dell’arrivo dell’osteoporosi).
Pochi giorni fa una nuova proposta. Uno Story book
È un libro piccolo, è destinato all’esercizio della lingua e quindi non è un Picture book come vorrei, ma è illustrato interamente da me, compresa la copertina. 
Posso dire che sia mio, ed è il primo incarico del genere qui in UK.


“Dicette o pappice vicino a’ noce: ramm’ o tiemp’ ca te spertose”. 
Non è antico celtico, è un proverbio delle mie parti. 
“Disse il verme alla noce: dammi tempo che ti perforo”

Forse non è un incoraggiamento adatto per la corsa, ma quel vermetto lì mi è sempre stato simpatico.

giovedì 7 maggio 2015

Dear David Cameron

You don't know me. We've never met.
I'm an immigrant, a European, or more specifically, one of the PIGS. Now, don't make that face, please, I know we're a real headache for you at the moment. But it's not my fault if your plans to cut immigration failed because you were watching the east and masses of us sneaked in from the south. We didn't plan it, I promise. We are the proof of your failure, but we honestly didn't do it on purpose.

I just wanted you to know that I understand. When immigration soars like this, it's always hard to adapt, things get a bit tense, fear and suspicion take hold. It's never easy. People worry. I know Nigel Farage is giving you a hard time, garnering support like he does, appealing to people's worst instincts rather than their sense of reason. He offers quick fixes to complex issues. Are things in a mess? Blame the immigrants! Let's take our country back, and to hang with Europe. It just fills our Union with foreigners who come here to steal our jobs! He has all the right rhetoric (reminds me of someone in Italy).
The difference is, David, that Nigel Farage is an "extremist", he can badmouth foreigns as much as he likes. You need to be a little more diplomatic.

So, you promised that if you are Prime Minister after the election, you'll negotiate to reform the European Union and Britain's relationship with it, starting with the issue of free movement. And if that doesn't work out, you're not ruling anything out. In that case, European citizens will be required to leave if they haven't found work within six months and they can only apply for welfare payments after living here for a minimum of four years.

Between you and me, that might sound good for the voters but are you sure you can afford it? Will it really deter European immigration?

Of course, there's no getting away from the fact that you have a great welfare system (compared to where I come from) that's sometimes exploited. But what's your quick fix? Cut benefits to immigrants! If they can't find a job, send them packing, we don't want scroungers here.
The painful but potentially more effective solution is: if it's scroungers you're after then maybe you should look closer to home. There are people already in the country who spend their lives on benefits, some even have children just to get a council house, choosing to live out their existences at the state's expense. You'll find far fewer amongst European immigrants, especially those from the southwest corner, most of whom come to Britain with one main goal in mind: to build a future.

I'm not just pretending to know about these things, I've studied the figures. A CReAM study showed that rather than draining Britain's finances, European migrants actually pay more in taxes than they receive in benefits. The co-author of the study also said that new migrants from western and southern Europe were exceptionally well qualified. To recreate the same level of "human capital" the UK would have had to spend £7 billion on education.”

So that's the point right there, dear David, we're capital (I think you'll like that word). We may be a problem but we're also an enormous resource, if you manage us properly.


I'll tell you a little bit about my own experience.  It might not be everyone's, but it'll help you to understand. I used to work, work, work, but it was impossible to earn enough to survive. What about state support, you say? Forget it, the state in my country seemed to be doing everything in its power to drag me even further down. 

Do you know what welfare I relied on? Where my benefits came from?

From my family. The people who kept a roof over my head for as long as they could then tried to be there for me whenever I needed help; my mother-in-law with bags of groceries, a neighbour who'd bring me fish, friends who'd repair my PC without charging me, you know, the kind that say, "don't worry about the money, my shout this time."
My welfare net, the only one that really works in Italy, was the family network I was born into and the network of relations I built for myself, of the meaningful, help each other out in a crisis kind, the human bonds that meant I've never felt alone. Do you really think I'd have left all that to live on your benefits?
What I was looking for was the chance of a future I can't have in Italy. Not benefits.

When I arrived, I didn't know anything about benefits. It was only when I tried to sign up for a free English course that I was told I could only take it if I was on them. That's how I ended up on the Jobseeker Allowance, the system that helped me to survive for a few months while I looked for work, took some courses and even got some glasses so I could read better. 

Dear David, I'm really grateful for everything I received but let me tell you, it certainly wasn't easy and it didn't make me feel good.
It felt like begging.
Appointments at the job centre were excruciating; not being able to bring my advisor good news was frustrating, I felt like I was being judged, I was inadequate, and forced to follow procedures that were rigid to the point of absurd.

I had my share of suprises along the way too: when I got my first interview I was sent to a shop where I could buy (with your government's money) some interview clothing. I felt like crying, I just wanted to hug my advisor the way I would've hugged my mum.
When I got my first job as a cleaner I said my farewells and thanked everyone.
I'll never be able to thank you enough for what you did for me but I sincerely hope I never have to set foot in a job centre ever again.

I'm self-employed now, and very proud of having submitted my first tax returns and made my first monthly national insurance payment. So, you can stop worrying David, your money was well spent.
My partner has been working for two years as well, his boss is happy to have found someone with his skills and such an enterprising spirit.
He pays national insurance too, and that's great, but what if he were to lose his job before the four years are up? Or if he can't find anything else quick enough? We would have to leave, wouldn't we, and that would make the whole investiment you made in me pointless, and my investment in you, when I brought what little savings I have to your country.

If you ask me, cutting benefits won't stop Italians from coming, because that's not what they're after.
If they just wanted to get by, they'd stay at home with mamma.
You need to target our other weaknesses, but without appearing to be against immigration. Maybe you could invent some new public order laws and use them to arrest or deport anyone who claps when their flight touches down on British soil. Or set new noise limits for loud voices in public places, then fine anyone who exceeds them; three fines tops and they're out.
Just wait and see how many Italians that gets rid of!

But, jokes aside, do you really want us to go? In other words, do you really not need us?

The International Business Times says you cannot do without immigration if you want a stronger economy. Immigration is the cheaper option given that birth rates are so low in the UK and the native population is getting older.  Immigrants are usually adults who come ready-educated and ready to work. There's no need  to invest in their education and training. It's like the full package turning up at your door, ready to fill skill gaps in the UK, set up businesses and create - not take - jobs.

So, you were just joking, weren't you? Go on, you can tell me, it was just bit of pre-electoral fun, wasn't it?
I realize uncontrolled immigration is dangerous and that you could end up with all sorts, rotten apples included, and they need to be stopped. But there has to be a better way.
Like tightening up the grey area, the time it takes for a foreigner to integrate, settle and look out for him or herself.
The money you want to save in benefits could be invested in creating more advisors in that amazing National Career Service you have that helps foreigners to understand the rules, to work out how the labour market works, how to write a good CV, and how to get on a career path.
Set up new English courses. I realize we should learn the language before we come but language really is what makes full integration so difficult so help people to learn it quicker. I know, I've been through it.

I can't emphasize it enough, David. If this country were to stop being the open nation you so proudly call it, what a great pity that would be. 

Yours sincerely,

Monica

(this is the English version of my previous post. Thanks indeed to Denise Muir for translation)

mercoledì 29 aprile 2015

Caro David Cameron

David-Cameron-Immigrant-speech-Portrait-monicauriemma
Non abbiamo il piacere di conoscerci,
sono un’immigrata, europea, precisamente PIGS*. Adesso non fare quella faccia, please, so che per te siamo un bel problema. Ma non è colpa mia se il tuo piano di taglio all’immigrazione è fallito perché ti preoccupavi degli extracomunitari e ti hanno invaso dall’Europa, guardavi ad est e siamo arrivati noi dal sud. Ti giuro che non ci siamo messi d’accordo. Siamo l’emblema della tua sconfitta, ma credimi, non l’abbiamo fatto apposta.

Volevo solo dirti che io ti capisco. L’aumento rapido dell’immigrazione porta sempre problemi di adattamento, tensioni, insomma non è semplice. La gente comincia ad essere preoccupata.

So che Farage dell’UKIP ti sta facendo venire la gastrite. Lui è bravo a prendere consensi parlando direttamente all’istinto, senza passare per il cervello; offre soluzioni elementari a problemi complessi. Le cose non vanno bene? Colpa degli immigrati! Riprendiamoci la nostra Patria, e fanc… a questa Europa che ci riempie di stranieri che ci rubano il lavoro! Un vero campione di retorica (mi ricorda qualcuno in Italia…). 
Solo che lui se lo può permettere, è “estremista”, tu devi avere un po’ più di aplomb.

Allora hai promesso che se ti rieleggono rinegozierai i termini dell’appartenenza all’Unione Europea cominciando dalla libertà di movimento. E se questo non sarà possibile, allora non escludi nulla. Poi i cittadini europei saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza e potranno chiedere i benefits (sussidi per la sopravvivenza) solo dopo aver vissuto, lavorato nel paese, e pagato tasse, per quattro anni. 
Detto tra noi, magari va bene per i tuoi elettori, ma sei sicuro di poterlo fare? E sei sicuro che funzioni da deterrente per tutti gli immigrati europei?

Premetto che voi avete un sistema di welfare invidiabile per alcuni aspetti (almeno rispetto a quello da dove provengo io) che però presenta dei problemi di “parassitismo”. 
La risposta elementare è: togliamo gli aiuti agli immigrati! Se non trovano lavoro tornino a casa loro, che di parassiti non ne vogliamo.
La risposta complessa, dolorosa, ma forse più esatta è: se cerchi parassiti forse ne troverai di più tra i tuoi concittadini inglesi che praticamente vivono una vita On Benefit, fanno figli per avere una casa popolare e si trascinano tutta l’esistenza così; molti di meno tra gli immigrati europei, specialmente da quelli del sud-ovest che vengono qui per uno scopo: costruirsi un futuro.

Non è che mi sia improvvisata esperta, è che ci sono varie ricerche, come questa del  CReAM riportata in un articolo del Guardian:  I migranti europei pagano molte più tasse di quanto ricevano in benefits. Quelli provenienti dall’ovest e dal sud dell’Europa in particolare, hanno un’istruzione più alta della media dei nativi, e l’UK dovrebbe spendere miliardi in istruzione per arrivare allo stesso livello di “capitale umano”
È questa la chiave, caro David, siamo capitale (una parola che deve piacerti, lo so). Un problema, ma anche un’enorme risorsa, se riesci a gestirla.

Ti porto la mia esperienza, che certo non vale per tutti, solo per aiutarti a capire. Nel mio paese lavoravo come un mulo senza guadagnare abbastanza per sopravvivere. Aiuti statali? Lo stato sembrava mettercela tutta per affossarmi ulteriormente. 
Sai quali erano i miei Ammortizzatori Sociali, i miei Benefit? 
La famiglia, che mi ha dato un tetto sulla testa finché ha potuto e dopo c’è sempre stata in caso di bisogno; la suocera che si presentava con la spesa fatta per me; il vicino che mi regalava il pesce fresco; gli amici che mi riparavano gratis il computer; quelli che: non ti preoccupare per i soldi, ci penso io
Il mio welfare, l’unico che funzioni veramente in Italia, era il tessuto affettivo in cui ero nata e che mi ero costruita, le relazioni profonde di mutuo soccorso, i legami veri grazie ai quali non mi sono mai sentita sola… Credi davvero che avrei lasciato tutto questo per sopravvivere di sussidi? 
Quello che io cercavo venendo qui era progettare un futuro impossibile in Italia. Non i benefit.

Quando sono arrivata qui, dei sussidi non sapevo niente. Cercando un corso gratuito d’inglese ho scoperto che potevo farlo solo se ero “On Benefit”. È così che sono entrata nel Jobseeker Allowance, il sistema che per qualche mese mi ha consentito di fare la spesa senza affanno mentre cercavo lavoro, frequentare il corso e perfino prendere gli occhiali per vedere alla lavagna.

Caro David, io ti sono molto grata per questi mesi, ma ti dico che non sono stati facili, ho provato molto disagio. 
Perché a me sembrava di chiedere la carità. 
Gli incontri al Job Centre erano una piccola tortura, non riuscire a portare buone notizie alla mia advisor era frustrante, mi sentivo giudicata, inadeguata, ero costretta a seguire procedure rigide e a volte assurde. 
Certo non sono mancate le belle sorprese:  quando ottenni la prima interview mi fu indicato un negozio dove acquistare (a spese dello stato!) un abito formale adatto. Volevo piangere credimi, volevo abbracciare l’advisor come fosse stata mammà.  
Appena trovato il primo lavoro come cleaner salutai e ringraziai tutti. 
Ti sono infinitamente grata ma spero di non dover mai più rimettere piede in un Job Centre.

Ora sono una self-employed molto fiera di aver fatto la mia prima dichiarazione dei redditi, pago il mio bel contributo mensile al tuo welfare, insomma, stai tranquillo, quei mesi sono stati ben spesi. 
Il mio compagno lavora, da due anni, il suo capo è felice di aver trovato uno con il suo spirito d’iniziativa e le sue qualità. 
Anche dalla sua busta paga c’è una trattenuta per il welfare, il ché va benissimo, ma se dovesse perdere il lavoro per qualche motivo prima di quattro anni? E se non riuscisse a trovare niente velocemente? 
Pensa se fossimo costretti ad andar via. Allora sì che l’investimento che tu hai fatto su di me, e che io ho fatto su di te, portando i miei pochi risparmi qui, sarebbe stato inutile.

Secondo me togliere i benefit non scoraggerà gli italiani che vogliono partire, perché non mirano a quello. Se volessero arrangiarsi starebbero ancora a casa di mammà. 
Devi trovare altre strade che colpiscano i nostri punti deboli senza sembrare contro l’immigrazione. Inventati nuove leggi sulla quiete pubblica che puniscano con l’arresto o il rimpatrio chiunque applauda all’atterraggio dell’aereo su suolo britannico. Oppure metti un limite di decibel al volume della voce nei luoghi pubblici, multe a chi lo supera e dopo tre volte espulsione. 
Vedrai quanti italiani eliminati!

Ma, seriamente: vuoi davvero che sgombriamo? Cioè, davvero non ti serviamo?

Il quotidiano economico International Business Times dice che tu vuoi un’economia più forte ma non puoi averla senza immigrati, e secondo lui tu lo sai perfettamente
Dice che l’immigrazione è il mezzo più semplice e a buon mercato per far crescere la tua economia. Perché il tasso di natalità è basso e la popolazione nativa sta invecchiando. 
Perché gli immigrati sono in genere adulti che arrivano istruiti, qualificati e pronti a lavorare, così non devi investire in istruzione e formazione. 
Sono una sorta di “pacchetto completo” che ti si presenta alla porta, pronto a riempire le molte lacune di tua competenza (come il buco nell’NHS), dar vita a nuove imprese e creare - non prendere - posti di lavoro.

Allora stavi scherzando? Dai, a me puoi dirlo, è un diversivo pre-elettorale?

So che il flusso incontrollato è pericoloso, so che ti può arrivare di tutto, mele marce comprese, e quelle vanno fermate.  
Ma ci dev’essere una strada migliore per tutti. 
Per esempio diminuire la “zona grigia”, il tempo di ambientamento , in cui l’immigrato ancora non si è integrato. 
I soldi che vuoi risparmiare in benefit, investili nel potenziare il sistema di advisor del fantastico National Career Service, che mette in condizioni uno straniero di comprendere da vicino le regole e il mercato del lavoro, di compilare un buon CV, di capire quale strada scegliere. 
Aumenta i corsi d’inglese, perché lo so che uno dovrebbe impararlo prima, ma la maggiore difficoltà di integrazione parte dalla comunicazione. Io lo so, ci sono passata...

Te lo dico col cuore, se questo paese non fosse più un’ “Open Country”, come una volta hai detto, sarebbe un peccato.


Yours sincerely,

Monica


*Portoghesi, Italiani, Greci e Spagnoli; simpatico acronimo coniato dal quotidiano Sun

Qui ci sono articoli interessanti sulla questione:
Repubblica.it
Qui il discorso completo di Cameron: bbc.co.uk

Rap di CassetteBoy creato dai discorsi di Cameron, Farage & Co, geniale...

mercoledì 3 dicembre 2014

Shang Dynasty (primo: capire il Brief)

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Shang Dynasty-Wordsmith-family-detail-monicauriemma

Avviso a tutti gli illustratori: Il passaggio dall'editoria italiana a quella inglese può essere un trauma, soprattutto se devi lavorare per la scolastica (e non sei abituato, come me).

Prendo ad esempio uno dei miei primi lavori inglesi: due illustrazioni riguardanti la Dinastia Shang per un e-book dal titolo: “Wordsmith”,  PearsonEducation.

Il primo grosso problema è il Brief (o LA Brief, come dico io, tanto in inglese è uguale…), cioè la descrizione del lavoro, che è una contraddizione in termini perché Brief viene da BREVE, e in molti casi è più lunga del testo del libro in questione.

Io vengo da un mondo in cui ti viene dato il testo, le misure, e al massimo un in bocca al lupo (lasciandoti a volte in balìa di dubbi amletici sull’interpretazione) e mi ritrovo qui dove ti dicono che tipo di paesaggio vogliono, gli oggetti, gli animali ,quanto è verde l’erba, chi c’è, di che età, razza ed estrazione sociale, cosa sta facendo, come è vestito e magari dov’era stato il giorno prima e come si chiama il suo cane… è spiazzante!

Tanta precisione nelle richieste ti obbliga ad un’accurata ricerca e documentazione visiva, ma, in questo caso, hai beccato la Dinastia Shang (1600-1000 a.C.), così antica che le immagini sono pochissime e così “sfigata” che nessuno si è degnato di farci un film, che so, pugnali volanti, tigri e dragoni, quella roba lì. 
Passi le ore a interrogarti sulla forma dei cesti di vimini di 3000 anni or sono, e non è piacevole.

Comunque, immergersi in un altro luogo e in un altro tempo è sempre un’avventura straordinaria per me, è quasi la parte più bella del lavoro, sei travolta da stimoli visivi, informazioni, e più cerchi e più trovi, anche se in questo caso i problemi legati al poco tempo a disposizione e al fatto che molti dei miei libri di riferimento fossero ancora in Italia, mi hanno fatto perdere un po’ la bussola.


Ecco il prodotto delle mie fatiche:

Illustrazione-pittura cinese-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-family-monicauriemma

La prima tavola doveva imitare una pittura cinese antica, con un nucleo familiare in un interno, genitori, nonni, zii e pargoli di varie età, in una precisa posizione gerarchica, lasciando alcuni spazi per il testo, dentro una cornice di bronzo stile Shang.

Per capire alcuni passaggi del Brief ero costretta ad affidarmi a Google Traduttore che non solo si ostina ad ignorare il genitivo sassone, ma, ormai ne sono certa, fa uso massiccio di droghe: “a narrow-cuffed tunic” viene tradotto come “una stretta ammanettato tunica” e “long hair  should be wearing it up in buns” è tradotto come “capelli lunghi dovrebbero essere lo indossa in panini”
Ma come vestivano strano questi cinesi, tuniche con le manette e panini sulla testa? 
(le manette in realtà sono risvolti o polsini e i panini sono shignon, ma mi ci è voluto un po’ per capirlo…)

Imitare la pittura cinese, è una parola! E’ un meraviglioso universo parallelo: dimentica la prospettiva come la conosci, la tridimensionalità e il chiaroscuro, lavora di sintesi, di decorazioni, non mettere le ombre…  ci sono riuscita solo in piccola parte, cercando volti, pose, acconciature, ho preso qualche scivolone, il risultato è un evidente compromesso, ma, insomma, non è malvagio.

I clienti si sono detti soddisfatti: “the frame really looks like it's made of bronze!”.  

Illustrazione-pittura cinese-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-family-detail-monicauriemma
La cornice è in realtà la somma di un disegno a matita che imita una decorazione Shang (l’unica cosa che non manca alla documentazione del periodo sono i vasi in bronzo, vasi, vasi, tanti vasi…), una texture fatta a tempera acrilica su vecchia tavoletta di legno, qualche ombreggiatura e il mio genio creativo, of course…  ;-)

La seconda tavola è una scena di campagna, che mostra coltivatori di miglio al lavoro, padre e figlio, con cani, pecore, un aratro in pietra tirato da buoi, una capanna e in primo piano un baco da seta, il tutto condito da un testo piuttosto fitto.
Shang Dynasty-Wordsmith-farm-scene-monicauriemma
Ecco le domande che ti assalgono: che forma avranno le scarpe di paglia di un contadino Shang? E l’aratro di pietra tirato da buoi sarà accompagnato da uno o più uomini? Com’erano le capanne 3000 anni fa? E le pecore cinesi? Siamo sicuri che fossero come quelle che conosciamo noi? (Non lo sapevate? Sapevatelo!)

Illustrazione-Shang-Dynasty-scena di campagna-particolare-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-farm-scene-detail-monicauriemma
Per gli abiti il Brief mi chiedeva: “loose cotton shirts (made from cotton) and trousers made from hemp with shoes made from straw”. E mi raccomando, le bluse in cotone, i pantaloni in canapa e le scarpe in paglia, che se mi accorgo che hai fatto le bluse in canapa e i pantaloni in cotone sono guai!

Ragazzi, forse non sapete con chi avete a che fare: fin da quando lavoravo in teatro avevo l’abitudine di salvare dalla distruzione piccoli scampoli di stoffa di ogni tipo, tutti scannerizzati e finiti in archivio. 
Voi volete la canapa? E Monica vi da la canapa. Voi volete il cotone? E Monica vi da il cotone! 

Comunque è andata, dopo un paio di discussioni via mail sulla lunghezza dei capelli del ragazzo, ce l’abbiamo fatta, tutti contenti, illustratrice stremata ma appagata e perfino pagata.

P.s. Altro consiglio per gli illustratori italiani: 
non vi azzardate a nominare i files con dei titoli fatti di parole comprensibili, tipo “Farmer Scene” o “Family Scene”, come stupidamente avevo fatto io. 
Qua è tutto regolato e codificato, le illustrazioni sono centinaia, da vari illustratori, e bisogna avere un codice di identificazione (e poi gli inglesi se non usano abbreviazioni si sentono male…) perciò le mie tavole si intitolano, molto poeticamente: R3_Yr4Shang_S6 e R3_Yr4Shang_S7 

mercoledì 24 settembre 2014

Del Rispetto o della Guerra Fredda

Illustrazione per La Bottega dei sogni perduti-monicauriemma
Il Signor B. "La Bottega dei sogni perduti" Lavieri Edizioni. Testo Manuela Salvi
Sono particolarmente sensibile a tutto ciò che rimanda alla parola rispetto nelle sue varie accezioni. Forse perché nella mia storia personale ho dovuto “ricostruire” il rispetto per me stessa. Forse perché una delle ragioni per cui sono emigrata è che vedevo il mio lavoro continuamente disprezzato, svalutato, avvilito.
Insomma sull’argomento ho le antenne tese e osservo con molta circospezione. 

Non posso dire di essermi fatta un’idea chiara di come funzionano le cose qui, almeno nel mondo del lavoro. 
Certo la cortesia con cui vieni accolta, i continui ringraziamenti per quello che fai, l’idea che ti viene trasmessa, di essere un elemento prezioso, piuttosto che la desolante sensazione di dover continuamente ringraziare tu per lavori massacranti e magri compensi, sono un punto a favore del Regno Unito. 
D’altra parte questa può essere solo la superficie, ho ascoltato da amici più di un episodio poco simpatico. 
Comunque ho raccolto qualche indizio.

Parto da un episodio accadutomi in uno dei miei lavori come cleaner
Un giorno avevo difficoltà a sbloccare una porta chiusa, cerco di spiegare il problema al portiere dello stabile (mio diretto referente per quel lavoro), ovviamente ci metto una vita con la mia fantastica proprietà di linguaggio. 
Mentre inciampo sulle parole, lui spazientito si alza di scatto, mi chiede di mostrargli il problema, sblocca il meccanismo della porta e se ne va sbattendola e blaterando qualcosa di incomprensibile. 
Io gli chiedo scusa senza sapere bene per cosa e torno al lavoro, un po’ arrabbiata in verità. Che scortesia! E che ti ho fatto?! Va bene che mi esprimo male ma un minimo di pazienza!

Alle dodici mi raggiunge il Building Manager. Mi fa: - Ti chiedo scusa per il comportamento del portiere, devi perdonarlo, è in un brutto periodo…- io, decisamente stupita, minimizzo: -Sì, lo vedo un po’ strano, comunque è tutto a posto, non c’è problema-. Fine. 
Ma continuo a rimuginare. 
Il “capo” che si scusa con l’ultima arrivata per una cosa che neanche ha fatto lui e che in teoria non dovrebbe sapere, non era presente e io non ne ho parlato…
Chi gli ha raccontato l’accaduto? 
Evidentemente il portiere, e perché? Che senso ha? 
Cos’è, una specie di codice d’onore tipo Samurai? Talmente buono d’animo e sensibile che, roso dal rimorso per avermi maltrattata, non ha avuto il coraggio di scusarsi di persona ed è andato a confessare il suo peccato al BM?
Possibile, ma più verosimilmente, perché si è reso conto di aver fatto una cazzata che poteva portargli delle conseguenze e questa era la cosa migliore da fare per lui.

Ho messo insieme un po’ di informazioni e riflettuto su due cose:

Primo: qui, anche l’ultimo della gerarchia (una cleaner, straniera, con un contratto temporaneo di pochi giorni, come me, per esempio) ha diritto alla massima gentilezza, e in caso contrario ha il potere, attraverso il complain (il reclamo, la lamentela) di far passare un brutto momento a colleghi e superiori. Avrei potuto semplicemente lamentarmi per rendergli la vita complicata. I comportamenti scorretti o arroganti non sono tollerati. La parola “rispetto” dunque, ha un senso molto preciso.


Secondo: qui si evita lo scontro diretto, ad ogni costo
C’è tutto un percorso da fare: se hai un problema col collega, non parli con lui ma col supervisor, se hai un problema col coinquilino parli col proprietario, se la cleaner non pulisce a dovere non glielo dici ma ti lamenti con la ditta ecc… 
Tutto questo ha il nobilissimo intento, credo, di allentare le tensioni ed evitare conflitti, soprattutto tra persone di nazionalità e culture diverse che coabitano lo stesso luogo. 
Tra te e lo scontro si pongono una serie di filtri per cui diminuisce il pericolo di violenza, i tempi si diluiscono, azione e reazione si allontanano. 
Fantastico, sicuramente, ma c’è un rovescio della medaglia. 
Assisto ad una specie di svuotamento di responsabilità
Io sono arrabbiata con te ma non te lo dico in faccia, vado a riferirlo al tuo superiore e magari rincaro la dose. Come alle elementari: glielo dico alla maestra. 
Questi a sua volta riprende il subalterno (ma non prendertela con me, non è colpa mia, mi hanno fatto un complain ) . 
Ho potuto osservare da vicino questa pratica quando il responsabile, in un altro condominio dove ho lavorato, nel corso di una riunione stava molto attento a rimproverarci tutti (gruppo di cleaners) con una serie di giri di parole, precisando che lui riportava solo le lamentele di un inquilino e che con l’inquilino ci difendeva; ero quasi ammirata dal sapiente uso delle parole per far trapelare il messaggio dal non detto. 
Così noi, a nostra volta non potevamo arrabbiarci con lui perché "ambasciator non porta pena"… Insomma… 
Io non sono una litigiosa, ma, sarà che sono del sud, sono cresciuta diversamente. 
Credevo che mettere in mezzo altre persone quando hai un problema con qualcuno, fosse infantile, credevo che certe questioni si potessero sbrigare col diretto interessato senza stare a scomodare i superiori. 
Nell’universo mentale in cui ho vissuto finora, io non ci penso proprio ad andarmi a lamentare per un unico episodio di scortesia, al limite dico alla persona: - Amico, ma che problema hai? - Abbi pazienza, oggi ho la luna storta - Non c’è problema - una pacca sulla spalla e tutto finisce lì, in 5 minuti, senza stare a scomodare l’intero management. 
Ma a pensarci bene potrebbe andare diversamente: -Amico, ma che problema hai?- E lui mi sferra un pugno sul naso perché nella sua cultura questa è un’offesa che si lava col sangue. 

Meglio che mi abitui ad un comportamento che evidentemente assicura, se non la pace, almeno una “guerra fredda” senza spargimento di sangue (ma con una fittissima rete di spie e delatori). 

Forse un liberatorio vafanguuuuu…. ogni tanto non sarebbe male.

mercoledì 17 settembre 2014

It’s a Job! N°4: Tipi di Fauna Nobiliare

Uscita dalla cittadella maledetta, ecco un nuovo incarico, un mese circa, settembre 2013. Cleaner/Caretaker, cioè avevo anche mansioni di custode, smistavo la posta ecc... full-time, anche il sabato mattina. E il tempo per disegnare? (coltivavo sempre l’assurda pretesa di voler fare l’illustratrice, che matta…) Mi chiedono di fare un eccezione solo per quella volta.

Zona Sloane Square, di quelle dove cercare un Tesco per comprare un po’ di detersivo è un’impresa disperata, ma puoi trovare Tiffany e Cartier, casomai ti fossero finiti i collier di diamanti. Nella galleria d’arte all’angolo ho anche visto un Gainsborough e un paio di Picasso e Braque buttati lì, tanto per appendere qualcosa in cameretta.

Otto ore di lavoro per degli incarichi che, a voler esagerare ne richiedono al massimo 3, ma devi essere costantemente reperibile per eventuali consegne o problemi, e a differenza della caretaker titolare tu non hai un appartamento lì dove essere rintracciata al citofono, e neanche un posto dove riposare (tranne una sediolina sghemba nei sotterranei) non puoi sentire musica, niente internet. La giornata diventa eterna. 
Allora ti inventi delle occupazioni, lavi le scale esterne tutte le mattine anziché due volte alla settimana. Pulisci gli interstizi delle ringhiere fino a lucidarli, ti accanisci sugli ottoni del cancello d’ingresso, (piuttosto trascurati in verità) e decidi che torneranno come nuovi, compresi tutti i riccioli rococò. Diventi una maniaca del pulito tuo malgrado. 
Una delle condomini una volta mi ha detto: -Non abbiamo mai avuto il palazzo così pulito, I can tell you! -(Ti credo! ma la giornata dovrà pur passare...)


Potevo però osservare attentamente la fauna umana del palazzo, che presentava aspetti piuttosto interessanti. Innanzitutto c’erano dei veri inglesi, cosa sempre più rara a Londra. Affibbiavo nomignoli per ricordare a chi dare la posta e prendevo schizzi veloci di quei volti che mi ricordavano tanto le illustrazioni di Quentin Blake
Sketchbook monicauriemma-LadyCandida
Gli unici che non avevano bisogno di soprannomi erano Sir Roderik (Roderik Francis Arthur, per la precisione, segue Earl of Xxx  che ometto per la privacy) e Lady Candida
Ricevevano ogni giorno moltissime lettere, buona parte delle buste vergata a mano con quelle calligrafie svolazzanti che adoro, (rimpiangevo di non avere uno scanner a portata di mano…). 
Mai incontrati purtroppo, stavano ristrutturando il loro enorme appartamento ed evidentemente erano in un’altra residenza. Dal secondo piano un andirivieni di tappeti dalle dimensioni esagerate, antiquariato vario e profluvi di fantasie a fiori
Un giorno arrivano i cataloghi Ikea, li guardo sconsolata sapendo che la loro fine sarà tra i rifiuti (dispero di trovare amanti del design cheap svedese tra i condomini) e invece due giorni dopo, sorpresa! Ne mancavano due! Magari la nobiltà britannica in ristrutturazione si è fatta tentare da una bella libreria Billy
Una mattina ho avuto un’apparizione. Nell’androne incrocio una donnina minuta con cappello e sciarpa neanche fossimo in pieno inverno, il suo volto era quasi una maschera. Ho deciso che era lei: la misteriosa Lady Candida, venuta in incognito a controllare lo stato dei lavori.

Sketchbook monicauriemma-Il Politicante
Il Politicante. Elegantissimo nel suo gessato grigio, capello brizzolato, gentile ma sbrigativo, uno di quelli abituati a dare ordini. 
Mi ero convinta (senza averne nessuna prova), che tutti giorni alle 9 andasse in Parlamento, camera dei Lords, naturalmente. 
Una mattina mi chiede qual è la mia lingua madre, gli rispondo l’italiano e lui - How do you say “waste”in Italian? Frenchs say “ordures”,Germans say…- segue un elenco della parola in varie lingue. 
Credendo che sia semplicemente interessato ad arricchire il suo già impressionante vocabolario, dico –IMMONDIZIA-  scandendo il più possibile le doppie. Lui, in italiano – MATTINA-IMONDIZIA-ORE-OTTO! Ok? -E si volta per allontanarsi. - Of course, Sir, every morning I take the waste eight o’clock! -  gli balbetto dietro, un po’ sorpresa. 
Ritiravo sempre i sacchetti puntualissima e li stoccavo nei sotterranei in attesa della raccolta settimanale. Ma perché mi aveva detto questo? Torno in perlustrazione e trovo in bella mostra un sacchetto lasciato da sua sorella, appartamento adiacente, la quale mi sorride e si scusa con nonchalance per il ritardo. Resto lì a bocca aperta. 
Cara signora, sono le 9, ca@@@, sono passata due volte, capisco che ti sei svegliata tardi, potresti fare la fatica di arrivare fino all’ascensore e stoccare tu stessa il sacchetto vista l’ora, come fanno gli altri, ma non hai proprio rispetto del mio lavoro?  Tuo fratello ha già stabilito che mi sono macchiata di grave reato e si è prodotto in un esercizio di stile per potermi strigliare con classe. Ma che bella famiglia! 
Le parole mi restano in gola, troppo difficile, e non mi è assolutamente consentito litigare o prendermi troppa confidenza.
Io sono cresciuta soffrendo di quello che definisco “classismo al contrario”, un’istintiva antipatia per i privilegiati, quasi che essere ricco fosse una colpa di per sé, poi ho conosciuto parecchie persone, esseri umani, al di la dell’etichetta che gli avevo appiccicata addosso e credevo di essermi piuttosto liberata da questo pregiudizio, ma ragazzi, voi due ce la state mettendo tutta per farvi odiare! Avrei voglia di farvi “lo strascìno” (in napoletano, trascinare per i capelli). Ovviamente non è una via praticabile.
Caro Politicante, mi hai colpita proprio nel mio punto debole, il linguaggio (il che mi fa sentire tremendamente inferiore), mi costringi a sfidarmi sul terreno pericoloso della comunicazione, ma devo risponderti. 
Il giorno dopo, col mio migliore sorriso: -I’m really grateful, Sir, for yesterday. In fact, thanks to your suggestion, I discovered that someone on your floor, put the bag out after the time allowed, and after I went to collect-, (Le sono molto grata per ieri. Infatti grazie al suo suggerimento, ho scoperto che qualcuno al suo piano, mette fuori il sacchetto dopo l’orario consentito, e dopo che io sono passata per la raccolta)  
Niente male Monica, una trentina di parole in fila senza bloccarti, magari imperfette ma l’alternativa era: la prossima volta IMONDIZIA ORE OTTO dincello a’ssoreta! E non era il caso.  
Ha risposto con un hum… 
La cosa assurda è che gli ero grata davvero, per essere stato occasione di sfida con me stessa, ora che gli avevo parlato guardandolo negli occhi mi era quasi più simpatico.

Sketchbook monicauriemma-Il Mago
Uno che mi piaceva tanto era IL Mago. 
Signore anziano che incontravo più volte al giorno, entrava e usciva non si capiva mai bene da dove, spesso usava le scale di servizio, talvolta mi compariva alle spalle, sempre gentile, con uno sguardo luminoso e furbetto, facevamo brevissime ma amabili conversazioni, era pieno di humour e sembrava sinceramente preoccupato per la mia schiena, mi diceva spesso Don’t kill yourself!















Sketchbook monicauriemma-La tenera svagata
La tenera svagata
Gentile signora sulla settantina che un venerdì mi chiama preoccupata, sta per andare in campagna per le vacanze e si è accorta che mancano elettricità e linea telefonica, le presto il mio telefonino per chiamare la figlia e assisto ad una lunga conversazione che sembra presa da un romanzo d’appendice: le viene consigliato di non toccare niente e uscire, e lei si profonde in mille lunghissime scuse per aver disturbato la figlia, -Grazie sweetheart, tu sei la migliore figlia che una madre possa desiderare-, (ma davvero c’è qualcuno che parla così? Dalle mie parti si usa al massimo: -Statte ‘bbona a’mmammà! -) continua dicendo che la gentilissima caretaker (io) le aveva appena salvato la vita (!) prestandole il telefono (e se la conversazione continuava, glielo avrebbe strappato di mano…). 
Alla fine saluti e baci, rientro in possesso del mio telefono, un’elegante auto viene a prenderla all’ingresso. 
Mi saluta dicendo che l’unica fortuna, in quella giornata nera, era stata incontrarmi. -Things can only get better-  spiccico, ricordando una vecchia canzone. Poi scoprirò che la signora ha qualche problema di memoria. 
Telefono e luce sono stati staccati dai figli per il lungo periodo di vacanza, ma, ahimè, lei non lo ricordava. 
Sketchbook monicauriemma-Il Gentleman
Il Gentleman del primo piano
Età presunta: 120 anni. 
Ascoltava spesso musica classica, a volte mi fermavo sulle scale a goderne un po’, era talmente educato che quando lasciava il sacchetto dell’immondizia sull’uscio ci metteva un foglio di giornale sotto per evitare di sporcare la moquette, un vero Signore.

















Sketchbook monicauriemma-Il Mahatma del pian terreno
Il mio preferito era Il Mahatma del pian terreno. 
Indiano, abitava con moglie e figlio giovane, tutti gentilissimi, si fermava spesso a vedermi insistere su quell’ottone che non voleva venire perfetto (io ho cercato di dirglielo che non ero matta ma dovevo passare il tempo in qualche modo…), discutevamo di possibili strategie risolutive, un giorno se ne viene con un piccolo spazzolino bianco:- prova con questo per le parti più piccole -.
Un regalo che non ho dimenticato.














Ogni tanto facevo due chiacchiere col collega della scala a fianco. La nostra conversazione era piuttosto surreale. Lui Portoghese, affetto da seria balbuzie, io italiana, balbettante per mancanza di vocaboli. L’ultimo giorno mi dice che gli mancherà tremendamente il mio bellissimo sorriso con cui cominciava bene la mattina. Ho fatto mica conquiste? Guarda che io sono una donna anziana, fidanzata e molto seria, eh?