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mercoledì 30 luglio 2014

Improbabili Interviews n°6. The Last interview

Inizio estate 2013, a otto mesi dal mio arrivo a Londra mi ritrovavo a fare il punto della situazione.

Numero di agenzie d’illustrazione contattate: più di cento.
Numero di risposte positive:3.  
Agenzia n°1: dopo un incontro e un paio di mail entusiaste scomparsa senza lasciare traccia (ne ho parlato qui);
Agenzia n°2: mi propone di tenere le mie immagini in prova per sei mesi, ne sono passati 5 e non è successo niente.
Agenzia n°3: uno degli agenti accetta di incontrarmi e vedere il portfolio. Ci facciamo una lunga chiacchierata in un caffè. Mi disegna lo schemino sul mercato editoriale UK che vedete qui:

schema mercato editoriale inglese. monicauriemma

Il triangolo a sinistra rappresenta i libri da 1,99£ in su, la fetta di minore qualità, chiamati Value, i libri da colorare, ecc… al centro c’è la fetta di mercato chiamata Quality Mass, e a destra i libri da 10.99 in su, i Gift Books, quelli un po’ più di pregio. 
Da quello che vede, il mio lavoro avrebbe una collocazione dov'è l’asterisco cerchiato, cioè tra la fine dei Quality Mass e l’inizio dei libri pregiati. 
Dico: - Ah, non male! - E lui: - Non dovresti essere mica contenta! Questi sono i libri che si vendono poco o niente! Per guadagnare bene dovresti essere al centro…- Mentre medito sulla possibilità che il mercato mi voglia a tutti i costi postuma, lui mi dice che in ogni caso la loro agenzia tratta un target di età più basso del mio (età del lettore, non età dell’illustratore, che avete capito!) e quindi non potrebbero rappresentarmi in ogni caso.

Mi consolo strada facendo con una busta di patatine, torno a casa e trovo nelle mail la risposta ad una delle mie migliaia di applications per part-time di ogni genere; mi danno appuntamento per un’ interview: Food & Beverage  Associates,che suona benissimo e vuol dire Barman/cameriera (no, di nuovo?).

Si tratta di un importantissimo centro fitness,uno di quelli Luxury. Realizzo subito che non potrò fare affidamento sul mio fisico da urlo per impressionare l’interviewer.
Sedute su costosi divanetti, luci basse, arredamento ricercato, musica “thunz-thunz” in sottofondo, cominciamo la chiacchierata. 
Mentre la manager (italiana) mi spiega (in inglese) che il cibo e le bevande che servono sono assolutamente healty, no sugar and fat-free, io sorrido e trattengo impercettibilmente il respiro per tentare di nascondere (invano) la mia dipendenza da carboidrati e grassi. 
Mento spudoratamente su quanto mi piacerebbe fare un lavoro a contatto col pubblico. 
Mi guardo intorno: sono in armonia con l’ambiente come uno sgabello dell’Ikea in un salotto Rococò…
E anche quest’interview finisce, breve e indolore. Non mi chiameranno e io lo so, l’ho capito nei primi 30 secondi.

Dopo il magico mondo del fashion e quello del fitness mi chiedo in quale altro ambiente confortevole potrei cercare lavoro. Potrei lavorare in una discoteca, occuparmi di alta finanza, di armi, agente segreto?
In quel momento non so che di lì a poco comincerò una breve, intensa, ma decisamente “brillante” carriera.

Ve lo racconto nel prossimo post.

giovedì 5 giugno 2014

Improbabili Interviews n° 5. Un bell’applauso!

Maggio 2013. 
Nota catena di negozi di abbigliamento mi invitava ad un’Interview per un posto di Visual Merchandiser (vetrinista) nel loro punto vendita centrale ad Oxford Street. L’unica mia esperienza nel campo risale agli anni ’90 quando curavo l’allestimento di negozi e stands di alcune marche di abbigliamento, non è proprio lo stesso ruolo, ma, insomma, ci provo.

Ore 8,45: “Welcome to your assessment day as VM!” recita un cartello, mi aspettavo un colloquio, una tortura a tempo limitato, invece qualcosa mi dice che verrò sottoposta a prove di destrezza nelle quali ovviamente tendo a fallire, come quei tre manichini dall’aria sinistra, con un cartello: “Style me!”
Mi guardo intorno: tutte ragazze, molto giovani. Tre inglesi, il resto straniere ma qui da più tempo di me, sei lavorano già per questa company e lo si capisce da come si sentono a proprio agio (di male in peggio…)
Il supervisor, la general manager, la super/iper qualcosa e la …chennesò, si presentano brevemente con qualche battuta di spirito e ci mostrano un video di quelli motivazionali, dove capisci quanto sarà fantastico, gratificante e stupefacente lavorare per questa “grande famiglia”, ma sì, commuoviamoci tutti, sarà bellissimo essere insieme! Un bell’applauso! 

La general manager, sul quintale, nera, taglio di capelli cortissimo, liscio-riccio-rasato-ultimissima moda, ci dice: - Non siate nervose, questa non è una gara! Purtroppo, possiamo scegliere solo due di voi – due su dodici? E perché non dovrei essere nervosa? - Adesso ognuna di voi si alzerà in piedi, ci parlerà di sé, del proprio look, delle proprie scelte di moda e del suo stilista preferito. Partiamo da me… -  mentre spiega che lei si ispira a Missy Elliot e Byionce, penso: il mio LOOK??? Io e la moda non abbiamo mai legato granché; vuoi perché recito la parte di sono-un’artista-non-ho-tempo-per-le-frivolezze, vuoi per mancanza di fisico-soldi, considero la moda una cosa interessante da guardare, ma fuori dalle mie priorità. Non c’era un argomento più semplice? Tipo: l’evoluzione della gorgiera  dal ‘500 al ‘600? Quello almeno l’ho studiato! Le mie aspirati colleghe parlano di quanto il loro look sia “sexy” o “professional” e di Gucci e Prada (ma non era il Diavolo che vestiva Prada? Vade retro, Satana!). Io guardo sconsolata il mio completo blusa e pantaloni morbidi neri, unici capi con cui mi sento a mio agio perché non sottolineano troppo la panza, completati da foulard bianco e collana colorata tanto per non sembrare troppo a lutto, e comincio a sentirmi come Hugly Betty. 
Al mio turno riesco a malapena a dire che  il mio stile è “comfortable”: - Il mio stilista preferito è Armani. Ovviamente questo non è un vestito Armani – tutti a ridere… Alla fine di ogni intervento facciamo tutti un bell’applauso!

Ma ecco Giochi Senza Frontiere! (o per essere più contemporanei, Wipeout). Prime due prove: in  gruppi di 4 sorteggiati al momento, vestire un manichino in 10 minuti scegliendone il look e poi spiegarne le ragioni; allestire una parete con una tematica data da loro, in 15 minuti, sempre spiegandone le ragioni. 
Gli esaminatori osservano i rapporti di forza che si creano nei gruppi. Se cercano un leader NON lo troveranno in me, io lascio fare a quelle che sembrano più esperte, mi ritaglio ruoli gregari, soprattutto se non c’è tempo e mi cade la roba di mano. Difetto che costerà al mio gruppo un errore nell’allestimento della parete. Ci era stato chiesto lo stile Safari e io correvo a prendere abiti e accessori safari (questo almeno lo so!) mentre le altre si buttavano sull’hawaiano seguendo la leader, aggressiva abbastanza da imporsi ma troppo presuntuosa per ascoltarmi, ho lasciato fare, ho scelto le cose giuste ma la parete è risultata non coerente con il tema, sigh.

Ciliegina sulla torta, prova individuale di mezz’ora: girare tutto l’enorme store armate di taccuino, partendo dalle vetrine, tre piani interni, uomo/donna/bambino, e segnare per ogni punto visitato tre elementi di forza, tre elementi negativi e tre possibili miglioramenti (per chi volesse venire qui, prenda nota, “strength/ weakness/to improve” qua te lo chiedono sempre e ovunque). 
So che se lascerò quella stanza dei labirintici sotterranei da sola, potrebbero ritrovarmi dopo una settimana ancora a vagare spaurita nei dintorni, non devo perdermi e quindi tengo tenacemente d’occhio il gruppo delle più esperte. 
Ovviamente i miei appunti sono diversi dalla maggioranza, degli shorts esposti ne so poco, guardo l’allestimento, la scelta dei materiali, la posizione dei manichini, la grafica e le luci, (dopotutto, ero più o meno una scenografa). 
La general manager continua a ripetere: Very interesting! Good point! Ma io so che potrebbe dirlo per semplice educazione. Il Supevisor di nome Love (?): capello biondo con ciuffo lungo mi-sono-alzato-da-cinque-minuti, aria emaciata e vagamente annoiata da “Che ci faccio qui? Io dovrei fare lo stilista, altro che grandi magazzini…” Prende appunti sul suo taccuino. La tortura è quasi finita: facciamo tutti un bell’applauso! (sembra di stare ad un Talk Show…) 

Dopo una pausa in cui posso fraternizzare con le mie compagne di sventura, arriva l’interview vera e propria, una serie di domande individuali sul customer service, del quale ovviamente non ho NESSUNA esperienza, sono le due, io sono cotta, l’esaminatrice anche, vado via esausta. 
Ho pochissime possibilità. Se mi va bene dovrò lavorare tutti i giorni dalle 7 del mattino alle 4,30, vestire circa 400 manichini oltre a walls e corners vari ma farò parte di questa “grande famiglia”, vuoi mettere?


Qualche giorno dopo mi arriva una cortese mail: pur essendo rimasti tutti favorevolmente colpiti dalla mia prova (?), al momento c’erano persone con esperienza più specifica, colgono l’occasione per augurarmi il meglio. Va beh, In fondo mi sono divertita, quando ne facciamo un’altra? 

martedì 20 maggio 2014

Improbabili Interviews n°4. Le mani in pasta.

Siamo nel marzo 2013, poco più di un anno fa.  Mentre cercavo un’altra agenzia d'illustrazione (dopo che la prima si era data alla macchia, come ho scritto qui), applicavo e applicavo e applicavo...

Company italiana che produce pasta artigianale e vari sughi cerca assistenti di cucina part-time e full-time, con la passione del cibo e una buona conoscenza della cucina italiana. Scrivo. Sono italiana, dovrebbe essere un vantaggio, quanto alla passione del cibo, se arrivano a vedermi lo capiranno da soli. 
All’interview telefonica segue una giornata di prova, retribuita metà paga (almeno...). 
Presentazioni: il capo, milanese, abbastanza giovane, aria da “Sono un grande imprenditore (guardami le scarpe) ma non ci tengo a sottolinearlo”, mi dice due volte che loro non lavorano a nero (guarda, l’idea di lavorare a nero non mi ha neanche sfiorata…).Poi ci sono i ragazzi che formano il team: un cuoco di Napoli, uno di Viareggio e un siciliano (sembra una barzelletta…). Vantaggio e svantaggio di lavorare con gli italiani, ci capiamo subito ma come mai potrò praticare l’inglese? 
Rimango  in compagnia dei ragazzi, simpatici e molto gentili. E poi c’è un lettore musicale, evviva! Adoro lavorare con la musica. Alla terza ora di rock italiano e al terzo minuto della cover di “Eppure il vento soffia ancora”di Pierangelo Bertoli, cantata da Ligabue (chitarra e voce, lentiiiissimaaa…), vengo presa dall’irrefrenabile desiderio di tagliarmi le vene col pelapatate: d’accordo la nostalgia di casa ma siamo a Londra, Londra, capite? Con tutto il rispetto per Ligabue, un po’ di musica inglese no?

Taglio e pulisco quintali di verdure. Lavo tutto il lavabile. Pelo patate. Svuoto, lavo e tolgo l’etichetta a DUECENTO barattolini di pesto scaduto, preparandoli per la sterilizzazione. Stupore e gratitudine nei loro sguardi, li ho sollevati da una rogna che si passavano da giorni a vicenda. Ragazzi, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo! È molto stancante ma sono a mio agio. Nessuna difficoltà.

Chiacchiero con loro e capisco che c’è tensione col boss. 
Momento particolarmente indaffarato, uno di loro non fa un giorno di pausa da tre settimane, l’altro sta per lasciare, non ne può più. Lavora tre giorni a settimana ma va via a mezzanotte e deve anche caricare e scaricare i furgoni per i mercati. Un altro è sbattuto da un mercato all’altro senza preavviso o pianificazione. Le cose potrebbero andare meglio, organizzandole. 
In cuor mio spero che la richiesta di aiuto sia per aumentare il team di almeno due/tre unità; per come la vedo, servono un paio di figure tutto-fare di cui una potrei essere io, che si occupino solo di facilitare il lavoro ai cuochi, lavando, pulendo e preparando gli ingredienti. Così loro possono concentrarsi sulla cucina, produrre di più e meglio. Ma qualcosa mi dice che la politica è: spremo le persone finché ce n’è, poi le cambio con altre, tanto la company sono io. I colleghi sono molto giovani, tutti qui da poco e non hanno imparato molto d’inglese, lui gioca su questo, dice che c’è crisi e dove lo trovano un altro che li prenda così... 
Tutto questo mi balza in faccia come un deja vu. Già vissuto, molti anni fa, quando lavoravo nei laboratori di Scenografia. Turni massacranti, sette giorni su sette, paghe da fame e un continuo: Sei giovane, devi fare esperienza, dovresti ringraziare se ti faccio lavorare, sono appena le sei, già te ne vai? Un martellamento tanto ripetuto che finivi per crederci anche tu, ci credevano i tuoi colleghi anziani, ti entrava dentro, ti marchiava a vita. Un brivido mi percorre la schiena. È così che si forma il lavoratore medio italiano (non sempre, ma spesso). Allora avevo 21 anni ed ero appena uscita dall’Accademia, ci ho messo molto a scrollarmi di dosso questo condizionamento. Adesso di anni ne ho 45 e, amico, se ci provi con me ti ritrovi con un calcio nel c…

A fine giornata arriva il boss. Come va? Tutto bene. Parliamo dell’orario, ribadisco che sono disponibile per un part-time, massimo trenta ore settimanali come da annuncio e lui mi dice che in quel momento il “part-time” che sta facendo il ragazzo che devo sostituire (ecco…) è di 38 ore (!), comunque si sta organizzando, deve vedere altri candidati, mi farà sapere a breve. Giorni dopo mi comunicherà che hanno scelto un ragazzo. Uno solo. Logico. Ti serve qualcuno giovane e forte, che non abbia pretese di orario, sia qui da poco e alla ricerca del primo lavoro, a cui puoi dire che gli fai un favore se lo prendi.

Dispiacuita? Mah… guarda, anche no.

mercoledì 7 maggio 2014

Improbabili Interviews n°3

Gennaio 2013. In attesa di notizie dall’agente di illustratori desaparecida, le mie applications continuavano. Rispondo ad un annuncio: kitchen assistant in una Bakery (“o’ppane!” Cosa c’è di meglio?), mi invitano ad una prova in uno dei loro punti vendita. Ci metto poco a scoprire che non cercano proprio un assistente di cucina. La cucina non c’è…
Neal's Yard, London. Foto. monicauriemma
Siamo in zona Covent Garden, vicino alla coloratissima Neal’s Yard, il punto vendita è al centro di una galleria di negozi, c’è un bancone con prodotti salati e dolci e un retro banco con macchina per caffè/the. Ho mai detto che detesto il caffè e che non ho mai imparato a farlo? Lo so che sono napoletana, lo so! Ma non ne sopporto il sapore, l’odore, e mi irrita perfino la polvere quando lavo la caffettiera… Ovviamente qui cercano un BARISTA. Bene!

Per fortuna il ragazzo che deve istruirmi per la prova è italiano, almeno capirò subito cosa dice.

All’opera. Queste sono le bustine del the: normale, al lemon-ginger, the verde ecc… qui il caffè.
Espresso. Svuota la posa con colpo secco, riempi il contenitore, togli l’eccesso, avvita il braccetto, senti lo scatto? Deve fare lo scatto. Seleziona double cup, metti le tazze. Aggiungi il latte (il latte nell’espresso???). Impariamo come fare la schiuma. Premi qui. Rumore fortissimo di getto caldo nel contenitore, faccio un piccolo salto indietro per lo spavento. Ti regoli col rumore (nel senso? Più mi spavento meglio è?). La giusta proporzione: schiuma tre quarti di tazza (mmm…mmm…). Provo. Sbaglio. Riprovo. Ancora. Adesso facciamo il Latte (sarà facile… il latte è latte). Errore. Il latte è caffè-latte. Svuota la posa, riempi il contenitore, avvita. Single cup. Largo. Attenta alla schiuma. Aggiungi il latte fino all’orlo. Spolvera un po’ di cacao. Latte freddo a parte. Cappuccino. Svuota la posa…

La tortura dura un’oretta, non riesco a memorizzare le istruzioni, sono maldestra, un disastro.
Torno a casa un po’ avvilita. Ma la passeggiata è bella, faccio un po’ di foto, così scarico la tensione.
Neal's Yard, London. Foto2. monicauriemma

Neal's Yard, London. Foto3. monicauriemmaMi arriva dopo qualche giorno la mail del supervisor con il solito UNFORTUNATELY, senza nessuna sorpresa. Gli rispondo d’istinto che lo ringrazio e lo capisco, perché ero decisamente scontenta della mia performance (volevo dirgli: amico, fossi stato in te non avrei assunto me stessa neanche sotto minaccia!) e lui mi risponde subito dopo: “ma no, mi dispiace se la prendi così, forse era l’emozione, vedrai che la prossima volta andrà meglio, non ti scoraggiare ecc…”
Mi viene da ridere. Grazie, sei gentilissimo ma posso dare l’addio alla mia carriera di barista prima di cominciare?

lunedì 14 aprile 2014

Improbabili Interviews n°2

immagine sandwich artist. monicauriemma
©Monica Auriemma
Novembre 2012. Vedo l’annuncio e penso: questo è il lavoro perfetto! Nota catena di fast food (il cui nome si tradurrebbe come "Metropolitana") cerca Sandwich Artists. Le menti diaboliche della comunicazione di questa azienda hanno coniato un nome prestigioso per gli addetti alla preparazione dei panini. Artist. Colui che crea. In realtà di creativo c’è ben poco. Segui le indicazioni del cliente e anche se lui decide di spalmare del tonno sulla carne aggiungendo salsa barbecue, maionese, mostarda e ketchup tutte insieme, tu non hai alcun potere sulla tua “creazione”. La tua Opera d’Arte è assolutamente in balìa del primo che capita. Ma il nome, il nome è così romantico!  Già immaginavo il titolo della mia biografia da futura  illustratrice famosa: DA SANDWICH ARTIST AD ARTIST ILLUSTRATOR.  Perché ad una certa età alla biografia bisogna pur cominciare a pensare, il fatto che non si sia famosi e che ci siano pochissime probabilità di diventarlo in futuro è assolutamente secondario… =D

Invio quindi la mia trecentesima application della giornata e incredibilmente vengo contattata per un’interview il giorno dopo. Perché proprio quella? Certo, dopo un mese dal mio arrivo, i miei CV cominciano ad avere un aspetto meno raccapricciante dell’inizio, ma poi ho capito che in questo tipo di applicazioni (per lavori nelle grandi catene, dove all’offerta rispondono in centinaia) la fortuna gioca un ruolo fondamentale. Devi mandare la domanda al momento giusto, né prima, né dopo. L’ addetto alle selezioni in quel caso (me lo ha detto lui stesso)  aveva dato un’occhiata di venerdì sera, aveva pescato le prime 50, senza neanche guardare troppo le esperienze, le skills e tutta quella roba (di cui ho parlato in questo post), e chiamato.

Comunque, per me era un segno del destino: due carriere parallele si spalancavano davanti al mio cammino ed avevano in comune la parola Artist. Arrivo così, gasata ed emozionata, all’appuntamento. Per prima cosa mi viene fatto compilare un form con le esperienze lavorative, referenze, ecc…  (non ho uno straccio di referenza qui, visto che vengo da fuori, si dovranno accontentare degli editori italiani con cui ho lavorato, i quali, informati che qualcuno potrebbe chiamarli da Londra, sembrano alquanto terrorizzati…) . Segue un test scritto che pretende conti aritmetici (da me???):  Se il cliente vuole pagare con due dollari e una moneta da un quarto di dollaro quanto riceve di resto? Un bel niente, perché qui siamo a Londra e c’è la sterlina e voi dovreste saperlo meglio di me, acc…!

La chiacchierata finale è abbastanza divertente, il Supervisor è simpatico. Perché ho deciso di tentare proprio con loro? Perché OVVIAMENTE sarei felice di lavorare per un’azienda così PRESTIGIOSA, di cui condivido  TUUUUTTA la politica in fatto di salute, cibo sano non fritto e ridotto impatto ambientale (prima di andare mi ero studiata tutta la loro propaganda) . Mi dice che hanno anche una particolare attenzione per il sociale, che sostengono varie charity ( qui se non sostieni una charity non sei nessuno…). Alla fine  mi spiega la differenza dello stipendio base a seconda dell’età: “If you have more than 21 years…” Mentre lo dice intravedo la piegolina al lato delle labbra che significa: mento per contratto fingendo di crederti giovane, così ti lusingo e ti do le informazioni necessarie. Al che scoppio a ridere e dico: “21 years??? Sésé! (sottolineando con la mano all’altezza dell’orecchio, come a farmi vento) I’m 44! I’m old! I can be the grandmother of my colleagues!” anche lui ride come un matto, ha capito anche il “sèsè” (forse).


Dal silenzio  dei giorni successivi deduco che il mio sottile humour non ha fatto colpo, o forse è stato il problema dei dollari, più probabilmente  il fatto che potrei essere davvero la nonna dei miei colleghi. Pazienza. Vorrà dire che cambierò il titolo della biografia…

mercoledì 9 aprile 2014

Improbabili Interviews n° 1

Gli inizi della mia carriera lavorativa in UK sono stati segnati da una serie di tentativi che ho chiamato Improbabili Interviews, seguite qualche volta da lavori temporanei, anch'essi, per le mie note abilità, altrettanto improbabili. 
Ma cominciamo con ordine, cioè dalla situazione di partenza.
Cosa avevo in mano prima di mollare gli ormeggi nell’ottobre 2012? Un contratto con un’azienda inglese, una delle centinaia di produttrici di Greeting Cards a cui avevo scritto, dal quale mi aspettavo un po’ di royalties avendo disegnato per loro 20 cards natalizie, che poi mi frutteranno la cifra esorbitante di circa 8 sterline in due anni, c’e da arricchirsi! (ma questa cosa all’epoca non la sapevo…). 
L’email di una agente di illustratori  che si era detta interessata al mio lavoro e voleva incontrarmi, anche lei parte di un elenco senza fine, recuperato dal Children’s Writers’&Artists’ Yearbook, (specie di bibbia del settore, studiata avidamente, se volete lo trovate qui)  dal web e da colleghi generosi che mi avevano passato i nominativi.

Riesco ad ottenere un appuntamento con lei il 6 Novembre. Sono terrorizzata. In caso avessi bisogno di interpreti (ne avrò bisogno, lo so), mi accompagna la prode Manuela  [Salvi, per la cronaca, scrittrice che da qualche anno vive tra l’Italia e Londra, e mi fa da appoggio, coach, Cicerone, guida gastronomica e spalla su cui piangere, in questa città ]. 
Ci vediamo alla Tate Modern, spazio riunioni. Sudo freddo.  
Lei è bionda, tipicamente british, naso e bocca lontani, occhi chiari, grande mimica facciale, parla un inglese perfetto che quasi riesco a capire tutto. Ridiamo parecchio, si riferisce agli illustratori francesi mettendosi un dito sotto il naso e arricciandolo (come per dire che sono snob), mi chiede se il testo su uno dei miei libri sia anche in cinese e io le rispondo che non ne sono sicura “because my Chinese is not so fluent ...” (battuta per scaricare la tensione, ma sarà il massimo che riuscirò a dire, il resto, una serie di bwfxfgh…). Per lei il mio lavoro e' too good, and very, very different. Too good significa che per il mercato medio è un po’ troppo raffinato, very different che forse non si capisce dove collocarmi (ragazzi, è una vita che mi sento “very different”, gradirei non considerarlo più il mio handicap ma la mia vittoria, grazie). 
Le piacciono i miei draghi e i miei elefanti (che vedete qui sotto). Glieli affido volentieri. Li porterà un po’ in giro, magari l’aria di Londra farà loro bene e chissà… Al ritorno attraverso il Millennium Bridge con un timido sole che mi scalda la faccia. La mia testa produce milioni di pensieri. Preparo piani d’attacco…
Improbabili Interviews. Copertina de "Il Duca Yè".
Copertina de Il Duca Yè. Sinnos Editrice

Improbabili Interviews. Elefante ne "La gemma nel Vestito.
I Ciechi e l'Elefante, da La Gemma nel Vestito. Sinnos Editrice
Dopo una settimana ricevo una sua mail: “… Sono veramente impressionata dal tuo lavoro,  i tuoi fantastici disegni, e la tua abilità nell’uso di Photoshop” (azz…) “ Ieri ho avuto un incontro con…”(oh,oh, nome grosso dell’editoria!) “... lei ha apprezzato molto il tuo lavoro e sta pensando ad un libro…” Calma, cerco di stare calma… Sto per dare una svolta alla mia vita?
I mesi successivi spegneranno il mio entusiasmo. L’agente praticamente sparisce dopo avermi assicurato che aveva cose importanti da dirmi, si perde nel blu… non mi chiedete perché, mistero. Ogni volta che la contatto mi dice che mi chiamerà il giorno dopo. Alla fine mollo per stanchezza ma confesso di essere scioccata e un po’ scossa da questo comportamento. Qualcuno mi avverte che a volte per gli inglesi è così inconcepibile comunicare un insuccesso che preferiscono sparire, scelgono il silenzio. Ma davvero??? Inglesi, vi voglio bene, ditemi che non è così! La cosa mi farà perdere qualche mese di ricerca, e regalerà una serie di epiteti poco carini alla suddetta agente. Ma io non mollo e mi rimetto a cercare.
L'interview successiva sarà per un lavoro "artistico" un po' diverso, ma ne parlerò nel prossimo post...