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mercoledì 21 gennaio 2015

Lacreme Napulitane

Pino-Daniele-portrait-monicauriemma
Pino Daniele portrait ©Monica Auriemma

“…Pe nuie ca ‘nce chiagnimm’o cielo e Napule / comm’è amaro ‘stu pane![1]“E cambia panettiere!!!”. 
Leggenda vuole che dalla platea si levasse questa risposta alla fine della canzone sugli emigranti, zeppa di retorica, perché la tragedia strappacuore si stemperasse in una risata. 
Non avrei mai creduto che un giorno anch’io avrei pianto lacreme napulitane
Ebbene, il terzo Natale Londinese ha messo a dura prova l’emotività della povera emigrante partenopea, già decisamente incline al pianto. Approfittavo delle feste (altrui, io ero inchiodata nel mio antro oscuro, a tentare di consegnare un libro) per sentire almeno alcuni tra amici e parenti che non vedo da parecchio. 
Sarà la lontananza, la situazione drammatica italiana, un senso di insoddisfazione generale, i dolori personali e quella vaga sensazione di abbandono ma nove chiamate su dieci si concludevano immancabilmente in pianto. Io di qua e loro di là. Una tragedia.
Hai voglia di fare la forte, di dire che no, no, non ti manca affatto la tua terra, che stai bene così e non torneresti indietro, il tessuto di affetti che è cresciuto con te risente terribilmente la lontananza, nonostante il telefono e internet.

E poi Napoli… una specie di conto in sospeso, qualcuno con cui hai litigato tempo fa e non hai il coraggio di dirgli che gli vuoi sempre bene, perché devi mantenere il punto. 
Napoli che la vai a trovare ogni volta come se fosse un genitore che invecchia, che muori dalla voglia di vederla e poi non vedi l’ora di scappare perché lo sai che litigherete di nuovo. 
Tutte le volte che ci vado mi concedo il rito del Saluto al Mare. Passo davanti all’Accademia di Belle Arti in cui ho speso circa 10 anni della mia vita, attraverso spedita Via Toledo, mi affaccio da Santa Lucia, resto un po’ in silenzio, respiro, me ne vado. 
Ogni volta con in testa questi versi: “chi tene 'o mare/'o sape ca è fesso e cuntento / chi tene 'o mare 'o ssaje/nun tene niente...[2] 
E mi ripeto che sì, ho fatto bene. 
Che adesso, qui,  riesco ad immaginare un futuro, posso concedermi la gioia di fare progetti per la mia vita, e credere che forse si potranno realizzare, mentre molti (troppi) dei miei conterranei si accontentano del mare, del sole e tirano semplicemente avanti, che oltre l’immediato non si può guardare. 
Per non arrendermi all’amarezza e al pessimismo, dovevo andarmene, o soccombere. Ho fatto la mia scelta. E so che per tutta la vita farò i conti con questa mancanza.

Fantastici pensieri per tirarmi su, ottimo, ottimo inizio del 2015! Ma non bastava. Doveva arrivare la notizia della morte di Pino Daniele.

Le lacrime sono diventate fiume. Giorni e giorni. Non chiamavo nessuno per non piangere di nuovo.  Vedevo le immagini del flash mob e del funerale, volevo essere lì, io che evito adunate e manifestazioni, per la prima volta ho desiderato ardentemente essere lì, casa mia. 
Leggevo tutto quello che potevo, disperatamente assetata di notizie[3]
Amici mi mandavano messaggi come se mi fosse morto un parente. Eppure è un dolore che non avrebbe logica, insomma, non è che fosse DAVVERO un mio parente, non lo conoscevo neanche di persona, non sono musicista, non ho mai avuto a che fare direttamente con lui. 

Ho cercato di capire, ho pensato che era perché sono lontana che tutto si amplifica, ho pensato che è perché ho 46 anni e negli anni ’80 ero adolescente, ho pensato che forse non piangevo l’uomo, l’artista, forse io, come moltissimi, piangevo il simbolo del mio recente passato. “E’ come se fosse caduto il Maschio Angioino” ha detto Nino D’Angelo. Aveva ragione. Il silenzio di duecentomila persone (così “innaturale” per i napoletani) è stato più eloquente di tanti discorsi.

Non sono in grado di fare un’analisi storica approfondita, non ne ho gli strumenti.  E’ solo che questa morte mi ha costretta a ricordare. Chi ero io in quegli anni e che cosa stava succedendo a Napoli. Ci stavo dentro e non me ne rendevo conto. Non ci ho mai pensato.

C’è stato un tempo in cui eravamo fieri di essere napoletani.
Ed era un tempo oscuro per quello che ricordo, la fine degli anni settanta, si usciva a pezzi dall’austerity, l’inflazione e i miniassegni al posto del denaro, la crisi energetica, per la prima volta conobbi il termine cassa integrazione, il flagello che si abbatté in casa col contemporaneo (imprevisto) arrivo di mio fratello, quarto figlio dopo otto anni da me. 
Il clima era pesante, percepivo di essere povera (anche se il pane non mi è mai mancato). 
A Napoli si parlava della Nuova Camorra Organizzata , della Droga, quest’entità astratta che sapevi essere il Male Assoluto ma non capivi se si fumava, si beveva, si iniettava…

Tempo oscuro dicevo, ma ricchissimo di fermento culturale, dovunque, a Napoli in particolar modo. C’era un grosso lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari in tutta Italia, mi arrivavano gli echi de “La Gatta Cenerentola” di De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma per me ancora bambina erano fenomeni troppo intellettuali, li assorbivo, senza comprenderli se non anni dopo.
A casa mia non si parlava napoletano, che pareva brutto. 
Il dialetto era permesso solo come esercizio di cultura, per le canzoni (quelle antiche, la sceneggiata e i neomelodici non erano roba per noi), il Teatro, un linguaggio tragico e comico ma datato, i nostri due pilastri: Eduardo, Totò

E poi arrivò “Na tazzulella e’ cafè/ c’a sigaretta a’coppa pe’ nun vere’/ che stanno chine e sbaglie/ fanno sulo ‘mbruoglie”[4], il messaggio era chiaro perfino a me, era qui e ora, qualcuno ci stava dicendo di svegliarci dal torpore, di mollare i contentini come sole, mare, caffè. “E il mare? Il mare sta sempe là /tutto spuorco, chin’e’ munnezza/ e nisciuno o vo’ guardà”[5]
Questo Pino Daniele aveva una potenza nel suono e nella voce che non poteva non arrivarti, ti mostrava Napoli senza fronzoli: “ ’na carta sporca/ e nisciuno se ne ‘mporta”[6], ti parlava di “tutte e’ paure/e nu popolo ca cammina sotto ‘o muro” [7]
E io che vivevo quell’età stranissima tra l’infanzia e l’adolescenza in cui cominci a sviluppare il senso di appartenenza al gruppo al di là del nucleo familiare, mi chiedevo perché mai il mio popolo camminasse sott’o muro, di che avevamo paura? Eravamo Napoletani! Lo consideravo ancora un valore aggiunto.
Imparavamo a memoria gli sketch de La Smorfia di Troisi , li recitavamo sul terrazzino delle mie amiche, il nostro palcoscenico. 
Sentivo parlare del Neapolitan Power e del Blues, del Jazz, senza capire di cosa si trattasse, ma mi piaceva. E cantavo a squarciagola “Je so’ pazz/Nun ce scassate o’ cazz!” [8] abbassando la voce sull’ultima parola, per non essere ripresa dai grandi.
 
Ci eravamo trasferiti dalla città in un paesino invero piuttosto brutto, appena al di fuori della periferia napoletana, che non riconoscevo come mio, ci tenevo a dire che ero di Napoli, cittadina e non “paesana”.
Androni bui, rivestiti di plastica marrone che si ostinava invano ad imitare il legno, portoni di alluminio anodizzato, il condominio/casermone che chiamavamo Il Parco, microcosmo di vita comunitaria, faceva da sfondo alla mia infanzia, coi suoi personaggi mitici: il femminiello, ragazzo gay aspirante stilista,  “chill’ è nu’ buono guaglione/ sogna la vita coniugale/ ma per strada poi sta male perché si girano a guardare”[9]La Rossa (per via dei capelli) dal numero imprecisato di figli avuti da un numero imprecisato di partner, con un passato di vita da strada, e un presente di contrabbando di sigarette. Gli invisibili, agli arresti domiciliari, non ne conoscevo le fattezze ma sapevo che c’erano. 
Il confine tra legale e illegale, tra persone per bene e delinquenti era sempre molto labile.

Il terremoto dell’80 e la città in ginocchio, mi sentivo importante anche nella tragedia, come se quando succedeva qualcosa a Napoli, succedeva più forte.  
Il caos dei soccorsi e dei finanziamenti, le mani della camorra sulla ricostruzione.  
La musica sempre più importante nella mia vita di ragazzina: la radio libera che si sentiva a raggio condominiale creata dal nerd del palazzo affianco, con le dediche al citofono invece che al telefono. 

Dopo le medie volevo fare il Liceo Artistico. 
- Ma perché non fai l’Istituto d’arte a Capodimonte? Impari a fare la ceramica…
- Ma la ceramica di Capodimonte mi fa schifo… 
- Ma al Liceo Artistico gira la droga…
- Ma secondo te sono così scema che mi piglio la droga? 
Tra un “ma” e l’altro la spuntai. Fu forse per mantenere la promessa fatta a mia madre che non sono stata mai capace di farmi una canna, fumare una sigaretta intera e sono astemia? Capisco che lei avesse paura di mandarmi da sola fino a Napoli, a 13 anni ero alta un metro e trenta e sembravo una bambina piccola, un pulcino nella “Metropoli Tentacolare”. 
Eppure per me fu il massimo, riappropriarmi della mia città, essere finalmente a casa.

Napoli mi appariva così bella, ci passavo tutto il tempo che potevo. 
Era l’età della perdita di fiducia in se stessi e del bisogno di crearsi un modello. Mi accorgevo di non essere quell’artista eccezionale che mi avevano fatto credere, fuori dall’ambiente ristretto del paesino nel quale ero una spanna più avanti degli altri, mi confrontavo con tutti quelli che in disegno avevano vero talento, forse fu allora che cominciai a cancellare (da piccola i miei disegni erano fatti velocemente, a mano sicura, senza incertezze). 
Mi accorgevo che i corpi dei miei compagni assumevano sembianze adulte mentre il mio restava dolorosamente bambino. 
Mi sceglievo il modello dell’artista/intellettuale senza esserlo, mi vestivo come se mi infilassi in un sacco sperando di essere invisibile e di compensare con la conversazione, il talento e lo humour, un appeal che il fisico non mi consentiva.
Mi aiutavano I film di Massimo Troisi di cui tutti sapevano le battute a memoria, e poi Così parlò Bellavista, l’ironia a Napoli mi sembrava più bella. 
Quell’anglo-napoletano “Yes, I know my way/ ma nun’è addo’ m’è purtato tu”[10], arricchiva il nostro gergo, localissimo ma per noi universale. Fieri eravamo della nostra lingua. 
Maradona al Napoli (del calcio non me ne fregava niente ma la città era entusiasta e io mi accodavo). Le Vele di Scampìa e lo spaccio, la guerra di Camorra, l’omicidio Siani, le manifestazioni a scuola.

Noi,  generazione sfigatissima, disprezzata dai fratelli più grandi, che loro sì che avevano lottato, loro erano andati in giro a tirare molotof (ma che bravi…) e a prendersi a mazzate coi fascisti (ma bravissimi!) mentre noi litigavamo per gli zainetti-dell-invicta, anzi, “gli altri”, io, l’artista intellettuale, lo zainetto-dell-invicta non lo guardavo nemmeno (anche perché non me lo potevo permettere); loro avevano avuto i Led Zeppelin e noi appresso ai Duran Duran
Mi innamoravo regolarmente di ragazzi (possibilmente “tormentati”) che non mi corrispondevano, ma diventavamo amici, ci scambiavamo le cassettine, ascoltavo la loro musica, e così mi immergevo nei Pink Floyd perché piacevano a uno e tutto l’Hard Rock che le mie orecchie riuscivano a sopportare perché piaceva a un altro (ma i Black Sabbath no, proprio non ce la facevo), più spesso ascoltavo la New Wave britannica, a volte si litigava sui Duran ma su Pino Daniele eravamo tutti d’accordo. 
La musica era ormai un pezzo di me.

Forse perché ero adolescente e tutto mi sembrava tragico o magnifico, forse perché quelli furono anni a modo loro speciali, li ricordo come gli ultimi in cui l’appartenenza a Napoli era spensieratamente piena e orgogliosa, Daniele, Troisi e alcuni altri potevano essere duri e maltrattarla perché erano “dei nostri”, una spinta autentica a destrutturare il vecchio, a cambiare tutto.

E poi? Le spinte al cambiamento ci furono anche dopo, certo, gli Almamegretta, i 99Posse, il Teatro e il cinema napoletano, Martone, Corsicato, il sindaco Bassolino e il sogno (infranto) di una città diversa, io uscivo dall’Accademia di Belle Arti piena di speranze...
Questo è un lavoro, ma non ti posso pagare… Assistente all’Accademia! Ma senza compenso… Solo un gettone di presenza… Devi fare esperienza… Ti pago in nero… Allora non vuoi fare la gavetta?... 
L’eccezione diventava la norma, l’aberrazione il quotidiano, l’orgoglio lasciava il posto alla rassegnazione, la città era sempre più difficile da vivere, da sostenere anche nel quotidiano. 
Facevo quello che capitava, il mio talento era sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa in cui non mi riconoscevo più, il Teatro che avevo mitizzato, a volte si rivelava un covo di serpi. 
Anch’io mi sono accontentata, e ho tirato avanti finché ho potuto, poi mi sono allontanata pian piano, fino ad andarmene sbattendo la porta. 
“Voglio di più/ di quello che vedi/ voglio di più/di questi anni amari”[11]

Napoli scusami, forse ci ho provato, di sicuro non ci sono riuscita.

Pino scusami, non piangevo solo per te, piangevo anche per me.






[1] “Lacreme napulitane” Libero Bovio,1925
[2] “Chi tene o mare” Pino Daniele, 1979
[3]  Segnalo qui: il duro, lucidissimo post sul blog Errecinque, e l'emozionante ricordo personale di Gaia Monti
[4] “Na tazzulella e’ cafè”, Pino Daniele, 1977
[5] “Il mare”, Id., 1979
[6] “Napul’è”, Id. 1977
[7] “Donna Cuncetta”, Id. 1979
[8] “Je so’ pazz”, Id.1979
[9] “Chill’ è nu’ buono guaglione”, Id. 1979
[10] “Yes, I know my way”, Id.1981
[11] “Voglio di più”, Id.1980

mercoledì 10 dicembre 2014

Ho imparato a Guidare a Napoli

Illustrazione da "La Bottega dei Sogni Perduti"-monicauriemma
Illustrazione da "La Bottega dei Sogni Perduti" Lavieri Ed. Monica Auriemma-
Una delle tante belle sorprese che ho trovato in UK è che il giallo del semaforo scatta due volte: una volta prima del rosso, un’altra prima del verde. Semplice ma a mio parere geniale.

Da automobilista penso al semaforo come fonte di grandissimo stress: occhio fisso alla luce che il verde non ti colga di sorpresa, polpacci in tensione pronti allo scatto sull’acceleratore, a volte sgasate inutili per evitare di spegnere il motore, che nell’attimo stesso in cui scatta il verde partono i clacson di quelli che stanno dietro (pure loro tutti stressati). 
Ripeti questo ad ogni semaforo e pensa quanta salute guadagneresti se avessi un giallo che ti avverte per prepararti a ripartire.

Non so perché questa pratica sia assente in Italia. Forse abbassare il livello di stress di chi guida non è nelle priorità del nostro codice, forse all’automobilista italiano medio piace sentirsi pilota di Formula 1, gli piace essere sempre in tensione, pronto allo scatto, all’attacco.

Confesso che a me guidare non è mai piaciuto. Ho preso la patente tardissimo e con riluttanza, solo per necessità. 
Per di più ho imparato a guidare a Napoli, e se qualcuno si sta chiedendo: “Perché, che differenza fa?” risponderò che equivale più o meno a: sono stata nella legione straniera, sono sopravvissuta nella Giungla, ho fatto la guerra, una cosa del genere. 
Guidare per le strade di Napoli dovrebbe essere riconosciuta come “pratica altamente usurante” , anche se non lo fai per lavoro, e consentire di anticipare la pensione, diciamo, un anno ogni dieci di guida. Parlo sul serio.

Non è che ci tenga particolarmente a parlar male della mia terra (ho visto che la situazione in altre città italiane, come Roma per esempio, non è certo rosea), ma è il posto dove sono cresciuta e che conosco meglio, io so per certo che il codice della strada a Napoli ha altre regole, non scritte, magari contrarie alla legge, eppure in qualche modo funzionali.

Partiamo dal fatto che la circolazione è difficilissima, causa la morfologia del territorio, la scarsità di mezzi pubblici e lo stato delle strade. La situazione in centro è in qualche modo migliorata negli anni con l’introduzione delle ZTL e di un po’ di rotonde ma, insomma, è una città in perenne emergenza. 
Per cui il cittadino sente il dovere di “interpretare” con una sorta di furbo buonsenso quelle che altrove sono norme tassative. 
Voglio dire che la regola a Napoli può essere infranta, col beneplacito di tutti, se devi risolvere un problema, e siccome è difficile che non ci siano problemi, la cosa avviene piuttosto spesso. 
Se c'è un problema non si aspetta l'autorità (vigili, polizia, ecc...) si parte dal presupposto che l'autorità sia assente, o incapace, e ci si organizza da soli. Ho visto coi miei occhi autisti di autobus  indire piccole assemblee con i passeggeri, per trovare strade alternative anche se fuori percorso, in caso di particolari ingorghi.

I colori del semaforo non vengono percepiti come comandi, piuttosto come consigli (questa devo averla sentita da qualche parte, mi scuso se ho rubato ma rende bene l’idea).

Il rosso a Napoli ha delle sfumature. 
C’è il rosso fuoco, perentorio, quello di  strade a scorrimento veloce,  incroci trafficati, lì non c’è storia, ti devi fermare, il napoletano non è un kamikaze. 
Poi ci sono quei rossi un po’ annacquati, sai che la strada che incroci è poco trafficata, fermati un po’, dai un’occhiata, ma se non viene nessuno, non stare a perdere tempo, vai! 
E poi ci sono i rossi quasi gialli, quelli “inutili”, che magari stanno dopo vicoletti praticamente deserti, tu te ne accorgi, se non arriva nessuno, che necessità c’è di fermarsi? 
Ho provato di persona la sgradevole sensazione dello strombazzare di clacson dietro di me quando ero ferma ad uno di questi. A volte l’ho fatto apposta, sono rimasta ferma lì, inchiodata al semaforo rosso, semplicemente perché volevo “sentirmi libera” di rispettare una regola che tutti ignoravano. 
D’altro canto anche i verdi hanno le loro sfumature. 
Difficile che un napoletano passi col verde a cuor leggero. Non si fida. Lo sa che ci potrebbe essere qualcuno che dall’altro lato sta pensando di buttarsi.

I sensi unici non sono quasi mai veramente unici, diciamo che sono sensi unici alternati. 
A volte sono stradine che ti permetterebbero di tagliare un percorso accorciando di parecchio ed evitando il traffico, e tu che fai? Non ci provi? Lo fanno tutti! Spesso l’ho fatto anch’io (col cuore in gola). 
Il bello è che dall’altro lato lo sanno. Quelli che procedono nel senso giusto si armano di pazienza e sanno che ogni tanto devono rallentare o accostare al marciapiede per far passare i “fuorilegge”. Tanto capiterà anche a loro di vedersi ricambiato il favore prima o poi. 
Amici mi hanno raccontato che chiedendo indicazioni ad un vigile si sentirono rispondere: “La strada giusta è di là, ma vi infilate in un ingorgo, ci potreste impiegare un’ora, di qua c’è un vicoletto che vi fa sbucare dall’altro lato, sarebbe senso unico… facciamo così: io mi giro dall’altra parte e voi passate”

Il pedone a Napoli non ha la precedenza, MAI.
E lui lo sa (se è napoletano). E se non lo è? Conoscete il vecchio detto: Vedi Napoli e poi muori? Beh, potrebbe avere più di un significato…
Ci si allena da bambini, imparare ad attraversare la strada è stato un grande momento di passaggio della mia infanzia. 
Come una di quelle prove d’iniziazione delle tribù africane: dimostri il tuo coraggio e la tua prontezza di riflessi. 
Ignorando le strisce pedonali, che tanto non verranno prese in considerazione da nessuno, si attraversa quando e dove si può, spesso invocando la benedizione di forze ultraterrene. 
Il pedone napoletano non può rilassarsi, ruba quel momento di vuoto di traffico, impara a calcolare i tempi e la velocità dei veicoli e l’automobilista d’altra parte si aspetta sempre che qualcuno sbuchi all’improvviso ed è pronto a frenare. 
Il napoletano ha un'insofferenza profonda, quasi atavica, alle regole, le sente come imposizioni: Io non voglio attraversare dove mi dici tu, dov’è stabilito. Voglio passare dove mi pare. So che rischio la vita, ma la vita è mia e me la gestisco io! 

Da quando sono qui a Londra continuo a stupirmi del fatto che appena mi avvicino alle strisce, preparata tranquillamente ad aspettare il passaggio di due o tre auto, il veicolo più vicino immancabilmente si fermi per farmi passare, a volte si ferma PRIMA che io capisca di dover attraversare, no, dico, che fai? Sei telepatico? 
Il parco dove corro è tagliato da alcune strade, con strisce pedonali fuori ai cancelli, gli automobilisti si fermano a prescindere, quando corro non sono neanche costretta a rallentare per attraversare.
Sempre felicemente incredula, faccio un cenno di ringraziamento con la mano. Mi sento in un altro mondo.

D’altra parte anch’io da pedone devo rispettare i semafori e gli attraversamenti (perchè qui mi concedo il lusso di non guidare, che coi mezzi pubblici mi sposto dove voglio, e comunque ho una fifa blu perchè si tiene la sinistra invece della destra). 
A volte il vecchio istinto vorrebbe riemergere. C’è una strada sotto casa che dista in linea d’aria pochi metri, con pochi passi sarei dall’altro lato, solo che è ad un incrocio di cinque strade, ed io devo fare un percorso a U passando ben 4 semafori per arrivarci. 
Nel profondo mi ribello, la mia mente non comprende perché io debba fare tanta strada e interrompere il cammino tante volte per andare di fronte… ci ho anche provato una volta a passare “di traverso” è stato impossibile, mi devo rassegnare a rispettare la legge, acc...

Ovviamente, così come ci sono anche automobilisti disciplinati a Napoli, qui ci sono i trasgressori, e le conseguenti multe. 
Un giorno il mio compagno, che guida per lavoro, si è visto recapitare una multa per eccesso di velocità,  accompagnata da una lettera. 
Gli si diceva Scegli: la multa la paghi comunque ma puoi perdere punti sulla patente o venire ad un corso sulla sicurezza stradale
Oh, no… che cos’è, una specie di gogna? Verrai aspramente redarguito e marchiato d’infamia come indisciplinato? 
Comunque, pur di non perdere punti è andato. 
Alle presentazioni sembrava uno di quei corsi di auto-aiuto, tipo: ciao a tutti, sono Mark e ho investito un pedone… un applauso d’incoraggiamento a Mark… 
Poi pare che abbia avuto informazioni utili e imparato parecchio su come gestire il mezzo in situazioni difficili, insomma, alla fine gli è piaciuto!

Penso a come sarebbe bella una cosa del genere anche a Napoli… ma forse il napoletano medio pur di non sottoporsi all’onta di sentirsi dire quello che deve fare, perderebbe i punti (e poi troverebbe un modo non proprio legale di riguadagnarli). Sigh.


Questo è l’inizio di “Così Parlò Bellavista” film di 30 anni fa, col famoso “ingorgo a croce uncinata”

E, per Par Condicio, direttamente da Milano, Gioele Dix: L’automobilista ...zzato come una bestia:


mercoledì 23 luglio 2014

Caro Piccolo Editore...

immagine Nonconferenza Scribarà. Fiera del Libro Torino 2012. monicauriemma
© Monica Auriemma

Caro Piccolo Editore,

ti scrivo perché il ricordo di te mi è arrivato improvviso, come una mosca fastidiosa. Mi hai mandato una mail l’anno scorso dopo che non ci sentivamo da quanto? 7,8 anni? La nostra unica collaborazione risale a quando ti regalai una tavola per un’iniziativa in favore di qualcuno o qualcosa, una di quelle cose interessanti che ti piace organizzare.
Senza nemmeno un: come stai? (scusa, sarò vecchio stile, ma un minimo di buone maniere…) Mi hai chiesto la disponibilità a fare una prova a colori per un albo illustrato, allegandomi testo e misure, senza aggiungere altro. Ti ho scritto che non potevo rispondere alla tua domanda se prima non avessi avuto delle informazioni necessarie, e cioè: la prova era pagata? E se sì, quanto? Nel caso fosse risultata positiva, che tipo di contratto mi aspettava?
Non so voi come la pensate, ma se uno viene a chiedermi di fare una prova per un possibile lavoro, probabilmente in competizione con altri, dovrà pur dirmi cosa mi promette in cambio.

Mi hai risposto che la prova era gratuita (ma va?) e che per un albo di 24 pagine più copertina era previsto un anticipo sui diritti che, con una serie di calcoli elaborati sono riuscita a quantificare intorno ai 250€  (ma avrei potuto sperare di arrivare addirittura a circa 400€ se ci fosse stato un boom di prenotazioni). “Il mercato non ci consente di più”. 
Un affarone. 
Con un premio così goloso come avrei potuto rifiutare? 
Ma, guarda, adesso che mi hai aperto gli occhi su questo paradiso, corro subito a impiegare gratuitamente il mio tempo, il mio talento, la mia esperienza, mi studio il testo, creo i personaggi, elaboro lo stile adatto al racconto, e ti creo una bella tavola per sbaragliare la concorrenza, così forse (e dico forse) sceglierai me ed io lavorerò per più di un mese per avere la mia bella PUBBLICAZIONE (pagata 250€, ma posso sempre sperare nel boom…)!

Caro Piccolo Editore, non è tanto la miseria che mi proponi che mi stupisce, so che girano pochi soldi; è il fatto che tu ritenga così straordinariamente appetibile che io pubblichi con te a queste condizioni, da considerare normale che io accetti di mettermi in gara. E’ il fatto che ti manchi un po’ di pudore, nel propormi l’improponibile
Almeno un poco. 
Non sono venuta a cercarti io, mi hai cercata tu. Ma perché? 
Hai pescato un nome a caso nell'elenco degli Illustratori Sfigati? O hai visto come lavoro? Ti interessa il mio stile? E allora perché dovrei fare una prova? O meglio, perché dovrei farla visto che praticamente in cambio mi dai poco e niente? Chi credi di essere? Pensi che il tuo solo nome sia di per sé così attraente? Ho avuto a che fare con tanti editori, qualcuno mi ha imbrogliato, non pagato, o è sparito all’estero. A volte ho lavorato per poco. Ma almeno, quelli con cui ho accettato di continuare a pubblicare erano Editori con cui avevo un rapporto di amicizia, di reciproca comprensione delle difficoltà, e hanno avuto sempre l’umiltà di dirmi: ci piacerebbe che il lavoro lo facessi tu (e quindi non ti mettiamo in competizione, perché sappiamo come lavori), ma ci rendiamo conto che la cifra è bassa, perciò capiremo se rifiuterai. Ecco, a volte basta poco, sai…

Caro Piccolo Editore, ho trascorso il mio ultimo anno in Italia a lamentarmi in pubblico e in privato di quelli che si comportano come te. 
A volte penso che un po’ di coerenza, uno nella vita la debba avere: per esempio, se mi lamento della corruzione come minimo non dovrei farmi corrompere, se mi lamento della svalutazione del mio mestiere, come minimo dovrei provare a non svalutarmi troppo, anche se sto con l’acqua alla gola, in un paese straniero, e rischio di uscire fuori dal mercato. 
Perciò sappi che ho deciso di permettermi il lusso di non pubblicare albi, il grande lusso di rifiutare offese alla mia dignità di lavoratrice nella speranza (nell’illusione?) che qualcun altro alzi la testa per non far affondare definitivamente un mestiere così bello come quello dell’illustratore. E non parlo degli esordienti, quelli li capisco troppo bene, ma i professionisti che pubblicano parecchio… se capissero che una loro scelta forse può cambiare le cose, che non è tutto inutile, che non si deve per forza dire sì pur di pubblicare… (ma in fondo chi sono io per giudicare le scelte altrui? È già tanto se riesco a prendermi la responsabilità delle mie).
Ti ho risposto comunque che questo è il mio mestiere e che ritengo impossibile lavorare professionalmente un mese (o anche due) per guadagnare 250€, più pochi spiccioli un anno dopo. Questa è la ragione principale per cui mi sono sradicata dal mio Paese, ho lasciato i miei affetti e sono emigrata. Non ti ho scritto che pur di non lavorare così, preferisco fare le pulizie, l’avresti creduta una battuta, non avresti capito che è una scelta che ho realmente fatto.
Quindi ti ho fatto un preventivo e ti ho detto che non credendo ci fossero margini di trattativa, ti facevo il mio in bocca al lupo per tutto. Sapevo per certo (e te l’ho scritto), che avresti trovato qualcuno disponibile.
Sono stata educata, no? Ovviamente non mi hai risposto, com’è nel tuo stile.

E’ passato un anno. Tu quel libro lo hai pubblicato, e vari altri, qualcuno con nomi dell’illustrazione veramente importanti. Ma guarda!
Ora due sono le cose: o hai fatto loro la stessa proposta che hai fatto a me (e spero proprio di no perché allora il nostro mestiere in Italia è davvero finito); o in qualche modo “il mercato” ti ha permesso di spendere ben altro. 
Io invece continuo per la mia strada, lavoro come illustratrice qui in UK, e anche se non posso dirmi affermata, ti assicuro che le cifre che mi hai proposto sono fortunatamente solo un brutto ricordo
Non credo che Piccolo Editore sia il titolo più appropriato.

Solo Piccolo potrebbe bastare.