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giovedì 11 settembre 2014

It’s a Job! N°3: Il mattino ha l’oro in bocca.

The Shining. Stanley Kubrik
Questo non è un innocuo proverbio, almeno non più, se hai visto The Shining. (Nella versione inglese era: "All work and no play makes Jack a dull boy", letteralmente: “Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato”). Lo scrivo sul pc e penso a Jack Nicholson, completamente fuori di testa, che lo batte a macchina. Migliaia di volte.

Se come me hai subìto il film di Kubrik (aggrappata con le unghie alla maglia di mio fratello che mi obbligò al supplizio perché non puoi non vederlo! ), ricorderai l’enorme albergo dai corridoi infiniti, kilometri di moquette, spazi anonimi, porte identiche, e oscure presenze. Ecco, io ho lavorato in un posto simile come cleaner  tra Agosto e Settembre 2013, incaricata dall’agenzia, che forse non era al corrente della mia assoluta, totale e devastante mancanza di senso dell’orientamento. Devo aver dimenticato di scriverlo nel CV alla voce disabilità. (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca…).

Ora penserai che sto esagerando, ma se mi conoscessi bene sapresti che la mia borsa è piena di foglietti con mappe di tutti i posti che mi servono, che non mi basta Google map, devo anche prendere appunti, tipo: gira dopo il tele negozio, passa dietro il grande albero, ecc... che col navigatore ormai siamo ai ferri corti. 
Sapresti che in presenza di un bivio io prenderò sicuramente la strada opposta a quella che mi serve. Che è inutile dirmi: “è facile, non puoi sbagliare”, perché io sbaglierò. Inesorabilmente
Da piccola ero preda dell’assoluto terrore di non sapere dov’ero, ho vissuto momenti di vero panico, poi mi sono abituata. 
Ho accettato l’idea di calcolare del tempo in più quando vado da qualche parte (giusto per perdermi e ritrovarmi…), di circumnavigare l’Africa per arrivare dietro l’angolo, di riconoscere luoghi ma non sapere assolutamente come ci si arriva. Insomma, con le proprie debolezze si impara a convivere. Certo, mi tengo lontana da megaparcheggi sotterranei, centri commerciali (che per me hanno la stessa funzione del bosco delle favole, il luogo di confine dove è pericoloso addentrarsi) e da grandi alberghi, appunto.

Ma questo non era semplicemente un albergo, si trattava di una vera e propria cittadella, nella zona sud di Londra, il vecchio Royal Arsenal, una serie di edifici antichi, ristrutturati e adibiti a residences. Vari kilometri e varie squadre di pulizie. 
Ogni mattina mi veniva assegnato un blocco diverso, per la mia gioia, così era impossibile memorizzare. Se ero fortunata mi accodavo al collega di turno che almeno mi portava sul luogo e poi mi lasciava lì, in balìa di me stessa
Mi veniva indicato dove trovare gli attrezzi e i compiti da svolgere e poi la mattinata passava tra i corridoi deserti e gli ascensori. 
Niente riferimenti visivi, che so, quadri, sculture, solo numeri, un’infinità di numeri sulle porte tutte uguali, luci che si accendevano (e qualche volta NON si accendevano) al tuo passaggio. Temevo di incontrare prima o poi bambine gemelle morte, e scansavo l’appartamento 237, tanto per essere tranquilla  (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca… ).

Qualcuno credeva di aiutarmi spiegandomi scorciatoie (grave errore, impossibile per me memorizzare più di un percorso per arrivare allo stesso punto). Un giorno mi furono date delle istruzioni a voce su una serie di blocchi da pulire, ovviamente a metà mattina già non sapevo più dov’ero e cominciai a pulire quelli sbagliati, esattamente di fronte a dove avrei dovuto essere.

Poi c’erano i ragni. Eh già, sono anche banalmente aracnofobica ( se per questo ho anche paura degli insetti) e, se te lo stai chiedendo, no, non ho voluto vedere il film Aracnofobia, perché mi posso pure sottoporre a tortura per un capolavoro del cinema, per il resto, no grazie …

Ho fatto la piacevole conoscenza dei ragni inglesi, razza forte, di taglia grossa, anche piuttosto carnosi, una delizia. Ora so da dove vengono tanti personaggi dell’immaginario inglese tipo Aragog, il ragno di Hagrid in Harry Potter, o il ragno enorme di Lullaby, celebre canzone dei Cure: “the spiderman is having me for dinner tonight…”, non è che siano tanto distanti dalla realtà.

Dunque ero molto impegnata a uscire viva da labirinti e scansare ragni, che nella stagione estiva, pare siano più propensi a manifestare la loro presenza. 
Ne incontravo uno e cominciava la danza: Piccolo urlo. Paralisi da paura. Gola secca. Ci guardavamo un attimo negli occhi (che erano lì che mi fissavano, lo so…), io decidevo di dargli qualche secondo per sparire, se era abbastanza furbo, avrei fatto finta di non averlo visto, altrimenti non avevo scelta, lì non poteva restare. Dovevo usare l’unica arma a mia disposizione: l’Hoover. Aspiravo con gli occhi semichiusi, era una sensazione tremenda. Non si arrabbino gli animalisti, ho accumulato una valigia di sensi di colpa per tutti questi ragnicidi.


L’incubo passò quando mi fu dato un nuovo incarico, di cui parlerò nel prossimo post. Per fortuna la cittadella maledetta non mi ha fatto uscire di senno. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca… 


martedì 19 agosto 2014

It’s a Job! N°2

Dopo il primo contratto-lampo, nell’agosto 2013 la mia ricerca continua e approdo ad una nuova interview sempre come cleaner. 
Agenzia molto seria, la recruiter, russa (passo dai Colombiani ai Russi, sembra un film di spionaggio…) cerca di mettermi a mio agio. Chiacchieriamo amabilmente di tutto, come mi trovo a Londra, le mie passioni, l’illustrazione e poi arriva il punto critico:
 - Posso chiederti perché tra tutti i part-time possibili hai scelto proprio la cleaner?
 - Perché??? Perché sono mesi che faccio applications per tutto e nessuno mi si fila, non trovo lavoro come illustratrice e il mio inglese fa schifo e non ho esperienza di niente, ecco perché! - E’ la risposta che affiora alle mie labbra, ma forse non è quella giusta… mi prendo qualche secondo per riflettere:
- Perché… come disegnatrice faccio un lavoro sedentario ed ho bisogno di qualcosa che mi tenga in movimento… - Sorride. Ci avrà creduto? Comunque è andata, si parte.

Si tratta di lavorare in condomini di lusso pulendo le scale e le aree comuni (niente wc, sto facendo carriera?) turni e luoghi stabiliti settimana per settimana, induction days pagati e accredito ogni venerdì (evviva). 
Via mail ricevo informazioni su luogo, compiti assegnati, referenti. Organizzazione impeccabile. Per ora copro le vacanze dei titolari, posso sperare in un contratto permanent per il futuro.
E’ richiesta:
- massima puntualità (il primo turno di due settimane è dalle 7 alle 13, alzarsi alle 5 non è proprio il massimo ma ce la posso fare)
- total black look (allegria!),
- no scarpe da ginnastica (odiose ballerine… mi procureranno i primi sintomi di fascite plantare),
- massima cortesia con i condomini, comportamento impeccabile (dai, non mi metterò le dita nel naso…)

Il primo edificio assegnatomi è un complesso residenziale degli anni trenta, un po’ anonimo ma di lusso, composto da sei scale, sei piani ciascuna. 
Incontro la cleaner che devo sostituire, bella donna, massa di capelli ricci, nera, giunonica, di quelle che potrebbero mandarti a terra con una sberla, meglio tenersela buona… 
Mi mostra i compiti e il materiale, la parte più faticosa è trasportate i secchi con acqua e detersivi da una scala all’altra, si sale all’ultimo piano con l’ascensore e da lì si passa l’aspirapolvere piano per piano (attacca la spina, fai una rampa, stacca la spina, pulisci il corrimano e l'ascensore, riattacca la spina…), infine si pulisce l’ingresso, la parte più importante, con ascensore e porte tutte in vetro e acciaio (oh, no…). 

Mi mostra come pulire i vetri: dopo aver passato il detergente con una spugna lunga provvista di manico, con gesto sicuro ed una grazia che mi lascia a bocca aperta, fa scivolare il tergivetro in gomma in un unico movimento curvo (come il segno ∞ ), che sale e scende esattamente un attimo prima che goccioli il detersivo e lo tira via senza lasciare NESSUNA traccia. 
Rimango ipnotizzata da quella danza, altro che action-painting, qui stiamo assistendo ad una performance di action-cleaning perfetta! 
- Non ci riuscirò mai - è il pensiero che mi scuote dall’incanto. Infatti nei giorni successivi, per quanti sforzi faccia, le mie curve si bloccano, la gomma stride, le gocce cadono, ahimè, dovrò arrendermi a tirare banalmente il tergivetro in verticale, senza nessuna poesia.

Mi raccomanda di gestire le forze, non stancarmi e prendermi delle pause se necessario. Musica per le mie orecchie, ma il Supervisor cosa ne penserà? 
Con mia gradita sorpresa, il Building Manager che si occupa di supervisionarmi e riferisce all’agenzia, mi dice la stessa cosa: -Take a rest! (che non vuol dire prendi il resto, ma prenditi una pausa) - ogni tanto mi prende in giro: - Monica, stop! It’s CLEAN!- Alle 12,30 mi chiede che ci faccio ancora lì – Ma... il mio turno finisce alle 13…- Ma vai a casa! Garantisco io!
Ma dove sono finita? Sono su "You've been framed"? Dai, è uno scherzo? 

La giornata passa in fretta, io me la fatico tutta e approfitto anche per fare pulizia in zone che si vede non vengono toccate da mesi, è un modo per ripagare tanta gentilezza. 

Torno a casa veramente stanca ma con un senso di soddisfazione per un lavoro ben fatto (tenuto conto delle mie note abilità) e in più, in totale autonomia, senza sorveglianti col fiato sul collo, in certi momenti addirittura meditativo (mi vengono molte idee per nuovi disegni mentre passo l’aspirapolvere).
Peccato che questo incarico durerà solo due settimane, continuo a ricordarlo come il migliore che mi sia capitato.


Per quanto riguarda il comportamento impeccabile, devo dire che più di una volta i condomini hanno assistito alle mie numerose piroette involontarie mentre tentavo di liberarmi dal filo dell’Hoover che immancabilmente mi avvolgevo addosso, ammetto che non è stato il massimo dell’eleganza, ma magari qualcuno di loro possedeva un circo e avrebbe potuto ingaggiarmi come attrazione, nella vita non si può mai sapere…

lunedì 11 agosto 2014

It’s a Job!

Dall’estate 2013 per alcuni mesi lavoro come CLEANER, che secondo me fa più figo di ADDETTO ALLE PULIZIE ma il concetto è quello. 
Decisamente una brillante carriera, nelle mie mani le superfici brillano (o almeno dovrebbero). 
Comunque: it’s a job! Ed è senz’altro un’alternativa valida al Sandwich Artist per l’autobiografia dell’Artista-che-ha-fatto-la-gavetta.
Il primo contratto (brevissimo, una settimana) è con un’agenzia che si occupa di un residence per studenti. 
Il supervisor  nell’interview mi chiede se ho esperienza ed io rispondo che sono abituata ad occuparmi tutti i giorni delle pulizie a casa (solo che io ODIO i lavori di casa e me ne occupo poco e male!). 
Lui mi fa un sorrisetto sinistro, come dire: Vieni! Vieni a vedere se questo somiglia alle pulizie di casa!

Divisi in squadre di tre persone, ci occupiamo di risistemare i monolocali con angolo cottura e bagno degli ospiti che avevano lasciato il residence per le vacanze estive. Sbrinare frigoriferi, smontare e rimontare letti, spostare e pulire forni a microonde e tutte le suppellettili, svuotare i mobili, pulire e disinfettare gabinetti ecc…  
Le condizioni di quelle stanze… ho visto cose che voi umani… approfitto per fare un appello: "ragazzi, quando andate a studiare o a vivere fuori, abbiate pietà di coloro che verranno sulle macerie del vostro passaggio, grazie".

Tanta fatica, considerato che quelli erano gli unici giorni di vero caldo a Londra. 
Giornata di 4 ore senza pause, neanche 5 minuti, quella di 9 ore prevedeva 15 minuti per il pranzo. 
Mi impegno al massimo ma sempre con la sgradevole sensazione  di ottenere risultati mediocri. Il mio incubo: i vetri in generale, soprattutto quelli delle docce, mai perfetti. 
Il supervisor mi chiede spesso se è tutto ok, soprattutto nei due giorni di prova (non pagati, sic!) e per spiegarmi un compito lo esegue di persona, nel senso che si infila con la testa nel wc se necessario, cosa buona e giusta, direi. 
D’altra parte ripassa a controllare dovunque,  in caso ti fa rifare il lavoro e la cosa mi mette un tantino d’ansia. E poi c’è la fretta, bisogna essere impeccabili e velocissimi (due cose che nella mia vita non sono mai andate d’accordo).

Magari pratico un po' l'inglese, pensavo. 
Infatti imparo: limpio, sucio, seco, húmedo, oltre a rrrapido, rapido! Muj rrapido! L’agenzia è gestita da sudamericani e i colleghi (principalmente colombiani) non sanno una parola d’Inglese, ma sono simpatici e gentili e per farmi sentire a mio agio mi cantano in spagnolo le canzoni di Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Raffaella Carrà (no, vi prego, basta, preferisco sentirmi sola ed emarginata …) 

La sera non posso fare altro che stendermi, le mie ossa gridano vendetta, mi chiedo con quale energia riuscirò a disegnare…  pazienza, aspetto condizioni più favorevoli, nel frattempo mi serve guadagnare. 
E per finire, ho memorizzato un metodo infallibile per infilare il piumone nel copripiumone con pochi gesti e senza bozze. 
Sono cose che ti cambiano la vita!

mercoledì 30 luglio 2014

Improbabili Interviews n°6. The Last interview

Inizio estate 2013, a otto mesi dal mio arrivo a Londra mi ritrovavo a fare il punto della situazione.

Numero di agenzie d’illustrazione contattate: più di cento.
Numero di risposte positive:3.  
Agenzia n°1: dopo un incontro e un paio di mail entusiaste scomparsa senza lasciare traccia (ne ho parlato qui);
Agenzia n°2: mi propone di tenere le mie immagini in prova per sei mesi, ne sono passati 5 e non è successo niente.
Agenzia n°3: uno degli agenti accetta di incontrarmi e vedere il portfolio. Ci facciamo una lunga chiacchierata in un caffè. Mi disegna lo schemino sul mercato editoriale UK che vedete qui:

schema mercato editoriale inglese. monicauriemma

Il triangolo a sinistra rappresenta i libri da 1,99£ in su, la fetta di minore qualità, chiamati Value, i libri da colorare, ecc… al centro c’è la fetta di mercato chiamata Quality Mass, e a destra i libri da 10.99 in su, i Gift Books, quelli un po’ più di pregio. 
Da quello che vede, il mio lavoro avrebbe una collocazione dov'è l’asterisco cerchiato, cioè tra la fine dei Quality Mass e l’inizio dei libri pregiati. 
Dico: - Ah, non male! - E lui: - Non dovresti essere mica contenta! Questi sono i libri che si vendono poco o niente! Per guadagnare bene dovresti essere al centro…- Mentre medito sulla possibilità che il mercato mi voglia a tutti i costi postuma, lui mi dice che in ogni caso la loro agenzia tratta un target di età più basso del mio (età del lettore, non età dell’illustratore, che avete capito!) e quindi non potrebbero rappresentarmi in ogni caso.

Mi consolo strada facendo con una busta di patatine, torno a casa e trovo nelle mail la risposta ad una delle mie migliaia di applications per part-time di ogni genere; mi danno appuntamento per un’ interview: Food & Beverage  Associates,che suona benissimo e vuol dire Barman/cameriera (no, di nuovo?).

Si tratta di un importantissimo centro fitness,uno di quelli Luxury. Realizzo subito che non potrò fare affidamento sul mio fisico da urlo per impressionare l’interviewer.
Sedute su costosi divanetti, luci basse, arredamento ricercato, musica “thunz-thunz” in sottofondo, cominciamo la chiacchierata. 
Mentre la manager (italiana) mi spiega (in inglese) che il cibo e le bevande che servono sono assolutamente healty, no sugar and fat-free, io sorrido e trattengo impercettibilmente il respiro per tentare di nascondere (invano) la mia dipendenza da carboidrati e grassi. 
Mento spudoratamente su quanto mi piacerebbe fare un lavoro a contatto col pubblico. 
Mi guardo intorno: sono in armonia con l’ambiente come uno sgabello dell’Ikea in un salotto Rococò…
E anche quest’interview finisce, breve e indolore. Non mi chiameranno e io lo so, l’ho capito nei primi 30 secondi.

Dopo il magico mondo del fashion e quello del fitness mi chiedo in quale altro ambiente confortevole potrei cercare lavoro. Potrei lavorare in una discoteca, occuparmi di alta finanza, di armi, agente segreto?
In quel momento non so che di lì a poco comincerò una breve, intensa, ma decisamente “brillante” carriera.

Ve lo racconto nel prossimo post.

mercoledì 11 giugno 2014

Word on the Water

word on the water, foto. monicauriemma
Nel mio girovagare alla ricerca di lavoro l’estate scorsa, avevo modo di esplorare possibilità veramente interessanti. 
Scartato quasi subito un annuncio per aiutanti-giostrai (il luna park era bellissimo, tutto old stile, ma la vita da nomade non fa per me), mi rivolgevo a negozi di giocattoli, di greeting cards, librerie .

Una in particolare mi aveva affascinato per la sua aria romantica: “Word on the Water - The London Bookbarge”
Parole sull’acqua… che meraviglia! Praticamente era una Houseboat, una casa galleggiante come ce ne sono tantissime qui, utilizzate per piccole crociere attraverso fiumi e canali o anche come abitazioni o piccoli caffè, ma questa vendeva libri. 
Quel giorno c’era un musicista che si esibiva in un piccolo concerto sul ponte.
word on the water. concerto. foto. monicauriemma

Bellissimo. 
Mi sarei fiondata di corsa: vi serve un aiuto qui? 
Ma poi mi sono chiesta: I libri e l’acqua… non dovrebbero stare lontani? E quanti giorni all’anno a Londra c’è la possibilità di esporre la tua merce all’aperto? 
Se li guardavi da vicino i libri infatti erano tutti un po’ gualciti, schizzati e umidicci, il che aggiungeva un tocco di fascino bohemienne. Ne ho comprato uno, una vecchia guida dei canali, carino, un tantino ammuffito…

Non credo che avrei fatto fortuna come assistente alle vendite, no.
Ma era bello averci pensato.
p.s. ho appena scoperto che hanno anche una pagina Facebook, se volete date un'occhiata qui

giovedì 5 giugno 2014

Improbabili Interviews n° 5. Un bell’applauso!

Maggio 2013. 
Nota catena di negozi di abbigliamento mi invitava ad un’Interview per un posto di Visual Merchandiser (vetrinista) nel loro punto vendita centrale ad Oxford Street. L’unica mia esperienza nel campo risale agli anni ’90 quando curavo l’allestimento di negozi e stands di alcune marche di abbigliamento, non è proprio lo stesso ruolo, ma, insomma, ci provo.

Ore 8,45: “Welcome to your assessment day as VM!” recita un cartello, mi aspettavo un colloquio, una tortura a tempo limitato, invece qualcosa mi dice che verrò sottoposta a prove di destrezza nelle quali ovviamente tendo a fallire, come quei tre manichini dall’aria sinistra, con un cartello: “Style me!”
Mi guardo intorno: tutte ragazze, molto giovani. Tre inglesi, il resto straniere ma qui da più tempo di me, sei lavorano già per questa company e lo si capisce da come si sentono a proprio agio (di male in peggio…)
Il supervisor, la general manager, la super/iper qualcosa e la …chennesò, si presentano brevemente con qualche battuta di spirito e ci mostrano un video di quelli motivazionali, dove capisci quanto sarà fantastico, gratificante e stupefacente lavorare per questa “grande famiglia”, ma sì, commuoviamoci tutti, sarà bellissimo essere insieme! Un bell’applauso! 

La general manager, sul quintale, nera, taglio di capelli cortissimo, liscio-riccio-rasato-ultimissima moda, ci dice: - Non siate nervose, questa non è una gara! Purtroppo, possiamo scegliere solo due di voi – due su dodici? E perché non dovrei essere nervosa? - Adesso ognuna di voi si alzerà in piedi, ci parlerà di sé, del proprio look, delle proprie scelte di moda e del suo stilista preferito. Partiamo da me… -  mentre spiega che lei si ispira a Missy Elliot e Byionce, penso: il mio LOOK??? Io e la moda non abbiamo mai legato granché; vuoi perché recito la parte di sono-un’artista-non-ho-tempo-per-le-frivolezze, vuoi per mancanza di fisico-soldi, considero la moda una cosa interessante da guardare, ma fuori dalle mie priorità. Non c’era un argomento più semplice? Tipo: l’evoluzione della gorgiera  dal ‘500 al ‘600? Quello almeno l’ho studiato! Le mie aspirati colleghe parlano di quanto il loro look sia “sexy” o “professional” e di Gucci e Prada (ma non era il Diavolo che vestiva Prada? Vade retro, Satana!). Io guardo sconsolata il mio completo blusa e pantaloni morbidi neri, unici capi con cui mi sento a mio agio perché non sottolineano troppo la panza, completati da foulard bianco e collana colorata tanto per non sembrare troppo a lutto, e comincio a sentirmi come Hugly Betty. 
Al mio turno riesco a malapena a dire che  il mio stile è “comfortable”: - Il mio stilista preferito è Armani. Ovviamente questo non è un vestito Armani – tutti a ridere… Alla fine di ogni intervento facciamo tutti un bell’applauso!

Ma ecco Giochi Senza Frontiere! (o per essere più contemporanei, Wipeout). Prime due prove: in  gruppi di 4 sorteggiati al momento, vestire un manichino in 10 minuti scegliendone il look e poi spiegarne le ragioni; allestire una parete con una tematica data da loro, in 15 minuti, sempre spiegandone le ragioni. 
Gli esaminatori osservano i rapporti di forza che si creano nei gruppi. Se cercano un leader NON lo troveranno in me, io lascio fare a quelle che sembrano più esperte, mi ritaglio ruoli gregari, soprattutto se non c’è tempo e mi cade la roba di mano. Difetto che costerà al mio gruppo un errore nell’allestimento della parete. Ci era stato chiesto lo stile Safari e io correvo a prendere abiti e accessori safari (questo almeno lo so!) mentre le altre si buttavano sull’hawaiano seguendo la leader, aggressiva abbastanza da imporsi ma troppo presuntuosa per ascoltarmi, ho lasciato fare, ho scelto le cose giuste ma la parete è risultata non coerente con il tema, sigh.

Ciliegina sulla torta, prova individuale di mezz’ora: girare tutto l’enorme store armate di taccuino, partendo dalle vetrine, tre piani interni, uomo/donna/bambino, e segnare per ogni punto visitato tre elementi di forza, tre elementi negativi e tre possibili miglioramenti (per chi volesse venire qui, prenda nota, “strength/ weakness/to improve” qua te lo chiedono sempre e ovunque). 
So che se lascerò quella stanza dei labirintici sotterranei da sola, potrebbero ritrovarmi dopo una settimana ancora a vagare spaurita nei dintorni, non devo perdermi e quindi tengo tenacemente d’occhio il gruppo delle più esperte. 
Ovviamente i miei appunti sono diversi dalla maggioranza, degli shorts esposti ne so poco, guardo l’allestimento, la scelta dei materiali, la posizione dei manichini, la grafica e le luci, (dopotutto, ero più o meno una scenografa). 
La general manager continua a ripetere: Very interesting! Good point! Ma io so che potrebbe dirlo per semplice educazione. Il Supevisor di nome Love (?): capello biondo con ciuffo lungo mi-sono-alzato-da-cinque-minuti, aria emaciata e vagamente annoiata da “Che ci faccio qui? Io dovrei fare lo stilista, altro che grandi magazzini…” Prende appunti sul suo taccuino. La tortura è quasi finita: facciamo tutti un bell’applauso! (sembra di stare ad un Talk Show…) 

Dopo una pausa in cui posso fraternizzare con le mie compagne di sventura, arriva l’interview vera e propria, una serie di domande individuali sul customer service, del quale ovviamente non ho NESSUNA esperienza, sono le due, io sono cotta, l’esaminatrice anche, vado via esausta. 
Ho pochissime possibilità. Se mi va bene dovrò lavorare tutti i giorni dalle 7 del mattino alle 4,30, vestire circa 400 manichini oltre a walls e corners vari ma farò parte di questa “grande famiglia”, vuoi mettere?


Qualche giorno dopo mi arriva una cortese mail: pur essendo rimasti tutti favorevolmente colpiti dalla mia prova (?), al momento c’erano persone con esperienza più specifica, colgono l’occasione per augurarmi il meglio. Va beh, In fondo mi sono divertita, quando ne facciamo un’altra? 

martedì 20 maggio 2014

Improbabili Interviews n°4. Le mani in pasta.

Siamo nel marzo 2013, poco più di un anno fa.  Mentre cercavo un’altra agenzia d'illustrazione (dopo che la prima si era data alla macchia, come ho scritto qui), applicavo e applicavo e applicavo...

Company italiana che produce pasta artigianale e vari sughi cerca assistenti di cucina part-time e full-time, con la passione del cibo e una buona conoscenza della cucina italiana. Scrivo. Sono italiana, dovrebbe essere un vantaggio, quanto alla passione del cibo, se arrivano a vedermi lo capiranno da soli. 
All’interview telefonica segue una giornata di prova, retribuita metà paga (almeno...). 
Presentazioni: il capo, milanese, abbastanza giovane, aria da “Sono un grande imprenditore (guardami le scarpe) ma non ci tengo a sottolinearlo”, mi dice due volte che loro non lavorano a nero (guarda, l’idea di lavorare a nero non mi ha neanche sfiorata…).Poi ci sono i ragazzi che formano il team: un cuoco di Napoli, uno di Viareggio e un siciliano (sembra una barzelletta…). Vantaggio e svantaggio di lavorare con gli italiani, ci capiamo subito ma come mai potrò praticare l’inglese? 
Rimango  in compagnia dei ragazzi, simpatici e molto gentili. E poi c’è un lettore musicale, evviva! Adoro lavorare con la musica. Alla terza ora di rock italiano e al terzo minuto della cover di “Eppure il vento soffia ancora”di Pierangelo Bertoli, cantata da Ligabue (chitarra e voce, lentiiiissimaaa…), vengo presa dall’irrefrenabile desiderio di tagliarmi le vene col pelapatate: d’accordo la nostalgia di casa ma siamo a Londra, Londra, capite? Con tutto il rispetto per Ligabue, un po’ di musica inglese no?

Taglio e pulisco quintali di verdure. Lavo tutto il lavabile. Pelo patate. Svuoto, lavo e tolgo l’etichetta a DUECENTO barattolini di pesto scaduto, preparandoli per la sterilizzazione. Stupore e gratitudine nei loro sguardi, li ho sollevati da una rogna che si passavano da giorni a vicenda. Ragazzi, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo! È molto stancante ma sono a mio agio. Nessuna difficoltà.

Chiacchiero con loro e capisco che c’è tensione col boss. 
Momento particolarmente indaffarato, uno di loro non fa un giorno di pausa da tre settimane, l’altro sta per lasciare, non ne può più. Lavora tre giorni a settimana ma va via a mezzanotte e deve anche caricare e scaricare i furgoni per i mercati. Un altro è sbattuto da un mercato all’altro senza preavviso o pianificazione. Le cose potrebbero andare meglio, organizzandole. 
In cuor mio spero che la richiesta di aiuto sia per aumentare il team di almeno due/tre unità; per come la vedo, servono un paio di figure tutto-fare di cui una potrei essere io, che si occupino solo di facilitare il lavoro ai cuochi, lavando, pulendo e preparando gli ingredienti. Così loro possono concentrarsi sulla cucina, produrre di più e meglio. Ma qualcosa mi dice che la politica è: spremo le persone finché ce n’è, poi le cambio con altre, tanto la company sono io. I colleghi sono molto giovani, tutti qui da poco e non hanno imparato molto d’inglese, lui gioca su questo, dice che c’è crisi e dove lo trovano un altro che li prenda così... 
Tutto questo mi balza in faccia come un deja vu. Già vissuto, molti anni fa, quando lavoravo nei laboratori di Scenografia. Turni massacranti, sette giorni su sette, paghe da fame e un continuo: Sei giovane, devi fare esperienza, dovresti ringraziare se ti faccio lavorare, sono appena le sei, già te ne vai? Un martellamento tanto ripetuto che finivi per crederci anche tu, ci credevano i tuoi colleghi anziani, ti entrava dentro, ti marchiava a vita. Un brivido mi percorre la schiena. È così che si forma il lavoratore medio italiano (non sempre, ma spesso). Allora avevo 21 anni ed ero appena uscita dall’Accademia, ci ho messo molto a scrollarmi di dosso questo condizionamento. Adesso di anni ne ho 45 e, amico, se ci provi con me ti ritrovi con un calcio nel c…

A fine giornata arriva il boss. Come va? Tutto bene. Parliamo dell’orario, ribadisco che sono disponibile per un part-time, massimo trenta ore settimanali come da annuncio e lui mi dice che in quel momento il “part-time” che sta facendo il ragazzo che devo sostituire (ecco…) è di 38 ore (!), comunque si sta organizzando, deve vedere altri candidati, mi farà sapere a breve. Giorni dopo mi comunicherà che hanno scelto un ragazzo. Uno solo. Logico. Ti serve qualcuno giovane e forte, che non abbia pretese di orario, sia qui da poco e alla ricerca del primo lavoro, a cui puoi dire che gli fai un favore se lo prendi.

Dispiacuita? Mah… guarda, anche no.

mercoledì 7 maggio 2014

Improbabili Interviews n°3

Gennaio 2013. In attesa di notizie dall’agente di illustratori desaparecida, le mie applications continuavano. Rispondo ad un annuncio: kitchen assistant in una Bakery (“o’ppane!” Cosa c’è di meglio?), mi invitano ad una prova in uno dei loro punti vendita. Ci metto poco a scoprire che non cercano proprio un assistente di cucina. La cucina non c’è…
Neal's Yard, London. Foto. monicauriemma
Siamo in zona Covent Garden, vicino alla coloratissima Neal’s Yard, il punto vendita è al centro di una galleria di negozi, c’è un bancone con prodotti salati e dolci e un retro banco con macchina per caffè/the. Ho mai detto che detesto il caffè e che non ho mai imparato a farlo? Lo so che sono napoletana, lo so! Ma non ne sopporto il sapore, l’odore, e mi irrita perfino la polvere quando lavo la caffettiera… Ovviamente qui cercano un BARISTA. Bene!

Per fortuna il ragazzo che deve istruirmi per la prova è italiano, almeno capirò subito cosa dice.

All’opera. Queste sono le bustine del the: normale, al lemon-ginger, the verde ecc… qui il caffè.
Espresso. Svuota la posa con colpo secco, riempi il contenitore, togli l’eccesso, avvita il braccetto, senti lo scatto? Deve fare lo scatto. Seleziona double cup, metti le tazze. Aggiungi il latte (il latte nell’espresso???). Impariamo come fare la schiuma. Premi qui. Rumore fortissimo di getto caldo nel contenitore, faccio un piccolo salto indietro per lo spavento. Ti regoli col rumore (nel senso? Più mi spavento meglio è?). La giusta proporzione: schiuma tre quarti di tazza (mmm…mmm…). Provo. Sbaglio. Riprovo. Ancora. Adesso facciamo il Latte (sarà facile… il latte è latte). Errore. Il latte è caffè-latte. Svuota la posa, riempi il contenitore, avvita. Single cup. Largo. Attenta alla schiuma. Aggiungi il latte fino all’orlo. Spolvera un po’ di cacao. Latte freddo a parte. Cappuccino. Svuota la posa…

La tortura dura un’oretta, non riesco a memorizzare le istruzioni, sono maldestra, un disastro.
Torno a casa un po’ avvilita. Ma la passeggiata è bella, faccio un po’ di foto, così scarico la tensione.
Neal's Yard, London. Foto2. monicauriemma

Neal's Yard, London. Foto3. monicauriemmaMi arriva dopo qualche giorno la mail del supervisor con il solito UNFORTUNATELY, senza nessuna sorpresa. Gli rispondo d’istinto che lo ringrazio e lo capisco, perché ero decisamente scontenta della mia performance (volevo dirgli: amico, fossi stato in te non avrei assunto me stessa neanche sotto minaccia!) e lui mi risponde subito dopo: “ma no, mi dispiace se la prendi così, forse era l’emozione, vedrai che la prossima volta andrà meglio, non ti scoraggiare ecc…”
Mi viene da ridere. Grazie, sei gentilissimo ma posso dare l’addio alla mia carriera di barista prima di cominciare?

mercoledì 26 marzo 2014

Curriculum Vitae inglese. Tutta un’altra storia.

Immagine CV Inglese Monica Auriemma
Devo preparare il  Curriculum: che sarà mai? Cerco di tradurre il mio CV italiano o quello Europass. 
SBA-GLIA-TO. 
Prendi il tuo vecchio CV e buttalo via, non serve a niente. Giuro. Ho studiato seriamente la cosa.

Nel mio primo incontro con un consulente del  NATIONAL CAREER SERVICE  (o NCS, istituzione utilissima che fornisce informazioni su lavoro, carriere, CV, appunto, consiglio di visitare il loro sito) ho ricevuto un preziosissimo plico di fotocopie intitolato: How to write a winning CV. La parola d’ordine sulla prima pagina era: “Sell yourself!” Venditi! Che a me sembra quasi un insulto.  Già, gli inglesi devono distinguersi pure in questo, non bastano le once, le miglia e la guida a sinistra… qui non vogliono sapere cosa hai fatto e dove hai lavorato, troppo semplice, prima vogliono che tu decanti le tue lodi nella maniera più convincente possibile. Immediatamente dopo i propri dati (nome, numeri di telefono ecc…) bisogna inserire il cosiddetto PERSONAL STATEMENT o PROFILE, una presentazione di te stesso, meglio in terza persona, come se stessi vendendo il prodotto migliore che hai. Un magnifico pezzo da collezione.

E io non sono abituata, da brava italiana mantengo una certa modestia e distacco se devo scrivere di me. Invece qua devo usare degli aggettivi. Esaltare le mie doti. Andare contro la mia natura e la mia cultura di provenienza.  Dopo molti ripensamenti (e una decina di CV cambiati) ho dovuto scrivere: A talented Artist Illustrator with a strong background in classic 2d drawing, painting, and ability to use graphics software. (a Napoli seguirebbe pernacchia, a Londra pare di no). Bastano tre o quattro righe di questa autocelebrazione, che possibilmente (ma non necessariamente) si concludano con quello che stai cercando, qualcosa tipo: Seeking a job where I can use my skills, o Interested in a… Position, Searching for a part-time role… cose di questo genere.

Bene, la prima parte è fatta. Arriva un altro scoglio: elencare le skills, le tue abilità. Nelle mie fotocopie la pagina comincia con “YOU DO HAVE SKILLS!” Tesoro, devi pure avere delle abilità, su, spremiti le meningi e tirale fuori! Qui non si tratta solo di software, processi o tecniche che puoi aver imparato ad usare, si tratta anche di doti umane, organizzative, relazionali, creative, che puoi aver sviluppato anche al di fuori del lavoro, o in altri tipi di lavoro, (le chiamano transferable skills, perché te le puoi giocare come jolly)  non ti scoraggiare e mettiti in cerca! Un metodo per trovare le skills è spulciare tutti gli annunci di lavoro dei campi che ti interessano, spesso le aziende dicono: if you are automotivated, willing to learn, good team worker… ecco, cerca di capire di che si tratta, vedi se hai una di queste skills e buttala nel tuo elenco.
Ovviamente trovare le mie skills nel campo dell’illustrazione è stato relativamente facile, ma quando si legge un mio CV per lavori part-time (devo pur assicurarmi la sopravvivenza mentre avvio la mia sfolgorante carriera da illustrator…), si sente ancora lo stridio delle unghie che si arrampicano sugli specchi mentre compilavo l’elenco. Ho un Good team worker – have a cheerful  and friendly personality (oh, cercavano un tipo amichevole e allegro e io lo sono…) un Punctual, Reable, Flexible…  roba così.

Il fatto è che questo esercizio serve, principalmente a te. Scopri che alcune qualità che tu consideri minime e neanche menzionabili, tipo che sei una persona puntuale, possono essere spese per la tua candidatura, non parti da zero, non puoi dire: non so fare niente. Una specie di corso di autostima!

Seguono le tue esperienze di lavoro, sempre in elenco, con tanto di mansioni ricoperte, compiti svolti, possibilmente risultati ottenuti (dipende dal tipo di carriera). Poi gli studi.  A seguire i tuoi interessi, hobby, esperienze che hai fatto, premi ricevuti, volontariato (non dimenticare il volontariato! Qui è veramente importante, meriterebbe un post a sé…).

Infine le References. Di solito la formula è: Available on request. Spetterà all’azienda chiederti i dettagli nell’interview. Il problema è che probabilmente te li chiederà davvero! Spesso le aziende interessate ad assumerti vogliono comunicare con un paio di datori di lavoro precedenti, o con i professori, se sei appena uscito dalla scuola. Quindi se possibile chiedi ai tuoi ex datori di lavoro, molto meglio se in UK, di permetterti di dare un contatto ai possibili nuovi employers. Come dici? Te ne sei andato dall’ultimo lavoro con un bel vaf@@@@ e ti sei portato via la cancelleria? Oh, questo è molto poco british, probabilmente ti sei giocato la referenza… Il tuo ultimo datore di lavoro parla solo dialetto marcianisano stretto? Spera che gli mandino solo una mail e forniscigli tu le risposte.

Bene. Abbiamo finito. Il tutto deve stare entro le due pagine. Tassativo. 
In genere gli addetti leggono solo la prima parte della prima pagina, se non li colpisci lì, passano oltre. Se vedono tre pagine si sentono male, garantito. 
Ma il mio CV è molto più lungo!!! Amico, abbandonati alla disperazione per un po’ ma poi diversifica i CV a seconda delle posizioni che cerchi eliminando il superfluo, fai un’operazione di scrematura, sintesi, formattazione del testo, tabulazioni, scegli un carattere più piccolo, che ne so, inventati qualcosa, ma ti prego, stai nelle due pagine. Non vorrai far piangere un inglese vero?


P.S. Informazione di servizio: si forniscono a richiesta le fotocopie dettagliate NCS (parecchio scribacchiate a matita da me ma ancora in buono stato) in cambio di piccola spedizione a scelta di mortadella, parmigiano, mozzarella di bufala etc. offerta libera. =D =D =D

lunedì 17 marzo 2014

Cercare lavoro: Primi steps.

Immagine per Cercare lavoro. Primi steps
dai miei appunti della fine 2012.

1) Procurarsi una sim inglese(avere un numero inglese è come dire: io vivo qui). Nel nostro caso anche un contratto internet fisso. Aggrappati letteralmente ad una nostra giovane amica italiana che vive qui, lasciamo che sia lei a parlare in un negozio di telefonia, sorridiamo ai commessi senza capire granché e ci portiamo via i contratti.

2) Farsi coraggio e andare al Job Centre più vicino a chiedere un appuntamento per il NINo (il National Insurance Number, sorta di codice fiscale necessario per lavorare e pagare le tasse).Da lì fare la prima (disastrosa) telefonata in inglese per comunicare i nostri dati. Qualche giorno, ed arriva una delle lettere che imparerai a riconoscere dalla busta, (rigorosamente su carta riciclata, vuol dire che è lo Stato che ti cerca) con numero provvisorio,data e luogo dell’interview per il NIN, in cui cercherai di spiegare che non sei un terrorista, intendi vivere e lavorare qui. Attendere pazientemente la risposta e dopo circa un mese dalla richiesta il magico numero ti arriverà (sempre se non sei un terrorista…).

3) Aprire un conto in banca. Se qualcuno ti vuole pagare deve sapere dove versare i soldi. Niente contanti, per carità. Qui è gratuito, non occorre versare subito denaro ed è molto meno burocratizzato che in Italia. Bisogna prendere appuntamento in banca e poi sottoporsi alla tortura (per lui e per noi) di parlare con l’impiegato. Dopo circa un’ora di colloquio (per quanto ne sappiamo potrebbe averci aperto un conto alle Caymans, ma ci fidiamo e sorridiamo) anche questa è fatta! Poi verrà la parte più difficile, riempirlo...

4) Finally, dedicarsi alle applications , cioè rispondere alle offerte di lavoro. Questo è un vero e proprio lavoro. Puoi passarci tutta la giornata, ti iscrivi a decine di motori di ricerca, ce ne sono tantissimi, metti le preferenze per zona, per tipologia, e ti arrivano le email alerts. Poi c’è il sito Directgov che è una specie di “collocamento” nazionale, anche lì ti puoi iscrivere e ricevere gli avvisi. Certo, converrebbe capire bene cosa dicono le inserzioni.  Non confondere un Caretaker  (custode) con un Undertaker  (becchino), si può sempre fare, ma è meglio saperlo. Non scartare a priori gli annunci come Clerical, nessuno vuole farti fare carriera ecclesiastica, cercano un Impiegato. Nel campo grafico, un po’ più vicino alle mie attitudini, decifrare le parole in codice come: UX/UI Designer, UI HTML CSS JavaScript Developer, boh?  E c’è chi lo vuole Junior, chi Senior e chi Mid Weight ( oh beh, io sono un po’ sovrappeso, chissà se passo come peso medio…).  Stilare poi  elenchi su elenchi di company che producono greeting cards,  carte da parati, stickers, scrivere ad un’infinità di agenzie d’illustrazione.
Alcuni annunci (per esempio quelli della Royal Mail) ti fanno compilare test a tempo, nel senso che per ogni domanda hai tot secondi per rispondere o perdi la pagina,  spesso io e il mio compagno ci mettiamo insieme come davanti ad un telequiz, è divertente! 
Leggere con ansia le risposte, moltissimi rispondono, anche dopo tempo, tutti gentili, grazie per averci contattato, ma poi c’è quella parolina lì, che hai imparato a individuare subito: UNFORTUNATELY, e capisci che non è andata, sfortunatamente al momento ecc… ma cogliamo l’occasione per augurarti il meglio blablabla…  
La sera facciamo il resoconto: tu quante ne hai fatte? Io oggi ti ho battuto!
Ricordo che in Italia il 99% degli annunci era per telemarketing o rappresentanza in generale, qui invece tutti mettono inserzioni su internet. Un annuncio recava uno strano marchio con la corona reale…  Buckingam Palace cercava un lavapiatti, (vado a lavare i piatti di Bettina!) , la notizia è rimbalzata anche in Italia, purtroppo non mi hanno presa. Danilo invece una volta ha risposto ad un annuncio per i Servizi Segreti. Proprio così. L’ MI6 cercava un magazziniere (vado ad archiviare le armi di 007!).  E’ andato avanti nel compilare la domanda finché non ha scoperto che era solo per cittadini britannici (un minimo di cautela lo dovranno pure avere, sai com’è…) e ha dovuto rinunciare, non prima di essere stato esortato a mantenere il silenzio sull’applicazione. Qua ‘o fatto è Serious!
Lavapiatti a Buckingham Palace. Cercare lavoro: Primi steps