giovedì 23 aprile 2015

Shelley The Blacksmith

London Museum of Water & Steam, il Museo del Vapore, una ex stazione di pompaggio dell’800, a Kew Bridge. 
Sono all’esterno della struttura e già mi pregusto le foto che farò. 
Datemi ingranaggi, ruote dentate, tubi, manometri, possibilmente vecchi, e mi fate felice. Preciso che non capisco nulla di tecnologia, nemmeno della più elementare, ma non importa. Non mi interessa il processo, i risultati, non il funzionamento del meccanismo ma la sua forma.

Devo aver avuto una specie di imprinting quando ero piccola. Mio padre era progettista meccanico e in alcuni periodi lavorava fino a tarda sera nella stanza dove dormivo insieme ai miei fratelli. Non c’erano i pc allora (ebbene sì, signori, c’è stato un tempo in cui le cose si facevano senza pc o smartphone…), ma un enorme tecnigrafo sul quale erano incollati strati e strati di fogli lucidi disegnati a matita. 
Un universo di linee tratteggiate, frecce, quote, sezioni di pezzi meccanici. 
I fogli si spostavano e i pezzi combaciavano, ruotavano, si incastravano l’uno nell’altro. Era uno spettacolo bellissimo. Mai più dimenticato.


Ma sto divagando. Dunque sono al museo, le persone che mi accompagnano devono incontrare una dei vari artisti che ha lo studio all’esterno della struttura. Di lei non so nulla, se non che si chiama Shelley.
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Ed ecco che da una porta buia in una parete di mattoncini sbuca una figura imponente in gilet di pelle e scarpe antinfortunistiche. 
Molto più alta di me (ma per questo ci vuole poco…), capelli bianchi con una sfumatura bionda alle punte, raccolti in una coda, sguardo penetrante, azzurro, vivacissimo, bel sorriso da cui spuntano denti d’oro, mani nodose. 
Non mi stupirei se avesse una benda sull’occhio e una pistola al cinturone.

Il maglione che porta sotto il gilet è bucato vicino alle maniche. 
Sono le scintille. 
Shelley Thomas è una Blacksmith, una donna fabbro, ella domina il fuoco, usa la forza, una tecnica millenaria, piega i metalli al suo volere per creare grandi cancellate o piccolissimi monili. 
E questo è un personaggio! Mi serve! comincio a pensare…

I miei amici parlano con lei di workshop sui gioielli, io li ascolto appena, resto col mezzo sorriso ebete e lo sguardo fisso su di lei a cercare di imprimere nella memoria i particolari, gli anelli alle dita, una strana spilla appuntata al gilet, probabilmente una sua creazione… non dico una parola, ho una sola domanda come un mantra in testa: “Can I take a picture? Can I take a picture? Can I take a picture?...”, posso fare una foto? Non ho il coraggio, non ci conosciamo, mi prenderà per matta (e non sbaglierebbe di molto). 

Ci salutiamo e io faccio i miei scatti al museo ma una volta a casa corro a cercarla sul web. 
Soprattutto trovo l’elemento mancante per il disegno che ho in mente, il super-tecnologico casco protettivo che usa per lavorare, in una bella foto sul suo sito.

Ecco qua, glielo piazzo in testa. Shelley The Blacksmith è completa.

Qui potete trovare il suo sito e la sua paginafacebook.

mercoledì 1 aprile 2015

Italians Vs Italians

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Bozza cover per un progetto sull'Inno d'Italia, Paramica Edizioni, mai pubblicato - 
Una sorta di schizofrenia coglie gli emigranti italiani delle ultime generazioni. 
“Non andare a lavorare con gli italiani, ti sfruttano e ti trattano male”. 
“Che fastidio a Portobello, sentivo parlare solo italiano!”. 
“Non mi piace quel posto, è pieno d’italiani.” 
E, scusa, noi cosa siamo??? 
A volte cado anch’io in questa trappola, se sento parlare italiano nella tube (talvolta così ad alta voce che non posso far a meno di sentire, sigh), provo un senso di fastidio. Stento a riconoscermi nei miei simili.
È come se dicessi: Io?! Io no! Mica sono come loro? Sono integrata io, vivo qui, mi tengo sulla destra quando sto sulla scala mobile io, che credete?!

Certo, le faccende politiche degli ultimi anni hanno contribuito non poco a farci sentire lo zimbello d’Europa e del mondo, il marchio di mafiosi e corrotti è uno stereotipo pesante da sopportate ed è vero: siamo piuttosto chiassosi, gesticoliamo, siamo invadenti… ma c’è un problema più profondo alla base. La mancanza di un senso di appartenenza, coesione, patria (se vogliamo usare questo termine), lo so che la nostra storia non ci ha aiutato affatto a sentirci Paese, ma non voglio passare la vita a dissimulare, far dimenticare ciò che fa parte di me, insomma mi fa tristezza pensare: sono italiana ma non tanto.

Mi spiegavano che qui non c’è qualcosa come la Little Italy americana, non c’è una comunità forte che ha colonizzato interi distretti, a differenza di molti altri gruppi. 
Forse neanche la vorrei, in fondo sono andata via anche per scrollarmi di dosso certi meccanismi che ci appartengono culturalmente e non vorrei ritrovarne la fotocopia londinese.

Eppure dagli italiani che ho conosciuto qui ho avuto favori, aiuto e gentilezze disinteressate. 
Ho passato ore al telefono a farmi spiegare come funzionano le cose, ho ricevuto calore e supporto, ed ho cercato di darne ad amici e conoscenti che arrivavano qui dopo di me. 
Perché è così che si fa.

Perché quando uno arriva qui è solo e smarrito e un po’ di calore umano aiuta a superare le difficoltà.

Forse come popolo abbiamo qualche problema, ma presi uno ad uno siamo proprio brave persone. 

mercoledì 25 marzo 2015

Corri Malik, Corri

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La mia ultima fatica libresca per l’Italia è in uscita in questi giorni, ma non la trovate in libreria, dovete andare al Supermercato…

Partiamo dall’inizio: nei mesi scorsi il concorso “Scrittori diClasse”, progetto Conad, ha coinvolto decine di migliaia di scuole da tutta Italia con la partecipazione di autori del calibro di Roberto Piumini, Vanna Cercenà, Silvana De Mari, Manuela Salvi, Guido Sgardoli, Luigi Garlando, Beatrice Masini e Tim Bruno (trovate i loro profili qui). 

Gli otto libri. 
Per le classi si trattava di partire dagli incipit degli autori e creare una storia, I ragazzi hanno lavorato in maniera corale, sono entrati nei meccanismi della narrazione, hanno letto e valutato i racconti degli altri, incontrato scrittori veri. 
C’è un marchio commerciale dietro, ma non storcete il naso, promuovere la cultura e la formazione a me sembra sempre cosa buona e giusta. Inutile dire che in UK aziende pubbliche e private organizzano concorsi artistici e letterari come se piovesse (e qui piove, giuro…).

Sono nati così otto libri, illustrati da: Katia Belsito, Erika De Pieri, Antongionata Ferrari, Roberto Lauciello, Cecco Mariniello, Manuela Orciari, Claudio Prati e la sottoscritta. 


Il mio lavoro era tassativamente concentrato tra il 16 Dicembre e il 15 Gennaio. Non un minuto prima, dato che bisognava decretare i vincitori e imbastire il racconto finale, e non un minuto dopo, per i tempi tecnici di stampa e distribuzione. In quel mese il libro doveva essere elaborato, illustrato, “copertinato”, in contemporanea, tra scrittore e illustratore. 

Nei giorni precedenti mi preparavo al ritiro lanciando proclami apocalittici: Per un mese non ci sentiremo! Non potrò uscire! Non ci sono per nessuno! Tra un boccone di panettone e uno di pudding (per onorare patria di provenienza e patria d’adozione), trascorrevo le mie feste natalizie nell’ “antro oscuro” a disegnare.

Con i colleghi ci scambiavamo mail notturne del tipo:
- Io ho appena finito, tu a che punto sei? - A me manca ancora una nottata!
- Il racconto come procede? - Sono in alto mare! Comunque Buon Anno!

Le mail con la prode Manuela Salvi che faceva da coordinamento, spesso avevano come oggetto: “sono viva”, iniziavano con: “scusa l’invio notturno” oppure “se vedete del non-finito non è una distrazione, sarebbe voluto, se vi fa vomitare, just let me know” e si concludevano con “zzzz…” o "daidaidai..." da parte di entrambe
Insomma, ordinaria amministrazione artistico-letteraria.

Il racconto che ho illustrato, per le scuole medie, è quello di Luigi Garlando, elaborato su una storia della 2E, Scuola Piero Vannucci (Perugia):  “Corri, Malik, corri”, parla di un ragazzino africano adottato in Italia con la passione per la corsa. 
Queste sono alcune tavole. 

I protagonisti:

Malik, è alle prese con la responsabilità delle proprie scelte, oltre i turbamenti d’amore/amicizia. 
Ha l’età in cui si comincia a crearsi un “look” e io volevo un tratto distintivo, frutto di una sua scelta, mi sembrava una buona idea fargli le treccine (sono letteralmente affascinata dagli innumerevoli modi di annodare, intrecciare, acconciare i capelli afro), me ne sono pentita appena capito che dipingere treccine una ad una per dieci volte poteva essere alienante, ma era troppo tardi, la prossima volta un bel taglio a zero, eh?

Rosalba (capello rosso fuoco e abiti punk-dark per espressa richiesta della classe vincitrice), è una graffitara. Io adoro i graffiti e tutta la Street Art, qui a Londra poi sono letteralmente circondata. Confesso che essere “Writer” mi sarebbe piaciuto, ma ahimè, avrebbe richiesto velocità di esecuzione, sprezzo del pericolo e soprattutto andare in giro di notte, tutte cose che NON fanno per me. Mi sono tuffata nelle mie foto ai muri londinesi e in un’abbondante ricerca sui graffiti di Milano, città dov’è ambientata la storia, per inventare una specie di Rosalba’style: spirali coloratissime e piccoli personaggi strani.




Non mi piace che i miei lavori sembrino tutti uguali. 
A volte non ho abbastanza tempo o libertà di scelta (spesso mi accade con i lavori di scolastica inglese) e sono costretta ad affidarmi al mestiere, ripercorro strade già fatte, veloci, ma combatto sempre per fare un passetto in più, un piccolo esperimento, in ogni lavoro.  
Qualche volta ci riesco, altre no, ma conservo l’esperienza per l’occasione successiva, se finisce la ricerca sei morto.  
Ovviamente niente di eclatante, magari il pubblico non se ne accorge, e poi io resto sempre io.

Siccome ho una certa tendenza a diventare leziosa, a fare il disegno “perfettino”, con tutte le cose al posto giusto, ho tentato di rompere il mio schema. 
Riempivo tutto e poi cancellavo, o mi fermavo un attimo prima di finire, eliminavo del disegno per far “respirare” il colore. 
Magari il risultato è ibrido, adesso è troppo presto per giudicare, mi sembra tutto bello, me ne renderò conto col tempo, ma comunque mi sono divertita. 
Sia benedetta la “macchina infernale” (il computer) che mi fa lavorare su livelli diversi come su fogli sovrapposti, uno per il disegno, uno per ogni texture, e mi permette di verificare in corso d’opera se l’idea che sto seguendo è interessante o meno, così posso rifare lo stesso pezzo più volte senza perdere i tentativi precedenti. 




Alla tavola finale tengo molto. Io tutt’altro che sportiva, mi sono appassionata alla corsa alla mia tenera età, per seguire le manie inglesi, (salvo poi stare ferma per mesi causa fascite plantare) e ho provato personalmente l’ebbrezza di superare un limite apparentemente impossibile, che è quella che riesce a provare Malik. Una volta ho alzato le braccia al cielo e mi sono commossa, anche se avevo corso solo per venticinque minuti di fila (ne ho parlato qui), perciò, signori, in questa tavola Malik sono io!

Per alcuni racconti, soprattutto per target d’età più alta, preferisco usare modelli reali (come per l’Aida). Stavolta ho torturato per benino tre ragazzi che ringrazio di cuore: Imma Esposito, Matteo e Paolo Riccardi.  

E adesso che aspettate, andate a fare la spesa, su! ;)



mercoledì 18 marzo 2015

Missing Letters

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Da molto tempo indago su alcune sparizioni.
Si tratta di lettere dell’alfabeto.
Non c’è molto da ridere, credetemi, la faccenda è seria, e molto più grande di quello che sembra.
Deve trattarsi di una ruggine antica, tra gli inglesi e l’alfabeto scritto, uno di quei rancori che ti porti dietro da secoli, come i greci e i turchi. Non si sa chi abbia cominciato prima, quello che è certo è che le lettere subiscono contrazioni, fusioni, torture di vario genere, fino a sparire nel nulla…

I primi indizi li trovi nella passione smodata per acronimi ed abbreviazioni. Non si tratta solo delle sigle di partiti ed istituzioni. Qua si contrae tutto quello che si può. Con due parole hai già una potenziale sigla.
Il tecnico del gas mi ha scritto che mancava il FSD (Flame Supervision Device) la mia faccia smarrita non gli ha fatto pietà, me lo sono dovuto andare a cercare su internet che diavolo fosse questo fsd.*
Nelle mail, per dirti il prima possibile (As Soon As Possible) scrivono ASAP, “ci sentiamo asap, ti scrivo asap, consegna asap” (I beg your pardon? Modo elegante per: che cavolo dici?), gli appuntamenti a volte sono TBC, che non è la tubercolosi ma vuol dire To Be Confirmed.


I mestieri sono tutti siglabili: annunci di lavoro cercano UX / UI Designer (User Experience / User Interfaces, e anche così ne so poco più di prima); per lavorare con i bambini ti chiedono il DBS (prima ti chiedevano il CRB, tanto per confondere un po’ le acque), che sta per Disclosure and Barring Service, una specie di controllo della fedina penale, per mostrare che non hai commesso reati.

Le specializzazioni arrivano a livelli di astrazione pura. Sul pieghevole del centro medico c’è scritto che il mio dottore (che mica puoi chiamarlo medico? Chiamalo GP, General Pratictioner),  è specializzato in “M.B.B.S. D.R.C.O.G, D. C. H., D.F.F.P, M.R.C.G.P.” Una specie di enorme codice fiscale con punteggiatura, un linguaggio segreto? Un messaggio criptato? 

Forse è una questione di risparmio: di voce, di tempo, di caratteri… ma spiegatemi come diavolo fate a ricordarvi tutti questi acronimi? Fate corsi di “acronimìa”?


Quando anche la parola è scritta per esteso la mortificazione continua, lettere che esistono sulla carta vengono puntualmente ignorate, troncate, ingoiate, arrotolate nella pronuncia .

Le R sono forse le più maltrattate, dovunque si trovino nella parola, ma soprattutto alla fine. Come se non ci fossero: MIRROR, MIVVAa ( con la A un po’ lunga, e mi raccomando, arrotolate le R centrali se no sono guai)
Se la giocano alla pari con le E. ONE MORE TIME… Le E finali? Spariscono senza lasciare traccia. 
LITERATURE suona più o meno LI-TSCIÀ-TSCIÀ. TEMPERATURE: TEMPRE-TSCIÀ. La E centrale? Scomparsa, e TURE diventa il verso di una cornacchia.
Nomi di località impietosamente amputati, come BICESTER. Ero lì alla stazione che mi arrovellavo per capire se era più giusto BÀICESTAa, BÌSESTAa, BISÈSTAa  e l’annuncio sonoro mi gela: “The train for BISTAa...”
BISTAa?! Ma questa è mezza parola! Mezza!
E così, pare, tutti i nomi che finiscono per CESTER. LEICESTER? LESTAa. Taglio netto, lettere dimezzate. Nell’indifferenza generale.

Mi dico: allora perché le scrivete?! Perché dar loro l’illusione di un’esistenza che poi negate con la voce? E’ una crudeltà e voi lo sapete. In nome di non so quale tipo di velocità di espressione avete creato un divario enorme tra la presenza delle lettere scritte e il loro valore effettivo, la loro dignità di esistere in quanto pronunciate. La loro è una vita metà, in sospeso, e nessuno sa dove vadano a finire.
Pronunciatele degnamente o tagliatele alla base, la loro sofferenza sarà minore e tutti ce ne faremo una ragione (soprattutto noi stranieri…).

Comincio a rivalutare la mia lingua scritta, sapete? E se uno comincia a rivalutare l’italiano vuol dire che c’è qualche problema. Una lingua che usa duecento parole per una frase, che ha congiuntivi e condizionali da emicrania, verbi irregolari, maschili, femminili, plurali tutti diversi, frasi piene di incidentali, termini obsoleti, non dovrebbe essere simpatica a nessuno, eppure ci sono dei pregi. 
Innanzitutto l’alfabeto è più corto (e a questo proposito mi chiedo perché usare più lettere se poi non le pronunciate), le lettere sono rispettate (tranne la povera H…) dallo scritto all’orale, pronunciate quasi sempre allo stesso modo, con regole precise e soprattutto: o ci sono oppure no. 
Questo è il punto, niente imbrogli, è tutto chiaro.
(So che da napoletana dovrei tacere, cambio gli accenti, tronco le finali, ma qui si tratta della lingua nazionale...) 

La cosa inquietante è che con l’inglese quando credi di aver capito il trucco, di aver trovato una regola, una logica seppure aberrante a questo massacro, ecco che scopri nuove scomparse, di lettere insospettabili. E non trovi giustificazione nemmeno nel criterio del risparmio.

Mi spiego, se io chiedo a qualcuno: “Posso fare questa cosa?” E la sua buona educazione gli impone di dirmi: OF COURSE YOU CAN (quando potrebbe benissimo dire solo OK), frase composta da 14 lettere più spazi, capita che gli senta dire COSCIUCAa. Una contrazione magari incomprensibile ma che gli permette di risparmiare ben 6 lettere da pronunciare e più o meno 5 millesimi di secondo. Posso inorridire, ma capisco il perchè. 

Quello che non capisco è quando se la prendono con la T. 
Una volta mi è stato detto: You are an AR-IST… al posto della T c’era un intervallo, una deglutizione, un buco nero… Una lettera massacrata senza criterio,  nessun risparmio di tempo, non ha senso. 
O forse sì, mi sorge un atroce dubbio, che tutte queste lettere siano in realtà mangiate, ingoiate, buttate giù in una sorta di “letterofagia”, di bisogno di inghiottire il suono… è terribile.
Più di una persona ha nominato il famoso maghetto: HARRY PO-Aa. Beh, io li ho visti i film in inglese, e la T c’era! Magari non due, forse una, ma c’era!!! Non pretendo che diciate POTTER ma almeno POTAa!
Era un accento locale, o forse l’indizio di un’ennesima orda di famelici delle consonanti? Sono solo supposizioni, quel che è certo è che una lettera alla volta finiremo con l’emettere solo suoni gutturali (come mi sembra già di sentire da alcuni londinesi doc).

Non c’è nessuno che si occupi del problema di queste sparizioni? Un’associazione, che so, una charity per la preservazione della specie, la difesa delle lettere perdute?
Fonderò l’ ADML: Association in Defence of  Missing Letters, se usiamo l’acronimo partiamo col piede giusto…


* esiste un sito utilissimo abbreviations.com che consulto quotidianamente, ma in questo caso purtroppo non lo sapeva nemmeno lui…


mercoledì 4 febbraio 2015

Libertà è Partecipazione

schizzo uomo che parla allo speakers' corner di londra-monicauriemma

Signore di mezza età appollaiato su uno sgabello che arringhi la folla sotto uno strano sole domenicale allo Speakers’ Corner di Hide Park, io vorrei pure applaudirti ma afferro solo alcune parole: soldi investiti, armamenti, guerra in Afghanistan… non capisco il senso intero del discorso, non so da che parte stai e che argomenti porti. 
Resto qui affascinata dalla tua convinzione (e soprattutto dal tuo gesticolare). 
Mi allontano, assisto ad altri comizi: un poliziotto nero, travestito da Hitler, sta protestando perchè nel corpo di polizia esistono discriminazioni razziali e mostra alcuni documenti a prova della sua teoria, più in là qualcuno parla di unire tutte le religioni in una sola, alcuni Jamaicani stanno ballando e bevendo, non capisco se è una performance o una cosa improvvisata, proseguo la mia passeggiata tra drappelli e discorsi spezzettati, ritorno dopo qualche ora. 
Stai ancora parlando. Finalmente applaudo, se non altro, alla tua perseveranza.

Questa cosa dello Speakers’ Corner l’avevo studiata alle scuole medie, mi piaceva l’idea che chiunque, volendo, poteva togliersi la soddisfazione di tenere un comizio, dire la sua, protestare. Certo, ora ci sono i social network, le piazze virtuali, dove è permesso dire (quasi) tutto su qualsiasi cosa (spesso a scapito di pudore e buon senso), ma il fascino del discorso brutalmente dal vivo, senza filtri, senza fogli, con la gente che ti sta a pochi passi è un’altra cosa…

E poi c’è la questione dell’opinione dell’uomo comune che mi intriga molto.

Ho la sensazione che qui, per tradizione, essa abbia una qualche importanza, un’importanza di una qualità diversa da sondaggi, gusti del consumatore, statistiche che servono essenzialmente a chi gestisce affari e potere a guidare meglio le cosiddette masse.

Cerco di mettere meglio a fuoco con un esempio:
Mi arrivano continuamente lettere a casa. Soprattutto dalle “istituzioni”:

Un giorno la Polizia mi scrive che è venuta a conoscenza di comportamenti anti sociali nella mia zona e mi prega di segnalarne se ne vedo, mi dice di essere a disposizione e di non esitare a rivolgermi a loro per qualsiasi cosa.

Una lettera mi avverte che tra 20 giorni verranno eseguiti dei lavori di miglioramento due strade dopo la mia, avverranno di notte nei seguenti orari… mi pregano di segnalare eventuali fastidi.

Un’alta volta: “Abbiamo in programma di ampliare e migliorare il parco, faremo una riunione il giorno tot, vi preghiamo di partecipare e darci suggerimenti su cosa vorreste vedere realizzato”.

Nella strada adiacente alla mia sono stati richiesti permessi per dei lavori di ampliamento in un condominio, mi chiedono se ho qualcosa in contrario. (Qualcosa in contrario? Ma chi? Dove? Non so neanche di che parlate…)

Sul giornale di quartiere che mi arriva gratis ogni due settimane, trovo la notizia dei cambiamenti alle regole di parcheggio, con il report dei sondaggi fatti mesi prima tra gli abitanti, il numero di favorevoli, contrari e astenuti.

Ogni iniziativa, ogni proposta di cambiamento nella città o nella comunità, viene divulgata, e le persone comuni vengono sollecitate a dire la loro. E’ tutto un “Get involved!”, “La tua opinione conta!”, “Hai idee? Suggerimenti? Reclami?” Dai musei ai supermercati, chiunque vuole sapere che ne penso.

Nei colloqui di lavoro chiedevano a me, la  candidata, di elencare tre punti di forza, tre punti deboli e tre possibili miglioramenti dell’azienda(l’ho raccontato qui).

A volte dico: Ragazzi ma datevi una calmata! Non lo so cosa penso, sono frastornata, confusa da tutta questa "vicinanza"! 
Cercate di capire che vengo da una realtà dove l'istituzione non crea nessun contatto con me, se non per problemi o pagamenti. Da dove vengo io essa è un'entità astratta, lontana e soprattutto muta, e nei casi in cui sono io a voler comunicare, spesso trovo percorsi a ostacoli o muri di silenzio. Nella realtà da cui provengo i cambiamenti, quando avvengono, li scopro a cose fatte perché sono decisi al di sopra e al di là di me.
Qui la mia voce sembra avere un peso e non mi pare vero.

Saranno operazioni di facciata? Sarà autentico coinvolgimento?

Riaffiorano alla memoria parole quasi dimenticate:

LIBERTA’, PARTECIPAZIONE, ESERCIZIO DELLA DEMOCRAZIA…

mercoledì 28 gennaio 2015

Big Big Daddy

scketch portrait of a man with his baby-monicauriemma

Uno dei miei Incontri Metropolitani. 
L’ho avvistato in metro: altissimo, tratti nordici, naso da pugile, una montagna di muscoli tatuati, e tutto il corredo di accessori che ti fanno pensare subito “non vorrei mai incontrarti in un vicolo buio”. 
C’è solo una cosa che stride col quadro del ti spiezzo in due: porta un passeggino. 
Sistema con gesti sicuri la carrozzina nello spazio dedicato del vagone e prende in braccio il batuffolino che avrà avuto sì e no tre mesi, e tu pensi “attento che lo stritoli!”, se lo mette in grembo e passa il resto del viaggio col sorriso più beato del mondo.

E tu rimani a fissarlo (che non è una cosa carina da fare) con la bocca semiaperta, e ti viene un moto di tenerezza.

Sarà che io vengo da un modello di famiglia tradizionale, ma proprio vecchio stampo (al limite della preistoria), dove la figura materna copriva il 99% della cura dei figli e il padre era praticamente tagliato fuori o autoescluso, appariva nel momento in cui c’era necessità di un rimprovero e poi si ritirava nel suo antro a fare l’unica cosa per cui era programmato: procurare un’entrata monetaria e garantire la sopravvivenza… ma quando vedo una scena del genere si innesca tutto un processo emotivo, segnali d’allarme mi provocano nostalgia di un contatto mancato. Perciò resto colpita, e incantata.

Non so se è perché ho vissuto tanto in provincia, e per giunta la provincia del sud Italia, ma tutti questi maschi a spasso coi bebè non mi erano familiari. 
Quanti uomini vedo in giro qui (ma tanti!) con bambini anche piccolissimi in braccio, nei marsupi, sul sellino della bici, per mano… che siano i soli adulti, o in compagnia di donne o altri uomini non fa differenza. 
Ho la sensazione che siano molti di più che in Italia. 
Sia chiaro, conosco varie coppie giovani italiane in cui il padre spende un sacco di energia e tempo a occuparsi dei figli ma temo che ci sia ancora uno “zoccolo duro” nella testa delle persone (forse anche nella mia?) per il quale la cura del bebè è considerata naturale per la madre, un po’ meno per il padre.
Mi piacerebbe che si frantumasse.

Perché i papà con i bambini piccoli sono proprio un bello spettacolo da vedere.

mercoledì 21 gennaio 2015

Lacreme Napulitane

Pino-Daniele-portrait-monicauriemma
Pino Daniele portrait ©Monica Auriemma

“…Pe nuie ca ‘nce chiagnimm’o cielo e Napule / comm’è amaro ‘stu pane![1]”, “E cambia panettiere!!!”. 
Leggenda vuole che dalla platea si levasse questa risposta alla fine della canzone sugli emigranti, zeppa di retorica, perché la tragedia strappacuore si stemperasse in una risata. 
Non avrei mai creduto che un giorno anch’io avrei pianto lacreme napulitane. 
Ebbene, il terzo Natale Londinese ha messo a dura prova l’emotività della povera emigrante partenopea, già decisamente incline al pianto. Approfittavo delle feste (altrui, io ero inchiodata nel mio antro oscuro, a tentare di consegnare un libro) per sentire almeno alcuni tra amici e parenti che non vedo da parecchio. 
Sarà la lontananza, la situazione drammatica italiana, un senso di insoddisfazione generale, i dolori personali e quella vaga sensazione di abbandono ma nove chiamate su dieci si concludevano immancabilmente in pianto. Io di qua e loro di là. Una tragedia.
Hai voglia di fare la forte, di dire che no, no, non ti manca affatto la tua terra, che stai bene così e non torneresti indietro, il tessuto di affetti che è cresciuto con te risente terribilmente la lontananza, nonostante il telefono e internet.

E poi Napoli… una specie di conto in sospeso, qualcuno con cui hai litigato tempo fa e non hai il coraggio di dirgli che gli vuoi sempre bene, perché devi mantenere il punto. 
Napoli che la vai a trovare ogni volta come se fosse un genitore che invecchia, che muori dalla voglia di vederla e poi non vedi l’ora di scappare perché lo sai che litigherete di nuovo. 
Tutte le volte che ci vado mi concedo il rito del Saluto al Mare. Passo davanti all’Accademia di Belle Arti in cui ho speso circa 10 anni della mia vita, attraverso spedita Via Toledo, mi affaccio da Santa Lucia, resto un po’ in silenzio, respiro, me ne vado. 
Ogni volta con in testa questi versi: “chi tene 'o mare/'o sape ca è fesso e cuntento / chi tene 'o mare 'o ssaje/nun tene niente...[2]” 
E mi ripeto che sì, ho fatto bene. 
Che adesso, qui,  riesco ad immaginare un futuro, posso concedermi la gioia di fare progetti per la mia vita, e credere che forse si potranno realizzare, mentre molti (troppi) dei miei conterranei si accontentano del mare, del sole e tirano semplicemente avanti, che oltre l’immediato non si può guardare. 
Per non arrendermi all’amarezza e al pessimismo, dovevo andarmene, o soccombere. Ho fatto la mia scelta. E so che per tutta la vita farò i conti con questa mancanza.

Fantastici pensieri per tirarmi su, ottimo, ottimo inizio del 2015! Ma non bastava. Doveva arrivare la notizia della morte di Pino Daniele.

Le lacrime sono diventate fiume. Giorni e giorni. Non chiamavo nessuno per non piangere di nuovo.  Vedevo le immagini del flash mob e del funerale, volevo essere lì, io che evito adunate e manifestazioni, per la prima volta ho desiderato ardentemente essere lì, casa mia. 
Leggevo tutto quello che potevo, disperatamente assetata di notizie[3]. 
Amici mi mandavano messaggi come se mi fosse morto un parente. Eppure è un dolore che non avrebbe logica, insomma, non è che fosse DAVVERO un mio parente, non lo conoscevo neanche di persona, non sono musicista, non ho mai avuto a che fare direttamente con lui. 

Ho cercato di capire, ho pensato che era perché sono lontana che tutto si amplifica, ho pensato che è perché ho 46 anni e negli anni ’80 ero adolescente, ho pensato che forse non piangevo l’uomo, l’artista, forse io, come moltissimi, piangevo il simbolo del mio recente passato. “E’ come se fosse caduto il Maschio Angioino” ha detto Nino D’Angelo. Aveva ragione. Il silenzio di duecentomila persone (così “innaturale” per i napoletani) è stato più eloquente di tanti discorsi.

Non sono in grado di fare un’analisi storica approfondita, non ne ho gli strumenti.  E’ solo che questa morte mi ha costretta a ricordare. Chi ero io in quegli anni e che cosa stava succedendo a Napoli. Ci stavo dentro e non me ne rendevo conto. Non ci ho mai pensato.

C’è stato un tempo in cui eravamo fieri di essere napoletani.
Ed era un tempo oscuro per quello che ricordo, la fine degli anni settanta, si usciva a pezzi dall’austerity, l’inflazione e i miniassegni al posto del denaro, la crisi energetica, per la prima volta conobbi il termine cassa integrazione, il flagello che si abbatté in casa col contemporaneo (imprevisto) arrivo di mio fratello, quarto figlio dopo otto anni da me. 
Il clima era pesante, percepivo di essere povera (anche se il pane non mi è mai mancato). 
A Napoli si parlava della Nuova Camorra Organizzata , della Droga, quest’entità astratta che sapevi essere il Male Assoluto ma non capivi se si fumava, si beveva, si iniettava…

Tempo oscuro dicevo, ma ricchissimo di fermento culturale, dovunque, a Napoli in particolar modo. C’era un grosso lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari in tutta Italia, mi arrivavano gli echi de “La Gatta Cenerentola” di De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma per me ancora bambina erano fenomeni troppo intellettuali, li assorbivo, senza comprenderli se non anni dopo.
A casa mia non si parlava napoletano, che pareva brutto. 
Il dialetto era permesso solo come esercizio di cultura, per le canzoni (quelle antiche, la sceneggiata e i neomelodici non erano roba per noi), il Teatro, un linguaggio tragico e comico ma datato, i nostri due pilastri: Eduardo, Totò. 

E poi arrivò “Na tazzulella e’ cafè/ c’a sigaretta a’coppa pe’ nun vere’/ che stanno chine e sbaglie/ fanno sulo ‘mbruoglie”[4], il messaggio era chiaro perfino a me, era qui e ora, qualcuno ci stava dicendo di svegliarci dal torpore, di mollare i contentini come sole, mare, caffè. “E il mare? Il mare sta sempe là /tutto spuorco, chin’e’ munnezza/ e nisciuno o vo’ guardà”[5]. 
Questo Pino Daniele aveva una potenza nel suono e nella voce che non poteva non arrivarti, ti mostrava Napoli senza fronzoli: “ ’na carta sporca/ e nisciuno se ne ‘mporta”[6], ti parlava di “tutte e’ paure/e nu popolo ca cammina sotto ‘o muro” [7]. 
E io che vivevo quell’età stranissima tra l’infanzia e l’adolescenza in cui cominci a sviluppare il senso di appartenenza al gruppo al di là del nucleo familiare, mi chiedevo perché mai il mio popolo camminasse sott’o muro, di che avevamo paura? Eravamo Napoletani! Lo consideravo ancora un valore aggiunto.
Imparavamo a memoria gli sketch de La Smorfia di Troisi , li recitavamo sul terrazzino delle mie amiche, il nostro palcoscenico. 
Sentivo parlare del Neapolitan Power e del Blues, del Jazz, senza capire di cosa si trattasse, ma mi piaceva. E cantavo a squarciagola “Je so’ pazz/Nun ce scassate o’ cazz!” [8] abbassando la voce sull’ultima parola, per non essere ripresa dai grandi.
 
Ci eravamo trasferiti dalla città in un paesino invero piuttosto brutto, appena al di fuori della periferia napoletana, che non riconoscevo come mio, ci tenevo a dire che ero di Napoli, cittadina e non “paesana”.
Androni bui, rivestiti di plastica marrone che si ostinava invano ad imitare il legno, portoni di alluminio anodizzato, il condominio/casermone che chiamavamo Il Parco, microcosmo di vita comunitaria, faceva da sfondo alla mia infanzia, coi suoi personaggi mitici: il femminiello, ragazzo gay aspirante stilista,  “chill’ è nu’ buono guaglione/ sogna la vita coniugale/ ma per strada poi sta male perché si girano a guardare”[9].  La Rossa (per via dei capelli) dal numero imprecisato di figli avuti da un numero imprecisato di partner, con un passato di vita da strada, e un presente di contrabbando di sigarette. Gli invisibili, agli arresti domiciliari, non ne conoscevo le fattezze ma sapevo che c’erano. 
Il confine tra legale e illegale, tra persone per bene e delinquenti era sempre molto labile.

Il terremoto dell’80 e la città in ginocchio, mi sentivo importante anche nella tragedia, come se quando succedeva qualcosa a Napoli, succedeva più forte.  
Il caos dei soccorsi e dei finanziamenti, le mani della camorra sulla ricostruzione.  
La musica sempre più importante nella mia vita di ragazzina: la radio libera che si sentiva a raggio condominiale creata dal nerd del palazzo affianco, con le dediche al citofono invece che al telefono. 

Dopo le medie volevo fare il Liceo Artistico. 
- Ma perché non fai l’Istituto d’arte a Capodimonte? Impari a fare la ceramica…
- Ma la ceramica di Capodimonte mi fa schifo… 
- Ma al Liceo Artistico gira la droga…
- Ma secondo te sono così scema che mi piglio la droga? 
Tra un “ma” e l’altro la spuntai. Fu forse per mantenere la promessa fatta a mia madre che non sono stata mai capace di farmi una canna, fumare una sigaretta intera e sono astemia? Capisco che lei avesse paura di mandarmi da sola fino a Napoli, a 13 anni ero alta un metro e trenta e sembravo una bambina piccola, un pulcino nella “Metropoli Tentacolare”. 
Eppure per me fu il massimo, riappropriarmi della mia città, essere finalmente a casa.

Napoli mi appariva così bella, ci passavo tutto il tempo che potevo. 
Era l’età della perdita di fiducia in se stessi e del bisogno di crearsi un modello. Mi accorgevo di non essere quell’artista eccezionale che mi avevano fatto credere, fuori dall’ambiente ristretto del paesino nel quale ero una spanna più avanti degli altri, mi confrontavo con tutti quelli che in disegno avevano vero talento, forse fu allora che cominciai a cancellare (da piccola i miei disegni erano fatti velocemente, a mano sicura, senza incertezze). 
Mi accorgevo che i corpi dei miei compagni assumevano sembianze adulte mentre il mio restava dolorosamente bambino. 
Mi sceglievo il modello dell’artista/intellettuale senza esserlo, mi vestivo come se mi infilassi in un sacco sperando di essere invisibile e di compensare con la conversazione, il talento e lo humour, un appeal che il fisico non mi consentiva.
Mi aiutavano I film di Massimo Troisi di cui tutti sapevano le battute a memoria, e poi Così parlò Bellavista, l’ironia a Napoli mi sembrava più bella. 
Quell’anglo-napoletano “Yes, I know my way/ ma nun’è addo’ m’è purtato tu”[10], arricchiva il nostro gergo, localissimo ma per noi universale. Fieri eravamo della nostra lingua. 
Maradona al Napoli (del calcio non me ne fregava niente ma la città era entusiasta e io mi accodavo). Le Vele di Scampìa e lo spaccio, la guerra di Camorra, l’omicidio Siani, le manifestazioni a scuola.

Noi,  generazione sfigatissima, disprezzata dai fratelli più grandi, che loro sì che avevano lottato, loro erano andati in giro a tirare molotof (ma che bravi…) e a prendersi a mazzate coi fascisti (ma bravissimi!) mentre noi litigavamo per gli zainetti-dell-invicta, anzi, “gli altri”, io, l’artista intellettuale, lo zainetto-dell-invicta non lo guardavo nemmeno (anche perché non me lo potevo permettere); loro avevano avuto i Led Zeppelin e noi appresso ai Duran Duran. 
Mi innamoravo regolarmente di ragazzi (possibilmente “tormentati”) che non mi corrispondevano, ma diventavamo amici, ci scambiavamo le cassettine, ascoltavo la loro musica, e così mi immergevo nei Pink Floyd perché piacevano a uno e tutto l’Hard Rock che le mie orecchie riuscivano a sopportare perché piaceva a un altro (ma i Black Sabbath no, proprio non ce la facevo), più spesso ascoltavo la New Wave britannica, a volte si litigava sui Duran ma su Pino Daniele eravamo tutti d’accordo. 
La musica era ormai un pezzo di me.

Forse perché ero adolescente e tutto mi sembrava tragico o magnifico, forse perché quelli furono anni a modo loro speciali, li ricordo come gli ultimi in cui l’appartenenza a Napoli era spensieratamente piena e orgogliosa, Daniele, Troisi e alcuni altri potevano essere duri e maltrattarla perché erano “dei nostri”, una spinta autentica a destrutturare il vecchio, a cambiare tutto.

E poi? Le spinte al cambiamento ci furono anche dopo, certo, gli Almamegretta, i 99Posse, il Teatro e il cinema napoletano, Martone, Corsicato, il sindaco Bassolino e il sogno (infranto) di una città diversa, io uscivo dall’Accademia di Belle Arti piena di speranze...
Questo è un lavoro, ma non ti posso pagare… Assistente all’Accademia! Ma senza compenso… Solo un gettone di presenza… Devi fare esperienza… Ti pago in nero… Allora non vuoi fare la gavetta?... 
L’eccezione diventava la norma, l’aberrazione il quotidiano, l’orgoglio lasciava il posto alla rassegnazione, la città era sempre più difficile da vivere, da sostenere anche nel quotidiano. 
Facevo quello che capitava, il mio talento era sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa in cui non mi riconoscevo più, il Teatro che avevo mitizzato, a volte si rivelava un covo di serpi. 
Anch’io mi sono accontentata, e ho tirato avanti finché ho potuto, poi mi sono allontanata pian piano, fino ad andarmene sbattendo la porta. 
“Voglio di più/ di quello che vedi/ voglio di più/di questi anni amari”[11]

Napoli scusami, forse ci ho provato, di sicuro non ci sono riuscita.

Pino scusami, non piangevo solo per te, piangevo anche per me.






[1] “Lacreme napulitane” Libero Bovio,1925
[2] “Chi tene o mare” Pino Daniele, 1979
[3]  Segnalo qui: il duro, lucidissimo post sul blog Errecinque, e l'emozionante ricordo personale di Gaia Monti
[4] “Na tazzulella e’ cafè”, Pino Daniele, 1977
[5] “Il mare”, Id., 1979
[6] “Napul’è”, Id. 1977
[7] “Donna Cuncetta”, Id. 1979
[8] “Je so’ pazz”, Id.1979
[9] “Chill’ è nu’ buono guaglione”, Id. 1979
[10] “Yes, I know my way”, Id.1981
[11] “Voglio di più”, Id.1980