mercoledì 12 novembre 2014

Come Rovinare Un Possibile Post

OCCASIONE

Una imperdibile conferenza al South Bank Centre dal titolo: In conversation with Oliver Jeffers& Quentin Blake, praticamente il Paolo Nutini e il Paul McCartney dell’illustrazione, forse il paragone non è calzante ma, insomma, due vere Star.

Sir Quentin Blake (sì, Sir, perché qui, i grandi illustratori li fanno cavalieri…) nato nel 1932, ha cominciato negli anni ’50 e illustrato tutto l’illustrabile, dai racconti di Roald Dahl fino al recente ciclo di grandi pareti per vari ospedali, ha ricevuto profluvi di premi ed infine ha collaborato alla fondazione di The House of Illustration , grande museo dedicato all’illustrazione che ha aperto da pochi mesi a Londra
A lui la mia gratitudine, ammirazione e massimo rispetto.

Oliver Jeffers, classe 1977 (un pargoletto al confronto, infatti era piuttosto emozionato…), nato in Australia, cresciuto in Irlanda, attualmente di base a New York, ha spopolato negli ultimi anni con vere delizie per gli occhi come The Incredibile Book Eating Boy, How to Catch a Star e vari altri, ha anche collaborato al video degli U2 Ordinary Love
Dal suo bellissimo Lost and Found  è stato tratto anche un cartoon di cui questo è il trailer.


INGREDIENTI

Taccuino per prendere appunti.
Telefonino per registrare.
Sforzo, concentrazione e buona volontà per capire tutto nonostante il mio inglese (sono sicura che ne uscirà un ottimo post in cui potrò rivelare i segreti dei grandi illustratori e dire: io c’ero!)

COSTO

10£ (più trasporto). Considerando che praticamente spendo 5£ per artista, è un’occasione.

PROCEDIMENTO

Sedersi buona buona al tuo posto in decimillesima fila dell’immensa Queen Elizabeth Hall e scoprire che:
1) Hai il taccuino ma non la penna. I tuoi amici sono sparsi in altre zone della sala e la tua vicina di posto non ha una penna in più.
2) la batteria del telefonino non è abbastanza carica per registrare.
3) Cosa più importante, hai dimenticato gli occhiali per la miopia che ti ha colto negli ultimi anni (perché sei anziana e non vuoi prenderne atto).

RISULTATO

C'erano due persone (più la moderatrice) dai contorni sfocati e sbrilluccicanti sotto le luci, che se incontrassi domani sotto casa non riconosceresti, che parlavano di cose che non hai capito bene.

Hai afferrato che:
uno dei miti di Quentin Blake è Honoré Daumier,
tra i preferiti di Oliver Jeffers c’è anche Charles Shultz (quello di Charlie Brown, abbiamo una cosa in comune!),
tutti e due hanno uno studio magnifico e invidiabile,
praticamente non usano il computer (sic…)
hanno un ottimo rapporto con gli editori (e volevo vedere che dicevano il contrario…).
Tutto qui.
Ah, c’erano anche una serie di immagini, avvolte nella nebbia.

Sei la schifezza, della schifezza, della schifezza di tutti i bloggers (o blogger, visto che scrivo in italiano…mah…).


Se volete un vero resoconto andate qui: oppure qui

mercoledì 22 ottobre 2014

C’era Una Volta Un Re…

C’era una volta un re che un migliaio di anni fa regnò meno di un anno, durante il quale non fece altro che correre da una parte all’altra per difendersi da invasori, finché non morì con una freccia infilata in un occhio. 
Forse se fosse stato italiano sarebbe solo un nome nei libri di storia, qui gli dedicano attenzione, dibattiti, celebrazioni. 
Perché questo è il Paese delle Rievocazioni: una tenace passione per la memoria che non posso non ammirare visto che vengo dal Paese dell’Oblìo.
E dunque anche un re un pochino “sfigato” come Harold II d’Inghilterra (1022-1066) ha fans sparsi per il mondo, gruppi di estimatori, libri dedicati e comitati come quello che l’ 11 Ottobre, a Waltham Abbey, cittadina dell’Essex, ha celebrato, come ogni anno, il King Harold Day, un festival in memoria del re, con danze, musiche, giochi e accampamenti medievali.

Ci sono stata e mi sono molto divertita, ho visto suonatrici di ghironda e pipes, arcieri e cavalieri, guerrieri che mi hanno fatto portare la loro spada, impavide falconiere, e volti antichi che non dimentico. Queste sono alcune foto.

La storia di Harold mi ha colpita, se avete pazienza vorrei raccontarvela (a modo mio, ovviamente).

Harold, Conte di Wessex, era cognato del Re d’Inghilterra Edoardo il Confessore (perché Confessore non lo so, ma che pretendete? I documentari sono in inglese, non è che capisca tutto…) il quale non aveva figli e quindi niente eredi diretti al trono. Come un anziano zio ricco circondato da parenti ossequiosi che ambiscono all’eredità, Edoardo doveva essere assediato a corte da possibili pretendenti (c’era in ballo un trono, mica un frutteto in campagna!)  e secondo me se la godeva promettendo più o meno velatamente la successione ora all’uno ora all’altro.

Uno che alla promessa ci aveva creduto era Guglielmo di Normandia (conosciuto prima come Gugliemo il Bastardo, poi Guglielmo il Conquistatore, un bel salto di qualità nel soprannome), ed era tanto convinto che per evitare rivali un bel giorno aveva ordinato cavaliere proprio il nostro Harold (che su quel trono ci aveva fatto più di un pensierino), facendosi promettere solennemente fedeltà e appoggio alla futura candidatura. Harold aveva promesso, pare (tenendo le dita incrociate dietro la schiena).

Poi il re si ammalò rimanendo parecchio tempo senza conoscenza. E qui arriva il primo colpo di scena: poche ore prima di morire Edoardo si risveglia e nomina Harold suo erede (le cronache non sono concordi, ma in questa storia non sono concordi su niente). Il Wiltan, l’assemblea di nobili del regno,si riunisce per prendere una decisione e il 6 gennaio 1066 incorona Harold II Re d’Inghilterra. Immaginate la faccia di Guglielmo.

Dunque il nostro Harold diventa Re: cerimonia di rito, saluti e baci, visita agli appartamenti, come mi sta la corona? Dovrò far ritappezzare il trono…  Ha appena il tempo di sistemarsi che gli arriva la notizia: Guglielmo gli ha dichiarato guerra per aver usurpato il trono e rotto il patto di alleanza, e sta cominciando a radunare le truppe nel nord della Francia.
Harold non ne avrebbe molta voglia, ma raduna un esercito e lo aspetta nel sud dell’Inghilterra. Passano molti mesi, e forse a causa dei venti sfavorevoli, l’attacco non arriva. 
Finite le provviste, l’8 settembre il nostro re deve sciogliere le truppe (ragazzi, abbiate pazienza, abbiamo scherzato…) e tornarsene a Londra
Si toglie l’armatura, si mette in vestaglia e pantofole e sta per sprofondare nel suo trono col telecomando in mano che arriva un’altra notizia: Harald III di Norvegia (Harold, Harald…eh, lo so…) gli ha dichiarato guerra affermando di essere il legittimo erede al trono (un altro?!) per un antico patto che avevano stretto suo nonno e il nonno di Edoardo. 
Sì, ora tirate fuori i nonni, ma non vi pare di stare esagerando?

Rimettiamoci le scarpe e andiamo a radunare un esercito. Chi vuole venire con me? Un coro di: Buuu, buuu… comunque per strada qualcuno riesce a raggranellarlo. 
Il 24 settembre i due eserciti si scontrano a York, vittoria schiacciante di Harold. 
Harald di Norvegia muore in battaglia. 
Bene, fuori uno: sciogliamo le truppe e rientriamo a casa. Ma neanche a pensarci! Nuova notizia: Il 27 settembre Guglielmo è sbarcato ad Hastings e conquistato la cittadina. 
Ragazzi… ehm… ci sarebbe una nuova battaglia, chi si offre volontario? Le cronache non riportano le risposte ma potete immaginarle.  Dai su, un piccolo sforzo, reclutiamo tutti, anche quelli un po’ scarsini, insomma, facciamo numero. 
E sbrighiamoci che Guglielmo avanza
.
È così che il 14 ottobre 1066 si combatte una delle più famose battaglie medievali, quella di Hastings, riportata come su un lunghissimo, meraviglioso fumetto, nel celebre Arazzo di Bayeux.

In campo abbiamo: da una parte l’esercito sassone guidato dal nostro Harold, formato essenzialmente dal popolo, non perfettamente armato, e un tantino stanco per la lunga marcia, tutti fanti, riconoscibile dall’aria del “chi me l’ha fatto fare”. 
Dall’altra l’esercito francese di Guglielmo, formato dal popolo e dalla nobiltà: arcieri in prima fila, poi fanti e infine …tadaan! La cavalleria pesante! Riconoscibile dall’aria del “ti spiezzo in due”.

Comunque Harold non dispera. Si piazza su una collina difficile da espugnare per la cavalleria. Parte il primo attacco degli arcieri normanni: una pioggia di frecce, ma i sassoni non fanno una piega, saranno pure stanchi ma scemi no, creano un muro di scudi e non si muovono di un millimetro.
Uno a zero per Harold.
Le truppe normanne si allargano nel tentativo di accerchiare il nemico ma la salita è impervia e parte il contrattacco: un gruppo di sassoni prende di mira l’ala bretone dei normanni, che si spaventa e indietreggia, in più si diffonde la falsa notizia che Guglielmo sia morto ed è il panico, i normanni sono nel caos.
Due a zero per Harold.
Ma ecco il nuovo colpo di scena splendidamente illustrato nell’Arazzo di Bayeux: Guglielmo si toglie l’elmo per farsi riconoscere e grida a squarciagola “Guardatemi, sono vivo!”, le truppe si rianimano ma sono ancora in grande difficoltà. Finchè i sassoni restano sulla collina la cavalleria non riuscirà a raggiungerli. 
Allora Guglielmo ha un’ideona: avendo osservato il gruppetto dell’esercito nemico piuttosto smanioso di inseguimenti, crea una finta ritirata ed ottiene l’effetto desiderato, il gruppo scende dalla collina per inseguire i normanni e le prende di santa ragione, il resto dell’esercito sassone cerca di aiutare l’ala in difficoltà e quindi scende a sua volta. 

La cavalleria aspettava solo questo per attaccare, uno dei primi ad essere colpito è proprio Harold, una freccia nell’occhio, e tanto di cadavere fatto a pezzi da Guglielmo in persona (non so che bisogno ci fosse di essere splatter, ma è così…).

Vittoria schiacciante (e direi massacrante) di Guglielmo, che il giorno di Natale 1066, viene incoronato Re d’ Inghilterra, dando il via al dominio della dinastia Normanna.


Se volete sapere qualcosa di serio su come sono andati i fatti, potete trovarlo per esempio qui:

mercoledì 8 ottobre 2014

Italians Do It Better (maybe...)

Noi italiani ci serviamo abbondantemente dell’inglese per la comunicazione (perché se è inglese è meglio), poi prendiamo i termini, li deformiamo, italianizziamo, ne facciamo ciò che vogliamo, siamo imbattibili in questo. 
Dalle mie parti vedevo spesso insegne di negozi con scritte raccapriccianti, FASHION massacrato in tutti i modi: FASCION, FASHON, FASCHION… (ho dovuto controllare prima di scriverlo, da quale pulpito…), qualche BIUTIFUL (tra i parrucchieri andava parecchio), nonché un INTERNASCIONAL.  

Pensavo che fosse un problema solo nostro ma devo dire che anche qui non se la cavano male. “Se è italiano è meglio” vale a volte per la moda, più spesso per il cibo.

Qualche locale fa i panini all’italiana. Ma dovete chiedere un PANINI (singolare), o più PANINIS (plurale). 
Spesso vedo il Cappuccino trasformarsi in CAPUCHINO e una volta mi sono imbattuta in un ITALIAN COTTECHINO, ma era un errore di trascrizione.


Colleziono volentieri menu di ristoranti e pizzerie d’asporto, capolavori di ingegno linguistico.
Su questo menu compare un ricercatissimo (dicono) piatto tradizionale italiano: ANTI (staccato) PASTI AND BOCHACINNI… sarebbe? Antipasto di verdure con Bocconcini di mozzarella. 

Ma se volete, a pagina dopo c’è anche la BOLOGNAISE, non so se consigliarvela però, si è “inglesizzata” per strada.


Sono rimasta molto colpita da questo MILANO PIZZA (che è come dire: Napoli Panettone, o Napoli Cassoeula. La cucina lombarda vanta grandi specialità, ma forse la pizza non è proprio la punta di diamante…), garantita 100% Halal, scritto in arabo perchè sia comprensibile (e allora siamo sicuri che la cucina è italiana…). 
Le foto, per un’amante della pizza, quella vera,  sono un susseguirsi di colpi al cuore (e allo stomaco). Una gigantesca “cosa” guarnita da serie di involtini al formaggio (che, all’emigrante nostalgico e confuso, a prima vista sembrano babà alla crema). 

Ben 33 varietà di pizza con gli ingredienti più disparati, dal Pollo Tandoori o Barbecue, alla Doner (italianissimi!).
Segnalo la n°31: SICILANA (senza la L) e la 32: VERDUE (senza la R).



In questo “Italian Base Pizzas” (una PIZZA, più PIZZAS), trovo nomi familiari come CAPRICCIOSA, QUATTRO FORMAGGI, condita con Buffalo Mozzarella (che è mozzarella di bufala come io sono la Duchessa di York ) e  Feta greca… (che per altro,sarà ottima);  la Quattro Stagioni ha gli asparagi… ma, ognuno la pizza la fa come vuole, no?  
Poi c’è la SUPREMEA (una E in più?) e subito dopo la Napoletana c’è la PARMATTA, il cui nome mi lascia un po’ interdetta (scusate la rima), che dentro ovviamente ha l’ANANAS, ingrediente tipico della cucina parmense, parmigiana, PARMATTA, insomma…

Ricordate che sulla pizza ci sono spesso PEPPERONI, che non sono peperoni (attenti, italici vegetariani, non andate in confusione!), ma un salame piccante, se invece volete del salame normale, dovete chiedere il SALAMI, un SALAMI, più SALAMIS.  





A volte nella stessa pizza (in questo caso l’ Americana) potete trovare: Sausage (salsiccia), Salami (salame), Pepperoni with chilli (salame piccante al peperoncino), e Peppers (peperoni). 

E resterete sazi per due giorni, il tempo medio di digestione è infatti 48 ore, buona fortuna!


mercoledì 1 ottobre 2014

A London Based Illustrator

illustrazione per  Oxford University Press, particolare-monicauriemma
La Princesse et les Prétendants, Allez- Oxford University Press, particolare

L’ho incontrata ad ottobre 2013, un anno fa, erano due mesi che la inseguivo via mail. Dopo più di un anno di ricerca, e infiniti elenchi di nomi sottolineati, cerchiati, depennati ...

Mi aveva inviato già la bozza di contratto e si era detta entusiasta di rappresentarmi ma io ho insistito per vederla da vicino, anche se c’era da aspettare.

Dovevo guardare in faccia la persona nelle cui mani stavo mettendo il mio lavoro (e il mio futuro qui).  
Dovevo dirle che se affidavo l’esclusiva ad un’agente, volevo qualcuno disposto davvero a puntare su di me, non mi interessava essere infilata in un calderone in attesa che mi si scovasse per caso, e non volevo che mi si dicesse “ho importanti notizie da comunicarti” per poi sparire nel nulla (come mi era già accaduto), avevo già perso troppo tempo. 
Dovevo dirle che dopo un anno dal mio trasferimento, per sopravvivere facevo le pulizie, e se lei credeva veramente a quello che mi aveva scritto: “You indeed are a very talented artist”, questo era il momento di dimostrarmi che era in grado di procurarmi il lavoro per cui ho veramente talento.

La mia esperienza come cleaner mi aveva regalato tra le tante cose, una nuova determinazione, una chiarezza d’intenti, insieme a un pizzico di: adesso ti faccio vedere chi sono, che a volte è molto utile ad una come me, abituata fin troppo al basso profilo.

Piccolo particolare, avrei dovuto dirglielo in inglese (sigh…).

Ci incontriamo al Circus Cafè, zona est di Londra, un locale piccolo ma delizioso, con arredamento e tappezzeria ricavati da oggetti di risulta, perfetto per me.
Bruna, snella, di quelle donne eleganti naturalmente, anche senza trucco e con i capelli raccolti con una matita, si chiama Sylvie ed ha un bellissimo accento che tradisce le origini francesi, poi scopro che è anche un po’ italiana, per parte di padre. Guardiamo i miei disegni e parliamo, parliamo per due ore delle nostre esperienze, della nostra storia, in un pittoresco itanglish /franglish.

E’ una vergogna che tu non abbia ancora sfondato qui – Più che altro è una sfiga…
- Non voglio che tu tra un anno mi dica: mi sto mantenendo facendo la cleaner – E figurati io!
- Non posso darti certezze ma dobbiamo fare un piano d’azione – “action plan”, “strategy”, tesoro, hai appena detto le parole magiche che speravo di sentire. 
- Attaccheremo il mercato su più fronti. Picturebooks di pregio (potrebbe servire anche un anno per trovare la commessa giusta) e mercato commerciale, advertising, educational, che portano liquidità. Sei abbastanza versatile per poterlo fare, se sei d’accordoSe sono d’accordo??? Ma dimmi dove devo firmare!

Forse l’ho trovata. Non oso dirlo ai quattro venti ma torno a casa piena di speranza. Seguono una serie di scambi di materiale e finalmente a dicembre 2013, il mio primo incarico.

Una piccola immagine per Allez una pubblicazione della Oxford University Press, l’illustrazione di un racconto tradizionale del Mali per insegnare il francese a ragazzi inglesi (quando si dice intercultura…).

La Princesse et les Prétendants una sorta di Turandot africana.
illustrazione - Oxford University Press-monicauriemma
Ayawa, una principessa troppo bella e fiera per accettare la corte dei numerosi nobili venuti da tutto il globo per sposarla, indispettita e affaticata dal dover dire tanti NO, decide di smettere di parlare. 
Il padre disperato annuncia che qualunque pretendente sia in grado di farle tornare la parola avrà la sua mano. 
Ma l’impresa sembra impossibile per chiunque. 
Un giorno un mendicante, neanche tanto attraente, si inginocchia davanti a lei, e senza dire una parola accende un fuocherello e tenta di preparare un tè con un bollitore poggiato su due pietre. 
Ovviamente il bollitore senza equilibrio cade, e cade più volte, ma lui con pazienza ci riprova. 
Ayawa resta in silenzio finché può, al quindicesimo tentativo sbotta:- Ma insomma, mettici una terza pietra, così non cade!!!

E così la principessa sposa un mendicante, e vissero tutti felici e contenti? Io non credo, ma mi diverte molto l’idea che per noi donne sia impossibile tacere quando vediamo una cosa storta…

È una tavola piccolissima, 12cm x 5, non certo un capolavoro, ma io le sono molto affezionata. Per me questa era la chiusura di un cerchio e un nuovo inizio.
Il mio primissimo schizzo in terra anglosassone, era il ritratto di una donna nera incontrata in metro, lo avevo chiamato “Principessa Africana”, forse era lei, Ayala, venuta a portarmi fortuna… 
Grazie ad uno strano incrocio di lingue, origini, energie, per buona parte femminili, potevo finalmente dire: I’m a London based illustrator.

mercoledì 24 settembre 2014

Del Rispetto o della Guerra Fredda

Illustrazione per La Bottega dei sogni perduti-monicauriemma
Il Signor B. "La Bottega dei sogni perduti" Lavieri Edizioni. Testo Manuela Salvi
Sono particolarmente sensibile a tutto ciò che rimanda alla parola rispetto nelle sue varie accezioni. Forse perché nella mia storia personale ho dovuto “ricostruire” il rispetto per me stessa. Forse perché una delle ragioni per cui sono emigrata è che vedevo il mio lavoro continuamente disprezzato, svalutato, avvilito.
Insomma sull’argomento ho le antenne tese e osservo con molta circospezione. 

Non posso dire di essermi fatta un’idea chiara di come funzionano le cose qui, almeno nel mondo del lavoro. 
Certo la cortesia con cui vieni accolta, i continui ringraziamenti per quello che fai, l’idea che ti viene trasmessa, di essere un elemento prezioso, piuttosto che la desolante sensazione di dover continuamente ringraziare tu per lavori massacranti e magri compensi, sono un punto a favore del Regno Unito. 
D’altra parte questa può essere solo la superficie, ho ascoltato da amici più di un episodio poco simpatico. 
Comunque ho raccolto qualche indizio.

Parto da un episodio accadutomi in uno dei miei lavori come cleaner
Un giorno avevo difficoltà a sbloccare una porta chiusa, cerco di spiegare il problema al portiere dello stabile (mio diretto referente per quel lavoro), ovviamente ci metto una vita con la mia fantastica proprietà di linguaggio. 
Mentre inciampo sulle parole, lui spazientito si alza di scatto, mi chiede di mostrargli il problema, sblocca il meccanismo della porta e se ne va sbattendola e blaterando qualcosa di incomprensibile. 
Io gli chiedo scusa senza sapere bene per cosa e torno al lavoro, un po’ arrabbiata in verità. Che scortesia! E che ti ho fatto?! Va bene che mi esprimo male ma un minimo di pazienza!

Alle dodici mi raggiunge il Building Manager. Mi fa: - Ti chiedo scusa per il comportamento del portiere, devi perdonarlo, è in un brutto periodo…- io, decisamente stupita, minimizzo: -Sì, lo vedo un po’ strano, comunque è tutto a posto, non c’è problema-. Fine. 
Ma continuo a rimuginare. 
Il “capo” che si scusa con l’ultima arrivata per una cosa che neanche ha fatto lui e che in teoria non dovrebbe sapere, non era presente e io non ne ho parlato…
Chi gli ha raccontato l’accaduto? 
Evidentemente il portiere, e perché? Che senso ha? 
Cos’è, una specie di codice d’onore tipo Samurai? Talmente buono d’animo e sensibile che, roso dal rimorso per avermi maltrattata, non ha avuto il coraggio di scusarsi di persona ed è andato a confessare il suo peccato al BM?
Possibile, ma più verosimilmente, perché si è reso conto di aver fatto una cazzata che poteva portargli delle conseguenze e questa era la cosa migliore da fare per lui.

Ho messo insieme un po’ di informazioni e riflettuto su due cose:

Primo: qui, anche l’ultimo della gerarchia (una cleaner, straniera, con un contratto temporaneo di pochi giorni, come me, per esempio) ha diritto alla massima gentilezza, e in caso contrario ha il potere, attraverso il complain (il reclamo, la lamentela) di far passare un brutto momento a colleghi e superiori. Avrei potuto semplicemente lamentarmi per rendergli la vita complicata. I comportamenti scorretti o arroganti non sono tollerati. La parola “rispetto” dunque, ha un senso molto preciso.


Secondo: qui si evita lo scontro diretto, ad ogni costo
C’è tutto un percorso da fare: se hai un problema col collega, non parli con lui ma col supervisor, se hai un problema col coinquilino parli col proprietario, se la cleaner non pulisce a dovere non glielo dici ma ti lamenti con la ditta ecc… 
Tutto questo ha il nobilissimo intento, credo, di allentare le tensioni ed evitare conflitti, soprattutto tra persone di nazionalità e culture diverse che coabitano lo stesso luogo. 
Tra te e lo scontro si pongono una serie di filtri per cui diminuisce il pericolo di violenza, i tempi si diluiscono, azione e reazione si allontanano. 
Fantastico, sicuramente, ma c’è un rovescio della medaglia. 
Assisto ad una specie di svuotamento di responsabilità
Io sono arrabbiata con te ma non te lo dico in faccia, vado a riferirlo al tuo superiore e magari rincaro la dose. Come alle elementari: glielo dico alla maestra. 
Questi a sua volta riprende il subalterno (ma non prendertela con me, non è colpa mia, mi hanno fatto un complain ) . 
Ho potuto osservare da vicino questa pratica quando il responsabile, in un altro condominio dove ho lavorato, nel corso di una riunione stava molto attento a rimproverarci tutti (gruppo di cleaners) con una serie di giri di parole, precisando che lui riportava solo le lamentele di un inquilino e che con l’inquilino ci difendeva; ero quasi ammirata dal sapiente uso delle parole per far trapelare il messaggio dal non detto. 
Così noi, a nostra volta non potevamo arrabbiarci con lui perché "ambasciator non porta pena"… Insomma… 
Io non sono una litigiosa, ma, sarà che sono del sud, sono cresciuta diversamente. 
Credevo che mettere in mezzo altre persone quando hai un problema con qualcuno, fosse infantile, credevo che certe questioni si potessero sbrigare col diretto interessato senza stare a scomodare i superiori. 
Nell’universo mentale in cui ho vissuto finora, io non ci penso proprio ad andarmi a lamentare per un unico episodio di scortesia, al limite dico alla persona: - Amico, ma che problema hai? - Abbi pazienza, oggi ho la luna storta - Non c’è problema - una pacca sulla spalla e tutto finisce lì, in 5 minuti, senza stare a scomodare l’intero management. 
Ma a pensarci bene potrebbe andare diversamente: -Amico, ma che problema hai?- E lui mi sferra un pugno sul naso perché nella sua cultura questa è un’offesa che si lava col sangue. 

Meglio che mi abitui ad un comportamento che evidentemente assicura, se non la pace, almeno una “guerra fredda” senza spargimento di sangue (ma con una fittissima rete di spie e delatori). 

Forse un liberatorio vafanguuuuu…. ogni tanto non sarebbe male.

mercoledì 17 settembre 2014

It’s a Job! N°4: Tipi di Fauna Nobiliare

Uscita dalla cittadella maledetta, ecco un nuovo incarico, un mese circa, settembre 2013. Cleaner/Caretaker, cioè avevo anche mansioni di custode, smistavo la posta ecc... full-time, anche il sabato mattina. E il tempo per disegnare? (coltivavo sempre l’assurda pretesa di voler fare l’illustratrice, che matta…) Mi chiedono di fare un eccezione solo per quella volta.

Zona Sloane Square, di quelle dove cercare un Tesco per comprare un po’ di detersivo è un’impresa disperata, ma puoi trovare Tiffany e Cartier, casomai ti fossero finiti i collier di diamanti. Nella galleria d’arte all’angolo ho anche visto un Gainsborough e un paio di Picasso e Braque buttati lì, tanto per appendere qualcosa in cameretta.

Otto ore di lavoro per degli incarichi che, a voler esagerare ne richiedono al massimo 3, ma devi essere costantemente reperibile per eventuali consegne o problemi, e a differenza della caretaker titolare tu non hai un appartamento lì dove essere rintracciata al citofono, e neanche un posto dove riposare (tranne una sediolina sghemba nei sotterranei) non puoi sentire musica, niente internet. La giornata diventa eterna. 
Allora ti inventi delle occupazioni, lavi le scale esterne tutte le mattine anziché due volte alla settimana. Pulisci gli interstizi delle ringhiere fino a lucidarli, ti accanisci sugli ottoni del cancello d’ingresso, (piuttosto trascurati in verità) e decidi che torneranno come nuovi, compresi tutti i riccioli rococò. Diventi una maniaca del pulito tuo malgrado. 
Una delle condomini una volta mi ha detto: -Non abbiamo mai avuto il palazzo così pulito, I can tell you! -(Ti credo! ma la giornata dovrà pur passare...)


Potevo però osservare attentamente la fauna umana del palazzo, che presentava aspetti piuttosto interessanti. Innanzitutto c’erano dei veri inglesi, cosa sempre più rara a Londra. Affibbiavo nomignoli per ricordare a chi dare la posta e prendevo schizzi veloci di quei volti che mi ricordavano tanto le illustrazioni di Quentin Blake
Sketchbook monicauriemma-LadyCandida
Gli unici che non avevano bisogno di soprannomi erano Sir Roderik (Roderik Francis Arthur, per la precisione, segue Earl of Xxx  che ometto per la privacy) e Lady Candida
Ricevevano ogni giorno moltissime lettere, buona parte delle buste vergata a mano con quelle calligrafie svolazzanti che adoro, (rimpiangevo di non avere uno scanner a portata di mano…). 
Mai incontrati purtroppo, stavano ristrutturando il loro enorme appartamento ed evidentemente erano in un’altra residenza. Dal secondo piano un andirivieni di tappeti dalle dimensioni esagerate, antiquariato vario e profluvi di fantasie a fiori
Un giorno arrivano i cataloghi Ikea, li guardo sconsolata sapendo che la loro fine sarà tra i rifiuti (dispero di trovare amanti del design cheap svedese tra i condomini) e invece due giorni dopo, sorpresa! Ne mancavano due! Magari la nobiltà britannica in ristrutturazione si è fatta tentare da una bella libreria Billy
Una mattina ho avuto un’apparizione. Nell’androne incrocio una donnina minuta con cappello e sciarpa neanche fossimo in pieno inverno, il suo volto era quasi una maschera. Ho deciso che era lei: la misteriosa Lady Candida, venuta in incognito a controllare lo stato dei lavori.

Sketchbook monicauriemma-Il Politicante
Il Politicante. Elegantissimo nel suo gessato grigio, capello brizzolato, gentile ma sbrigativo, uno di quelli abituati a dare ordini. 
Mi ero convinta (senza averne nessuna prova), che tutti giorni alle 9 andasse in Parlamento, camera dei Lords, naturalmente. 
Una mattina mi chiede qual è la mia lingua madre, gli rispondo l’italiano e lui - How do you say “waste”in Italian? Frenchs say “ordures”,Germans say…- segue un elenco della parola in varie lingue. 
Credendo che sia semplicemente interessato ad arricchire il suo già impressionante vocabolario, dico –IMMONDIZIA-  scandendo il più possibile le doppie. Lui, in italiano – MATTINA-IMONDIZIA-ORE-OTTO! Ok? -E si volta per allontanarsi. - Of course, Sir, every morning I take the waste eight o’clock! -  gli balbetto dietro, un po’ sorpresa. 
Ritiravo sempre i sacchetti puntualissima e li stoccavo nei sotterranei in attesa della raccolta settimanale. Ma perché mi aveva detto questo? Torno in perlustrazione e trovo in bella mostra un sacchetto lasciato da sua sorella, appartamento adiacente, la quale mi sorride e si scusa con nonchalance per il ritardo. Resto lì a bocca aperta. 
Cara signora, sono le 9, ca@@@, sono passata due volte, capisco che ti sei svegliata tardi, potresti fare la fatica di arrivare fino all’ascensore e stoccare tu stessa il sacchetto vista l’ora, come fanno gli altri, ma non hai proprio rispetto del mio lavoro?  Tuo fratello ha già stabilito che mi sono macchiata di grave reato e si è prodotto in un esercizio di stile per potermi strigliare con classe. Ma che bella famiglia! 
Le parole mi restano in gola, troppo difficile, e non mi è assolutamente consentito litigare o prendermi troppa confidenza.
Io sono cresciuta soffrendo di quello che definisco “classismo al contrario”, un’istintiva antipatia per i privilegiati, quasi che essere ricco fosse una colpa di per sé, poi ho conosciuto parecchie persone, esseri umani, al di la dell’etichetta che gli avevo appiccicata addosso e credevo di essermi piuttosto liberata da questo pregiudizio, ma ragazzi, voi due ce la state mettendo tutta per farvi odiare! Avrei voglia di farvi “lo strascìno” (in napoletano, trascinare per i capelli). Ovviamente non è una via praticabile.
Caro Politicante, mi hai colpita proprio nel mio punto debole, il linguaggio (il che mi fa sentire tremendamente inferiore), mi costringi a sfidarmi sul terreno pericoloso della comunicazione, ma devo risponderti. 
Il giorno dopo, col mio migliore sorriso: -I’m really grateful, Sir, for yesterday. In fact, thanks to your suggestion, I discovered that someone on your floor, put the bag out after the time allowed, and after I went to collect-, (Le sono molto grata per ieri. Infatti grazie al suo suggerimento, ho scoperto che qualcuno al suo piano, mette fuori il sacchetto dopo l’orario consentito, e dopo che io sono passata per la raccolta)  
Niente male Monica, una trentina di parole in fila senza bloccarti, magari imperfette ma l’alternativa era: la prossima volta IMONDIZIA ORE OTTO dincello a’ssoreta! E non era il caso.  
Ha risposto con un hum… 
La cosa assurda è che gli ero grata davvero, per essere stato occasione di sfida con me stessa, ora che gli avevo parlato guardandolo negli occhi mi era quasi più simpatico.

Sketchbook monicauriemma-Il Mago
Uno che mi piaceva tanto era IL Mago. 
Signore anziano che incontravo più volte al giorno, entrava e usciva non si capiva mai bene da dove, spesso usava le scale di servizio, talvolta mi compariva alle spalle, sempre gentile, con uno sguardo luminoso e furbetto, facevamo brevissime ma amabili conversazioni, era pieno di humour e sembrava sinceramente preoccupato per la mia schiena, mi diceva spesso Don’t kill yourself!















Sketchbook monicauriemma-La tenera svagata
La tenera svagata
Gentile signora sulla settantina che un venerdì mi chiama preoccupata, sta per andare in campagna per le vacanze e si è accorta che mancano elettricità e linea telefonica, le presto il mio telefonino per chiamare la figlia e assisto ad una lunga conversazione che sembra presa da un romanzo d’appendice: le viene consigliato di non toccare niente e uscire, e lei si profonde in mille lunghissime scuse per aver disturbato la figlia, -Grazie sweetheart, tu sei la migliore figlia che una madre possa desiderare-, (ma davvero c’è qualcuno che parla così? Dalle mie parti si usa al massimo: -Statte ‘bbona a’mmammà! -) continua dicendo che la gentilissima caretaker (io) le aveva appena salvato la vita (!) prestandole il telefono (e se la conversazione continuava, glielo avrebbe strappato di mano…). 
Alla fine saluti e baci, rientro in possesso del mio telefono, un’elegante auto viene a prenderla all’ingresso. 
Mi saluta dicendo che l’unica fortuna, in quella giornata nera, era stata incontrarmi. -Things can only get better-  spiccico, ricordando una vecchia canzone. Poi scoprirò che la signora ha qualche problema di memoria. 
Telefono e luce sono stati staccati dai figli per il lungo periodo di vacanza, ma, ahimè, lei non lo ricordava. 
Sketchbook monicauriemma-Il Gentleman
Il Gentleman del primo piano
Età presunta: 120 anni. 
Ascoltava spesso musica classica, a volte mi fermavo sulle scale a goderne un po’, era talmente educato che quando lasciava il sacchetto dell’immondizia sull’uscio ci metteva un foglio di giornale sotto per evitare di sporcare la moquette, un vero Signore.

















Sketchbook monicauriemma-Il Mahatma del pian terreno
Il mio preferito era Il Mahatma del pian terreno. 
Indiano, abitava con moglie e figlio giovane, tutti gentilissimi, si fermava spesso a vedermi insistere su quell’ottone che non voleva venire perfetto (io ho cercato di dirglielo che non ero matta ma dovevo passare il tempo in qualche modo…), discutevamo di possibili strategie risolutive, un giorno se ne viene con un piccolo spazzolino bianco:- prova con questo per le parti più piccole -.
Un regalo che non ho dimenticato.














Ogni tanto facevo due chiacchiere col collega della scala a fianco. La nostra conversazione era piuttosto surreale. Lui Portoghese, affetto da seria balbuzie, io italiana, balbettante per mancanza di vocaboli. L’ultimo giorno mi dice che gli mancherà tremendamente il mio bellissimo sorriso con cui cominciava bene la mattina. Ho fatto mica conquiste? Guarda che io sono una donna anziana, fidanzata e molto seria, eh?

giovedì 11 settembre 2014

It’s a Job! N°3: Il mattino ha l’oro in bocca.

The Shining. Stanley Kubrik
Questo non è un innocuo proverbio, almeno non più, se hai visto The Shining. (Nella versione inglese era: "All work and no play makes Jack a dull boy", letteralmente: “Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato”). Lo scrivo sul pc e penso a Jack Nicholson, completamente fuori di testa, che lo batte a macchina. Migliaia di volte.

Se come me hai subìto il film di Kubrik (aggrappata con le unghie alla maglia di mio fratello che mi obbligò al supplizio perché non puoi non vederlo! ), ricorderai l’enorme albergo dai corridoi infiniti, kilometri di moquette, spazi anonimi, porte identiche, e oscure presenze. Ecco, io ho lavorato in un posto simile come cleaner  tra Agosto e Settembre 2013, incaricata dall’agenzia, che forse non era al corrente della mia assoluta, totale e devastante mancanza di senso dell’orientamento. Devo aver dimenticato di scriverlo nel CV alla voce disabilità. (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca…).

Ora penserai che sto esagerando, ma se mi conoscessi bene sapresti che la mia borsa è piena di foglietti con mappe di tutti i posti che mi servono, che non mi basta Google map, devo anche prendere appunti, tipo: gira dopo il tele negozio, passa dietro il grande albero, ecc... che col navigatore ormai siamo ai ferri corti. 
Sapresti che in presenza di un bivio io prenderò sicuramente la strada opposta a quella che mi serve. Che è inutile dirmi: “è facile, non puoi sbagliare”, perché io sbaglierò. Inesorabilmente
Da piccola ero preda dell’assoluto terrore di non sapere dov’ero, ho vissuto momenti di vero panico, poi mi sono abituata. 
Ho accettato l’idea di calcolare del tempo in più quando vado da qualche parte (giusto per perdermi e ritrovarmi…), di circumnavigare l’Africa per arrivare dietro l’angolo, di riconoscere luoghi ma non sapere assolutamente come ci si arriva. Insomma, con le proprie debolezze si impara a convivere. Certo, mi tengo lontana da megaparcheggi sotterranei, centri commerciali (che per me hanno la stessa funzione del bosco delle favole, il luogo di confine dove è pericoloso addentrarsi) e da grandi alberghi, appunto.

Ma questo non era semplicemente un albergo, si trattava di una vera e propria cittadella, nella zona sud di Londra, il vecchio Royal Arsenal, una serie di edifici antichi, ristrutturati e adibiti a residences. Vari kilometri e varie squadre di pulizie. 
Ogni mattina mi veniva assegnato un blocco diverso, per la mia gioia, così era impossibile memorizzare. Se ero fortunata mi accodavo al collega di turno che almeno mi portava sul luogo e poi mi lasciava lì, in balìa di me stessa
Mi veniva indicato dove trovare gli attrezzi e i compiti da svolgere e poi la mattinata passava tra i corridoi deserti e gli ascensori. 
Niente riferimenti visivi, che so, quadri, sculture, solo numeri, un’infinità di numeri sulle porte tutte uguali, luci che si accendevano (e qualche volta NON si accendevano) al tuo passaggio. Temevo di incontrare prima o poi bambine gemelle morte, e scansavo l’appartamento 237, tanto per essere tranquilla  (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca… ).

Qualcuno credeva di aiutarmi spiegandomi scorciatoie (grave errore, impossibile per me memorizzare più di un percorso per arrivare allo stesso punto). Un giorno mi furono date delle istruzioni a voce su una serie di blocchi da pulire, ovviamente a metà mattina già non sapevo più dov’ero e cominciai a pulire quelli sbagliati, esattamente di fronte a dove avrei dovuto essere.

Poi c’erano i ragni. Eh già, sono anche banalmente aracnofobica ( se per questo ho anche paura degli insetti) e, se te lo stai chiedendo, no, non ho voluto vedere il film Aracnofobia, perché mi posso pure sottoporre a tortura per un capolavoro del cinema, per il resto, no grazie …

Ho fatto la piacevole conoscenza dei ragni inglesi, razza forte, di taglia grossa, anche piuttosto carnosi, una delizia. Ora so da dove vengono tanti personaggi dell’immaginario inglese tipo Aragog, il ragno di Hagrid in Harry Potter, o il ragno enorme di Lullaby, celebre canzone dei Cure: “the spiderman is having me for dinner tonight…”, non è che siano tanto distanti dalla realtà.

Dunque ero molto impegnata a uscire viva da labirinti e scansare ragni, che nella stagione estiva, pare siano più propensi a manifestare la loro presenza. 
Ne incontravo uno e cominciava la danza: Piccolo urlo. Paralisi da paura. Gola secca. Ci guardavamo un attimo negli occhi (che erano lì che mi fissavano, lo so…), io decidevo di dargli qualche secondo per sparire, se era abbastanza furbo, avrei fatto finta di non averlo visto, altrimenti non avevo scelta, lì non poteva restare. Dovevo usare l’unica arma a mia disposizione: l’Hoover. Aspiravo con gli occhi semichiusi, era una sensazione tremenda. Non si arrabbino gli animalisti, ho accumulato una valigia di sensi di colpa per tutti questi ragnicidi.


L’incubo passò quando mi fu dato un nuovo incarico, di cui parlerò nel prossimo post. Per fortuna la cittadella maledetta non mi ha fatto uscire di senno. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca…