mercoledì 18 marzo 2015

Missing Letters

le-contrazioni-nella-lingua-inglese-monicauriemma

Da molto tempo indago su alcune sparizioni.
Si tratta di lettere dell’alfabeto.
Non c’è molto da ridere, credetemi, la faccenda è seria, e molto più grande di quello che sembra.
Deve trattarsi di una ruggine antica, tra gli inglesi e l’alfabeto scritto, uno di quei rancori che ti porti dietro da secoli, come i greci e i turchi. Non si sa chi abbia cominciato prima, quello che è certo è che le lettere subiscono contrazioni, fusioni, torture di vario genere, fino a sparire nel nulla…

I primi indizi li trovi nella passione smodata per acronimi ed abbreviazioni. Non si tratta solo delle sigle di partiti ed istituzioni. Qua si contrae tutto quello che si può. Con due parole hai già una potenziale sigla.
Il tecnico del gas mi ha scritto che mancava il FSD (Flame Supervision Device) la mia faccia smarrita non gli ha fatto pietà, me lo sono dovuto andare a cercare su internet che diavolo fosse questo fsd.*
Nelle mail, per dirti il prima possibile (As Soon As Possible) scrivono ASAP, “ci sentiamo asap, ti scrivo asap, consegna asap” (I beg your pardon? Modo elegante per: che cavolo dici?), gli appuntamenti a volte sono TBC, che non è la tubercolosi ma vuol dire To Be Confirmed.


I mestieri sono tutti siglabili: annunci di lavoro cercano UX / UI Designer (User Experience / User Interfaces, e anche così ne so poco più di prima); per lavorare con i bambini ti chiedono il DBS (prima ti chiedevano il CRB, tanto per confondere un po’ le acque), che sta per Disclosure and Barring Service, una specie di controllo della fedina penale, per mostrare che non hai commesso reati.

Le specializzazioni arrivano a livelli di astrazione pura. Sul pieghevole del centro medico c’è scritto che il mio dottore (che mica puoi chiamarlo medico? Chiamalo GP, General Pratictioner),  è specializzato in “M.B.B.S. D.R.C.O.G, D. C. H., D.F.F.P, M.R.C.G.P.” Una specie di enorme codice fiscale con punteggiatura, un linguaggio segreto? Un messaggio criptato? 

Forse è una questione di risparmio: di voce, di tempo, di caratteri… ma spiegatemi come diavolo fate a ricordarvi tutti questi acronimi? Fate corsi di “acronimìa”?


Quando anche la parola è scritta per esteso la mortificazione continua, lettere che esistono sulla carta vengono puntualmente ignorate, troncate, ingoiate, arrotolate nella pronuncia .

Le R sono forse le più maltrattate, dovunque si trovino nella parola, ma soprattutto alla fine. Come se non ci fossero: MIRROR, MIVVAa ( con la A un po’ lunga, e mi raccomando, arrotolate le R centrali se no sono guai)
Se la giocano alla pari con le E. ONE MORE TIME… Le E finali? Spariscono senza lasciare traccia. 
LITERATURE suona più o meno LI-TSCIÀ-TSCIÀ. TEMPERATURE: TEMPRE-TSCIÀ. La E centrale? Scomparsa, e TURE diventa il verso di una cornacchia.
Nomi di località impietosamente amputati, come BICESTER. Ero lì alla stazione che mi arrovellavo per capire se era più giusto BÀICESTAa, BÌSESTAa, BISÈSTAa  e l’annuncio sonoro mi gela: “The train for BISTAa...
BISTAa?! Ma questa è mezza parola! Mezza!
E così, pare, tutti i nomi che finiscono per CESTER. LEICESTER? LESTAa. Taglio netto, lettere dimezzate. Nell’indifferenza generale.

Mi dico: allora perché le scrivete?! Perché dar loro l’illusione di un’esistenza che poi negate con la voce? E’ una crudeltà e voi lo sapete. In nome di non so quale tipo di velocità di espressione avete creato un divario enorme tra la presenza delle lettere scritte e il loro valore effettivo, la loro dignità di esistere in quanto pronunciate. La loro è una vita metà, in sospeso, e nessuno sa dove vadano a finire.
Pronunciatele degnamente o tagliatele alla base, la loro sofferenza sarà minore e tutti ce ne faremo una ragione (soprattutto noi stranieri…).

Comincio a rivalutare la mia lingua scritta, sapete? E se uno comincia a rivalutare l’italiano vuol dire che c’è qualche problema. Una lingua che usa duecento parole per una frase, che ha congiuntivi e condizionali da emicrania, verbi irregolari, maschili, femminili, plurali tutti diversi, frasi piene di incidentali, termini obsoleti, non dovrebbe essere simpatica a nessuno, eppure ci sono dei pregi. 
Innanzitutto l’alfabeto è più corto (e a questo proposito mi chiedo perché usare più lettere se poi non le pronunciate), le lettere sono rispettate (tranne la povera H…) dallo scritto all’orale, pronunciate quasi sempre allo stesso modo, con regole precise e soprattutto: o ci sono oppure no
Questo è il punto, niente imbrogli, è tutto chiaro.
(So che da napoletana dovrei tacere, cambio gli accenti, tronco le finali, ma qui si tratta della lingua nazionale...) 

La cosa inquietante è che con l’inglese quando credi di aver capito il trucco, di aver trovato una regola, una logica seppure aberrante a questo massacro, ecco che scopri nuove scomparse, di lettere insospettabili. E non trovi giustificazione nemmeno nel criterio del risparmio.

Mi spiego, se io chiedo a qualcuno: “Posso fare questa cosa?” E la sua buona educazione gli impone di dirmi: OF COURSE YOU CAN (quando potrebbe benissimo dire solo OK), frase composta da 14 lettere più spazi, capita che gli senta dire COSCIUCAa. Una contrazione magari incomprensibile ma che gli permette di risparmiare ben 6 lettere da pronunciare e più o meno 5 millesimi di secondo. Posso inorridire, ma capisco il perchè. 

Quello che non capisco è quando se la prendono con la T. 
Una volta mi è stato detto: You are an AR-IST… al posto della T c’era un intervallo, una deglutizione, un buco nero… Una lettera massacrata senza criterio,  nessun risparmio di tempo, non ha senso. 
O forse sì, mi sorge un atroce dubbio, che tutte queste lettere siano in realtà mangiate, ingoiate, buttate giù in una sorta di “letterofagia”, di bisogno di inghiottire il suono… è terribile.
Più di una persona ha nominato il famoso maghetto: HARRY PO-Aa. Beh, io li ho visti i film in inglese, e la T c’era! Magari non due, forse una, ma c’era!!! Non pretendo che diciate POTTER ma almeno POTAa!
Era un accento locale, o forse l’indizio di un’ennesima orda di famelici delle consonanti? Sono solo supposizioni, quel che è certo è che una lettera alla volta finiremo con l’emettere solo suoni gutturali (come mi sembra già di sentire da alcuni londinesi doc).

Non c’è nessuno che si occupi del problema di queste sparizioni? Un’associazione, che so, una charity per la preservazione della specie, la difesa delle lettere perdute?
Fonderò l’ ADML: Association in Defence of  Missing Letters, se usiamo l’acronimo partiamo col piede giusto…


* esiste un sito utilissimo abbreviations.com che consulto quotidianamente, ma in questo caso purtroppo non lo sapeva nemmeno lui…


mercoledì 4 febbraio 2015

Libertà è Partecipazione

schizzo uomo che parla allo speakers' corner di londra-monicauriemma

Signore di mezza età appollaiato su uno sgabello che arringhi la folla sotto uno strano sole domenicale allo Speakers’ Corner di Hide Park, io vorrei pure applaudirti ma afferro solo alcune parole: soldi investiti, armamenti, guerra in Afghanistan… non capisco il senso intero del discorso, non so da che parte stai e che argomenti porti. 
Resto qui affascinata dalla tua convinzione (e soprattutto dal tuo gesticolare). 
Mi allontano, assisto ad altri comizi: un poliziotto nero, travestito da Hitler, sta protestando perchè nel corpo di polizia esistono discriminazioni razziali e mostra alcuni documenti a prova della sua teoria, più in là qualcuno parla di unire tutte le religioni in una sola, alcuni Jamaicani stanno ballando e bevendo, non capisco se è una performance o una cosa improvvisata, proseguo la mia passeggiata tra drappelli e discorsi spezzettati, ritorno dopo qualche ora. 
Stai ancora parlando. Finalmente applaudo, se non altro, alla tua perseveranza.

Questa cosa dello Speakers’ Corner l’avevo studiata alle scuole medie, mi piaceva l’idea che chiunque, volendo, poteva togliersi la soddisfazione di tenere un comizio, dire la sua, protestare. Certo, ora ci sono i social network, le piazze virtuali, dove è permesso dire (quasi) tutto su qualsiasi cosa (spesso a scapito di pudore e buon senso), ma il fascino del discorso brutalmente dal vivo, senza filtri, senza fogli, con la gente che ti sta a pochi passi è un’altra cosa…

E poi c’è la questione dell’opinione dell’uomo comune che mi intriga molto.

Ho la sensazione che qui, per tradizione, essa abbia una qualche importanza, un’importanza di una qualità diversa da sondaggi, gusti del consumatore, statistiche che servono essenzialmente a chi gestisce affari e potere a guidare meglio le cosiddette masse.

Cerco di mettere meglio a fuoco con un esempio:
Mi arrivano continuamente lettere a casa. Soprattutto dalle “istituzioni”:

Un giorno la Polizia mi scrive che è venuta a conoscenza di comportamenti anti sociali nella mia zona e mi prega di segnalarne se ne vedo, mi dice di essere a disposizione e di non esitare a rivolgermi a loro per qualsiasi cosa.

Una lettera mi avverte che tra 20 giorni verranno eseguiti dei lavori di miglioramento due strade dopo la mia, avverranno di notte nei seguenti orari… mi pregano di segnalare eventuali fastidi.

Un’alta volta: “Abbiamo in programma di ampliare e migliorare il parco, faremo una riunione il giorno tot, vi preghiamo di partecipare e darci suggerimenti su cosa vorreste vedere realizzato”.

Nella strada adiacente alla mia sono stati richiesti permessi per dei lavori di ampliamento in un condominio, mi chiedono se ho qualcosa in contrario. (Qualcosa in contrario? Ma chi? Dove? Non so neanche di che parlate…)

Sul giornale di quartiere che mi arriva gratis ogni due settimane, trovo la notizia dei cambiamenti alle regole di parcheggio, con il report dei sondaggi fatti mesi prima tra gli abitanti, il numero di favorevoli, contrari e astenuti.

Ogni iniziativa, ogni proposta di cambiamento nella città o nella comunità, viene divulgata, e le persone comuni vengono sollecitate a dire la loro. E’ tutto un “Get involved!”, “La tua opinione conta!”, “Hai idee? Suggerimenti? Reclami?” Dai musei ai supermercati, chiunque vuole sapere che ne penso.

Nei colloqui di lavoro chiedevano a me, la  candidata, di elencare tre punti di forza, tre punti deboli e tre possibili miglioramenti dell’azienda(l’ho raccontato qui).

A volte dico: Ragazzi ma datevi una calmata! Non lo so cosa penso, sono frastornata, confusa da tutta questa "vicinanza"! 
Cercate di capire che vengo da una realtà dove l'istituzione non crea nessun contatto con me, se non per problemi o pagamenti. Da dove vengo io essa è un'entità astratta, lontana e soprattutto muta, e nei casi in cui sono io a voler comunicare, spesso trovo percorsi a ostacoli o muri di silenzio. Nella realtà da cui provengo i cambiamenti, quando avvengono, li scopro a cose fatte perché sono decisi al di sopra e al di là di me.
Qui la mia voce sembra avere un peso e non mi pare vero.

Saranno operazioni di facciata? Sarà autentico coinvolgimento?

Riaffiorano alla memoria parole quasi dimenticate:

LIBERTA’, PARTECIPAZIONE, ESERCIZIO DELLA DEMOCRAZIA…

mercoledì 28 gennaio 2015

Big Big Daddy

scketch portrait of a man with his baby-monicauriemma

Uno dei miei Incontri Metropolitani
L’ho avvistato in metro: altissimo, tratti nordici, naso da pugile, una montagna di muscoli tatuati, e tutto il corredo di accessori che ti fanno pensare subito “non vorrei mai incontrarti in un vicolo buio”. 
C’è solo una cosa che stride col quadro del ti spiezzo in due: porta un passeggino. 
Sistema con gesti sicuri la carrozzina nello spazio dedicato del vagone e prende in braccio il batuffolino che avrà avuto sì e no tre mesi, e tu pensi “attento che lo stritoli!”, se lo mette in grembo e passa il resto del viaggio col sorriso più beato del mondo.

E tu rimani a fissarlo (che non è una cosa carina da fare) con la bocca semiaperta, e ti viene un moto di tenerezza.

Sarà che io vengo da un modello di famiglia tradizionale, ma proprio vecchio stampo (al limite della preistoria), dove la figura materna copriva il 99% della cura dei figli e il padre era praticamente tagliato fuori o autoescluso, appariva nel momento in cui c’era necessità di un rimprovero e poi si ritirava nel suo antro a fare l’unica cosa per cui era programmato: procurare un’entrata monetaria e garantire la sopravvivenza… ma quando vedo una scena del genere si innesca tutto un processo emotivo, segnali d’allarme mi provocano nostalgia di un contatto mancato. Perciò resto colpita, e incantata.

Non so se è perché ho vissuto tanto in provincia, e per giunta la provincia del sud Italia, ma tutti questi maschi a spasso coi bebè non mi erano familiari. 
Quanti uomini vedo in giro qui (ma tanti!) con bambini anche piccolissimi in braccio, nei marsupi, sul sellino della bici, per mano… che siano i soli adulti, o in compagnia di donne o altri uomini non fa differenza. 
Ho la sensazione che siano molti di più che in Italia. 
Sia chiaro, conosco varie coppie giovani italiane in cui il padre spende un sacco di energia e tempo a occuparsi dei figli ma temo che ci sia ancora uno “zoccolo duro” nella testa delle persone (forse anche nella mia?) per il quale la cura del bebè è considerata naturale per la madre, un po’ meno per il padre.
Mi piacerebbe che si frantumasse.

Perché i papà con i bambini piccoli sono proprio un bello spettacolo da vedere.

mercoledì 21 gennaio 2015

Lacreme Napulitane

Pino-Daniele-portrait-monicauriemma
Pino Daniele portrait ©Monica Auriemma

“…Pe nuie ca ‘nce chiagnimm’o cielo e Napule / comm’è amaro ‘stu pane![1]“E cambia panettiere!!!”. 
Leggenda vuole che dalla platea si levasse questa risposta alla fine della canzone sugli emigranti, zeppa di retorica, perché la tragedia strappacuore si stemperasse in una risata. 
Non avrei mai creduto che un giorno anch’io avrei pianto lacreme napulitane
Ebbene, il terzo Natale Londinese ha messo a dura prova l’emotività della povera emigrante partenopea, già decisamente incline al pianto. Approfittavo delle feste (altrui, io ero inchiodata nel mio antro oscuro, a tentare di consegnare un libro) per sentire almeno alcuni tra amici e parenti che non vedo da parecchio. 
Sarà la lontananza, la situazione drammatica italiana, un senso di insoddisfazione generale, i dolori personali e quella vaga sensazione di abbandono ma nove chiamate su dieci si concludevano immancabilmente in pianto. Io di qua e loro di là. Una tragedia.
Hai voglia di fare la forte, di dire che no, no, non ti manca affatto la tua terra, che stai bene così e non torneresti indietro, il tessuto di affetti che è cresciuto con te risente terribilmente la lontananza, nonostante il telefono e internet.

E poi Napoli… una specie di conto in sospeso, qualcuno con cui hai litigato tempo fa e non hai il coraggio di dirgli che gli vuoi sempre bene, perché devi mantenere il punto. 
Napoli che la vai a trovare ogni volta come se fosse un genitore che invecchia, che muori dalla voglia di vederla e poi non vedi l’ora di scappare perché lo sai che litigherete di nuovo. 
Tutte le volte che ci vado mi concedo il rito del Saluto al Mare. Passo davanti all’Accademia di Belle Arti in cui ho speso circa 10 anni della mia vita, attraverso spedita Via Toledo, mi affaccio da Santa Lucia, resto un po’ in silenzio, respiro, me ne vado. 
Ogni volta con in testa questi versi: “chi tene 'o mare/'o sape ca è fesso e cuntento / chi tene 'o mare 'o ssaje/nun tene niente...[2] 
E mi ripeto che sì, ho fatto bene. 
Che adesso, qui,  riesco ad immaginare un futuro, posso concedermi la gioia di fare progetti per la mia vita, e credere che forse si potranno realizzare, mentre molti (troppi) dei miei conterranei si accontentano del mare, del sole e tirano semplicemente avanti, che oltre l’immediato non si può guardare. 
Per non arrendermi all’amarezza e al pessimismo, dovevo andarmene, o soccombere. Ho fatto la mia scelta. E so che per tutta la vita farò i conti con questa mancanza.

Fantastici pensieri per tirarmi su, ottimo, ottimo inizio del 2015! Ma non bastava. Doveva arrivare la notizia della morte di Pino Daniele.

Le lacrime sono diventate fiume. Giorni e giorni. Non chiamavo nessuno per non piangere di nuovo.  Vedevo le immagini del flash mob e del funerale, volevo essere lì, io che evito adunate e manifestazioni, per la prima volta ho desiderato ardentemente essere lì, casa mia. 
Leggevo tutto quello che potevo, disperatamente assetata di notizie[3]
Amici mi mandavano messaggi come se mi fosse morto un parente. Eppure è un dolore che non avrebbe logica, insomma, non è che fosse DAVVERO un mio parente, non lo conoscevo neanche di persona, non sono musicista, non ho mai avuto a che fare direttamente con lui. 

Ho cercato di capire, ho pensato che era perché sono lontana che tutto si amplifica, ho pensato che è perché ho 46 anni e negli anni ’80 ero adolescente, ho pensato che forse non piangevo l’uomo, l’artista, forse io, come moltissimi, piangevo il simbolo del mio recente passato. “E’ come se fosse caduto il Maschio Angioino” ha detto Nino D’Angelo. Aveva ragione. Il silenzio di duecentomila persone (così “innaturale” per i napoletani) è stato più eloquente di tanti discorsi.

Non sono in grado di fare un’analisi storica approfondita, non ne ho gli strumenti.  E’ solo che questa morte mi ha costretta a ricordare. Chi ero io in quegli anni e che cosa stava succedendo a Napoli. Ci stavo dentro e non me ne rendevo conto. Non ci ho mai pensato.

C’è stato un tempo in cui eravamo fieri di essere napoletani.
Ed era un tempo oscuro per quello che ricordo, la fine degli anni settanta, si usciva a pezzi dall’austerity, l’inflazione e i miniassegni al posto del denaro, la crisi energetica, per la prima volta conobbi il termine cassa integrazione, il flagello che si abbatté in casa col contemporaneo (imprevisto) arrivo di mio fratello, quarto figlio dopo otto anni da me. 
Il clima era pesante, percepivo di essere povera (anche se il pane non mi è mai mancato). 
A Napoli si parlava della Nuova Camorra Organizzata , della Droga, quest’entità astratta che sapevi essere il Male Assoluto ma non capivi se si fumava, si beveva, si iniettava…

Tempo oscuro dicevo, ma ricchissimo di fermento culturale, dovunque, a Napoli in particolar modo. C’era un grosso lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari in tutta Italia, mi arrivavano gli echi de “La Gatta Cenerentola” di De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma per me ancora bambina erano fenomeni troppo intellettuali, li assorbivo, senza comprenderli se non anni dopo.
A casa mia non si parlava napoletano, che pareva brutto. 
Il dialetto era permesso solo come esercizio di cultura, per le canzoni (quelle antiche, la sceneggiata e i neomelodici non erano roba per noi), il Teatro, un linguaggio tragico e comico ma datato, i nostri due pilastri: Eduardo, Totò

E poi arrivò “Na tazzulella e’ cafè/ c’a sigaretta a’coppa pe’ nun vere’/ che stanno chine e sbaglie/ fanno sulo ‘mbruoglie”[4], il messaggio era chiaro perfino a me, era qui e ora, qualcuno ci stava dicendo di svegliarci dal torpore, di mollare i contentini come sole, mare, caffè. “E il mare? Il mare sta sempe là /tutto spuorco, chin’e’ munnezza/ e nisciuno o vo’ guardà”[5]
Questo Pino Daniele aveva una potenza nel suono e nella voce che non poteva non arrivarti, ti mostrava Napoli senza fronzoli: “ ’na carta sporca/ e nisciuno se ne ‘mporta”[6], ti parlava di “tutte e’ paure/e nu popolo ca cammina sotto ‘o muro” [7]
E io che vivevo quell’età stranissima tra l’infanzia e l’adolescenza in cui cominci a sviluppare il senso di appartenenza al gruppo al di là del nucleo familiare, mi chiedevo perché mai il mio popolo camminasse sott’o muro, di che avevamo paura? Eravamo Napoletani! Lo consideravo ancora un valore aggiunto.
Imparavamo a memoria gli sketch de La Smorfia di Troisi , li recitavamo sul terrazzino delle mie amiche, il nostro palcoscenico. 
Sentivo parlare del Neapolitan Power e del Blues, del Jazz, senza capire di cosa si trattasse, ma mi piaceva. E cantavo a squarciagola “Je so’ pazz/Nun ce scassate o’ cazz!” [8] abbassando la voce sull’ultima parola, per non essere ripresa dai grandi.
 
Ci eravamo trasferiti dalla città in un paesino invero piuttosto brutto, appena al di fuori della periferia napoletana, che non riconoscevo come mio, ci tenevo a dire che ero di Napoli, cittadina e non “paesana”.
Androni bui, rivestiti di plastica marrone che si ostinava invano ad imitare il legno, portoni di alluminio anodizzato, il condominio/casermone che chiamavamo Il Parco, microcosmo di vita comunitaria, faceva da sfondo alla mia infanzia, coi suoi personaggi mitici: il femminiello, ragazzo gay aspirante stilista,  “chill’ è nu’ buono guaglione/ sogna la vita coniugale/ ma per strada poi sta male perché si girano a guardare”[9]La Rossa (per via dei capelli) dal numero imprecisato di figli avuti da un numero imprecisato di partner, con un passato di vita da strada, e un presente di contrabbando di sigarette. Gli invisibili, agli arresti domiciliari, non ne conoscevo le fattezze ma sapevo che c’erano. 
Il confine tra legale e illegale, tra persone per bene e delinquenti era sempre molto labile.

Il terremoto dell’80 e la città in ginocchio, mi sentivo importante anche nella tragedia, come se quando succedeva qualcosa a Napoli, succedeva più forte.  
Il caos dei soccorsi e dei finanziamenti, le mani della camorra sulla ricostruzione.  
La musica sempre più importante nella mia vita di ragazzina: la radio libera che si sentiva a raggio condominiale creata dal nerd del palazzo affianco, con le dediche al citofono invece che al telefono. 

Dopo le medie volevo fare il Liceo Artistico. 
- Ma perché non fai l’Istituto d’arte a Capodimonte? Impari a fare la ceramica…
- Ma la ceramica di Capodimonte mi fa schifo… 
- Ma al Liceo Artistico gira la droga…
- Ma secondo te sono così scema che mi piglio la droga? 
Tra un “ma” e l’altro la spuntai. Fu forse per mantenere la promessa fatta a mia madre che non sono stata mai capace di farmi una canna, fumare una sigaretta intera e sono astemia? Capisco che lei avesse paura di mandarmi da sola fino a Napoli, a 13 anni ero alta un metro e trenta e sembravo una bambina piccola, un pulcino nella “Metropoli Tentacolare”. 
Eppure per me fu il massimo, riappropriarmi della mia città, essere finalmente a casa.

Napoli mi appariva così bella, ci passavo tutto il tempo che potevo. 
Era l’età della perdita di fiducia in se stessi e del bisogno di crearsi un modello. Mi accorgevo di non essere quell’artista eccezionale che mi avevano fatto credere, fuori dall’ambiente ristretto del paesino nel quale ero una spanna più avanti degli altri, mi confrontavo con tutti quelli che in disegno avevano vero talento, forse fu allora che cominciai a cancellare (da piccola i miei disegni erano fatti velocemente, a mano sicura, senza incertezze). 
Mi accorgevo che i corpi dei miei compagni assumevano sembianze adulte mentre il mio restava dolorosamente bambino. 
Mi sceglievo il modello dell’artista/intellettuale senza esserlo, mi vestivo come se mi infilassi in un sacco sperando di essere invisibile e di compensare con la conversazione, il talento e lo humour, un appeal che il fisico non mi consentiva.
Mi aiutavano I film di Massimo Troisi di cui tutti sapevano le battute a memoria, e poi Così parlò Bellavista, l’ironia a Napoli mi sembrava più bella. 
Quell’anglo-napoletano “Yes, I know my way/ ma nun’è addo’ m’è purtato tu”[10], arricchiva il nostro gergo, localissimo ma per noi universale. Fieri eravamo della nostra lingua. 
Maradona al Napoli (del calcio non me ne fregava niente ma la città era entusiasta e io mi accodavo). Le Vele di Scampìa e lo spaccio, la guerra di Camorra, l’omicidio Siani, le manifestazioni a scuola.

Noi,  generazione sfigatissima, disprezzata dai fratelli più grandi, che loro sì che avevano lottato, loro erano andati in giro a tirare molotof (ma che bravi…) e a prendersi a mazzate coi fascisti (ma bravissimi!) mentre noi litigavamo per gli zainetti-dell-invicta, anzi, “gli altri”, io, l’artista intellettuale, lo zainetto-dell-invicta non lo guardavo nemmeno (anche perché non me lo potevo permettere); loro avevano avuto i Led Zeppelin e noi appresso ai Duran Duran
Mi innamoravo regolarmente di ragazzi (possibilmente “tormentati”) che non mi corrispondevano, ma diventavamo amici, ci scambiavamo le cassettine, ascoltavo la loro musica, e così mi immergevo nei Pink Floyd perché piacevano a uno e tutto l’Hard Rock che le mie orecchie riuscivano a sopportare perché piaceva a un altro (ma i Black Sabbath no, proprio non ce la facevo), più spesso ascoltavo la New Wave britannica, a volte si litigava sui Duran ma su Pino Daniele eravamo tutti d’accordo. 
La musica era ormai un pezzo di me.

Forse perché ero adolescente e tutto mi sembrava tragico o magnifico, forse perché quelli furono anni a modo loro speciali, li ricordo come gli ultimi in cui l’appartenenza a Napoli era spensieratamente piena e orgogliosa, Daniele, Troisi e alcuni altri potevano essere duri e maltrattarla perché erano “dei nostri”, una spinta autentica a destrutturare il vecchio, a cambiare tutto.

E poi? Le spinte al cambiamento ci furono anche dopo, certo, gli Almamegretta, i 99Posse, il Teatro e il cinema napoletano, Martone, Corsicato, il sindaco Bassolino e il sogno (infranto) di una città diversa, io uscivo dall’Accademia di Belle Arti piena di speranze...
Questo è un lavoro, ma non ti posso pagare… Assistente all’Accademia! Ma senza compenso… Solo un gettone di presenza… Devi fare esperienza… Ti pago in nero… Allora non vuoi fare la gavetta?... 
L’eccezione diventava la norma, l’aberrazione il quotidiano, l’orgoglio lasciava il posto alla rassegnazione, la città era sempre più difficile da vivere, da sostenere anche nel quotidiano. 
Facevo quello che capitava, il mio talento era sempre al servizio di qualcuno o di qualcosa in cui non mi riconoscevo più, il Teatro che avevo mitizzato, a volte si rivelava un covo di serpi. 
Anch’io mi sono accontentata, e ho tirato avanti finché ho potuto, poi mi sono allontanata pian piano, fino ad andarmene sbattendo la porta. 
“Voglio di più/ di quello che vedi/ voglio di più/di questi anni amari”[11]

Napoli scusami, forse ci ho provato, di sicuro non ci sono riuscita.

Pino scusami, non piangevo solo per te, piangevo anche per me.






[1] “Lacreme napulitane” Libero Bovio,1925
[2] “Chi tene o mare” Pino Daniele, 1979
[3]  Segnalo qui: il duro, lucidissimo post sul blog Errecinque, e l'emozionante ricordo personale di Gaia Monti
[4] “Na tazzulella e’ cafè”, Pino Daniele, 1977
[5] “Il mare”, Id., 1979
[6] “Napul’è”, Id. 1977
[7] “Donna Cuncetta”, Id. 1979
[8] “Je so’ pazz”, Id.1979
[9] “Chill’ è nu’ buono guaglione”, Id. 1979
[10] “Yes, I know my way”, Id.1981
[11] “Voglio di più”, Id.1980

martedì 23 dicembre 2014

I wish you...

Christmas Card 2014 - Monica Auriemma-

A volte le cose che ci spaventano di più, come il tempo che passa, i cambiamenti, le novità, sono quelle che ci portano i regali migliori.

Non sapevo cosa augurarmi e augurarvi quest’anno, allora ho deciso: voglio lasciare che questo 2015 mi sorprenda.

Auguri!

mercoledì 10 dicembre 2014

Ho imparato a Guidare a Napoli

Illustrazione da "La Bottega dei Sogni Perduti"-monicauriemma
Illustrazione da "La Bottega dei Sogni Perduti" Lavieri Ed. Monica Auriemma-
Una delle tante belle sorprese che ho trovato in UK è che il giallo del semaforo scatta due volte: una volta prima del rosso, un’altra prima del verde. Semplice ma a mio parere geniale.

Da automobilista penso al semaforo come fonte di grandissimo stress: occhio fisso alla luce che il verde non ti colga di sorpresa, polpacci in tensione pronti allo scatto sull’acceleratore, a volte sgasate inutili per evitare di spegnere il motore, che nell’attimo stesso in cui scatta il verde partono i clacson di quelli che stanno dietro (pure loro tutti stressati). 
Ripeti questo ad ogni semaforo e pensa quanta salute guadagneresti se avessi un giallo che ti avverte per prepararti a ripartire.

Non so perché questa pratica sia assente in Italia. Forse abbassare il livello di stress di chi guida non è nelle priorità del nostro codice, forse all’automobilista italiano medio piace sentirsi pilota di Formula 1, gli piace essere sempre in tensione, pronto allo scatto, all’attacco.

Confesso che a me guidare non è mai piaciuto. Ho preso la patente tardissimo e con riluttanza, solo per necessità. 
Per di più ho imparato a guidare a Napoli, e se qualcuno si sta chiedendo: “Perché, che differenza fa?” risponderò che equivale più o meno a: sono stata nella legione straniera, sono sopravvissuta nella Giungla, ho fatto la guerra, una cosa del genere. 
Guidare per le strade di Napoli dovrebbe essere riconosciuta come “pratica altamente usurante” , anche se non lo fai per lavoro, e consentire di anticipare la pensione, diciamo, un anno ogni dieci di guida. Parlo sul serio.

Non è che ci tenga particolarmente a parlar male della mia terra (ho visto che la situazione in altre città italiane, come Roma per esempio, non è certo rosea), ma è il posto dove sono cresciuta e che conosco meglio, io so per certo che il codice della strada a Napoli ha altre regole, non scritte, magari contrarie alla legge, eppure in qualche modo funzionali.

Partiamo dal fatto che la circolazione è difficilissima, causa la morfologia del territorio, la scarsità di mezzi pubblici e lo stato delle strade. La situazione in centro è in qualche modo migliorata negli anni con l’introduzione delle ZTL e di un po’ di rotonde ma, insomma, è una città in perenne emergenza. 
Per cui il cittadino sente il dovere di “interpretare” con una sorta di furbo buonsenso quelle che altrove sono norme tassative. 
Voglio dire che la regola a Napoli può essere infranta, col beneplacito di tutti, se devi risolvere un problema, e siccome è difficile che non ci siano problemi, la cosa avviene piuttosto spesso. 
Se c'è un problema non si aspetta l'autorità (vigili, polizia, ecc...) si parte dal presupposto che l'autorità sia assente, o incapace, e ci si organizza da soli. Ho visto coi miei occhi autisti di autobus  indire piccole assemblee con i passeggeri, per trovare strade alternative anche se fuori percorso, in caso di particolari ingorghi.

I colori del semaforo non vengono percepiti come comandi, piuttosto come consigli (questa devo averla sentita da qualche parte, mi scuso se ho rubato ma rende bene l’idea).

Il rosso a Napoli ha delle sfumature. 
C’è il rosso fuoco, perentorio, quello di  strade a scorrimento veloce,  incroci trafficati, lì non c’è storia, ti devi fermare, il napoletano non è un kamikaze. 
Poi ci sono quei rossi un po’ annacquati, sai che la strada che incroci è poco trafficata, fermati un po’, dai un’occhiata, ma se non viene nessuno, non stare a perdere tempo, vai! 
E poi ci sono i rossi quasi gialli, quelli “inutili”, che magari stanno dopo vicoletti praticamente deserti, tu te ne accorgi, se non arriva nessuno, che necessità c’è di fermarsi? 
Ho provato di persona la sgradevole sensazione dello strombazzare di clacson dietro di me quando ero ferma ad uno di questi. A volte l’ho fatto apposta, sono rimasta ferma lì, inchiodata al semaforo rosso, semplicemente perché volevo “sentirmi libera” di rispettare una regola che tutti ignoravano. 
D’altro canto anche i verdi hanno le loro sfumature. 
Difficile che un napoletano passi col verde a cuor leggero. Non si fida. Lo sa che ci potrebbe essere qualcuno che dall’altro lato sta pensando di buttarsi.

I sensi unici non sono quasi mai veramente unici, diciamo che sono sensi unici alternati. 
A volte sono stradine che ti permetterebbero di tagliare un percorso accorciando di parecchio ed evitando il traffico, e tu che fai? Non ci provi? Lo fanno tutti! Spesso l’ho fatto anch’io (col cuore in gola). 
Il bello è che dall’altro lato lo sanno. Quelli che procedono nel senso giusto si armano di pazienza e sanno che ogni tanto devono rallentare o accostare al marciapiede per far passare i “fuorilegge”. Tanto capiterà anche a loro di vedersi ricambiato il favore prima o poi. 
Amici mi hanno raccontato che chiedendo indicazioni ad un vigile si sentirono rispondere: “La strada giusta è di là, ma vi infilate in un ingorgo, ci potreste impiegare un’ora, di qua c’è un vicoletto che vi fa sbucare dall’altro lato, sarebbe senso unico… facciamo così: io mi giro dall’altra parte e voi passate”

Il pedone a Napoli non ha la precedenza, MAI.
E lui lo sa (se è napoletano). E se non lo è? Conoscete il vecchio detto: Vedi Napoli e poi muori? Beh, potrebbe avere più di un significato…
Ci si allena da bambini, imparare ad attraversare la strada è stato un grande momento di passaggio della mia infanzia. 
Come una di quelle prove d’iniziazione delle tribù africane: dimostri il tuo coraggio e la tua prontezza di riflessi. 
Ignorando le strisce pedonali, che tanto non verranno prese in considerazione da nessuno, si attraversa quando e dove si può, spesso invocando la benedizione di forze ultraterrene. 
Il pedone napoletano non può rilassarsi, ruba quel momento di vuoto di traffico, impara a calcolare i tempi e la velocità dei veicoli e l’automobilista d’altra parte si aspetta sempre che qualcuno sbuchi all’improvviso ed è pronto a frenare. 
Il napoletano ha un'insofferenza profonda, quasi atavica, alle regole, le sente come imposizioni: Io non voglio attraversare dove mi dici tu, dov’è stabilito. Voglio passare dove mi pare. So che rischio la vita, ma la vita è mia e me la gestisco io! 

Da quando sono qui a Londra continuo a stupirmi del fatto che appena mi avvicino alle strisce, preparata tranquillamente ad aspettare il passaggio di due o tre auto, il veicolo più vicino immancabilmente si fermi per farmi passare, a volte si ferma PRIMA che io capisca di dover attraversare, no, dico, che fai? Sei telepatico? 
Il parco dove corro è tagliato da alcune strade, con strisce pedonali fuori ai cancelli, gli automobilisti si fermano a prescindere, quando corro non sono neanche costretta a rallentare per attraversare.
Sempre felicemente incredula, faccio un cenno di ringraziamento con la mano. Mi sento in un altro mondo.

D’altra parte anch’io da pedone devo rispettare i semafori e gli attraversamenti (perchè qui mi concedo il lusso di non guidare, che coi mezzi pubblici mi sposto dove voglio, e comunque ho una fifa blu perchè si tiene la sinistra invece della destra). 
A volte il vecchio istinto vorrebbe riemergere. C’è una strada sotto casa che dista in linea d’aria pochi metri, con pochi passi sarei dall’altro lato, solo che è ad un incrocio di cinque strade, ed io devo fare un percorso a U passando ben 4 semafori per arrivarci. 
Nel profondo mi ribello, la mia mente non comprende perché io debba fare tanta strada e interrompere il cammino tante volte per andare di fronte… ci ho anche provato una volta a passare “di traverso” è stato impossibile, mi devo rassegnare a rispettare la legge, acc...

Ovviamente, così come ci sono anche automobilisti disciplinati a Napoli, qui ci sono i trasgressori, e le conseguenti multe. 
Un giorno il mio compagno, che guida per lavoro, si è visto recapitare una multa per eccesso di velocità,  accompagnata da una lettera. 
Gli si diceva Scegli: la multa la paghi comunque ma puoi perdere punti sulla patente o venire ad un corso sulla sicurezza stradale
Oh, no… che cos’è, una specie di gogna? Verrai aspramente redarguito e marchiato d’infamia come indisciplinato? 
Comunque, pur di non perdere punti è andato. 
Alle presentazioni sembrava uno di quei corsi di auto-aiuto, tipo: ciao a tutti, sono Mark e ho investito un pedone… un applauso d’incoraggiamento a Mark… 
Poi pare che abbia avuto informazioni utili e imparato parecchio su come gestire il mezzo in situazioni difficili, insomma, alla fine gli è piaciuto!

Penso a come sarebbe bella una cosa del genere anche a Napoli… ma forse il napoletano medio pur di non sottoporsi all’onta di sentirsi dire quello che deve fare, perderebbe i punti (e poi troverebbe un modo non proprio legale di riguadagnarli). Sigh.


Questo è l’inizio di “Così Parlò Bellavista” film di 30 anni fa, col famoso “ingorgo a croce uncinata”

E, per Par Condicio, direttamente da Milano, Gioele Dix: L’automobilista ...zzato come una bestia:


mercoledì 3 dicembre 2014

Shang Dynasty (primo: capire il Brief)

illustrazione-pittura-cinese-Wordsmith-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-family-detail-monicauriemma

Avviso a tutti gli illustratori: Il passaggio dall'editoria italiana a quella inglese può essere un trauma, soprattutto se devi lavorare per la scolastica (e non sei abituato, come me).

Prendo ad esempio uno dei miei primi lavori inglesi: due illustrazioni riguardanti la Dinastia Shang per un e-book dal titolo: “Wordsmith”,  PearsonEducation.

Il primo grosso problema è il Brief (o LA Brief, come dico io, tanto in inglese è uguale…), cioè la descrizione del lavoro, che è una contraddizione in termini perché Brief viene da BREVE, e in molti casi è più lunga del testo del libro in questione.

Io vengo da un mondo in cui ti viene dato il testo, le misure, e al massimo un in bocca al lupo (lasciandoti a volte in balìa di dubbi amletici sull’interpretazione) e mi ritrovo qui dove ti dicono che tipo di paesaggio vogliono, gli oggetti, gli animali ,quanto è verde l’erba, chi c’è, di che età, razza ed estrazione sociale, cosa sta facendo, come è vestito e magari dov’era stato il giorno prima e come si chiama il suo cane… è spiazzante!

Tanta precisione nelle richieste ti obbliga ad un’accurata ricerca e documentazione visiva, ma, in questo caso, hai beccato la Dinastia Shang (1600-1000 a.C.), così antica che le immagini sono pochissime e così “sfigata” che nessuno si è degnato di farci un film, che so, pugnali volanti, tigri e dragoni, quella roba lì. 
Passi le ore a interrogarti sulla forma dei cesti di vimini di 3000 anni or sono, e non è piacevole.

Comunque, immergersi in un altro luogo e in un altro tempo è sempre un’avventura straordinaria per me, è quasi la parte più bella del lavoro, sei travolta da stimoli visivi, informazioni, e più cerchi e più trovi, anche se in questo caso i problemi legati al poco tempo a disposizione e al fatto che molti dei miei libri di riferimento fossero ancora in Italia, mi hanno fatto perdere un po’ la bussola.


Ecco il prodotto delle mie fatiche:

Illustrazione-pittura cinese-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-family-monicauriemma

La prima tavola doveva imitare una pittura cinese antica, con un nucleo familiare in un interno, genitori, nonni, zii e pargoli di varie età, in una precisa posizione gerarchica, lasciando alcuni spazi per il testo, dentro una cornice di bronzo stile Shang.

Per capire alcuni passaggi del Brief ero costretta ad affidarmi a Google Traduttore che non solo si ostina ad ignorare il genitivo sassone, ma, ormai ne sono certa, fa uso massiccio di droghe: “a narrow-cuffed tunic” viene tradotto come “una stretta ammanettato tunica” e “long hair  should be wearing it up in buns” è tradotto come “capelli lunghi dovrebbero essere lo indossa in panini”
Ma come vestivano strano questi cinesi, tuniche con le manette e panini sulla testa? 
(le manette in realtà sono risvolti o polsini e i panini sono shignon, ma mi ci è voluto un po’ per capirlo…)

Imitare la pittura cinese, è una parola! E’ un meraviglioso universo parallelo: dimentica la prospettiva come la conosci, la tridimensionalità e il chiaroscuro, lavora di sintesi, di decorazioni, non mettere le ombre…  ci sono riuscita solo in piccola parte, cercando volti, pose, acconciature, ho preso qualche scivolone, il risultato è un evidente compromesso, ma, insomma, non è malvagio.

I clienti si sono detti soddisfatti: “the frame really looks like it's made of bronze!”.  

Illustrazione-pittura cinese-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-family-detail-monicauriemma
La cornice è in realtà la somma di un disegno a matita che imita una decorazione Shang (l’unica cosa che non manca alla documentazione del periodo sono i vasi in bronzo, vasi, vasi, tanti vasi…), una texture fatta a tempera acrilica su vecchia tavoletta di legno, qualche ombreggiatura e il mio genio creativo, of course…  ;-)

La seconda tavola è una scena di campagna, che mostra coltivatori di miglio al lavoro, padre e figlio, con cani, pecore, un aratro in pietra tirato da buoi, una capanna e in primo piano un baco da seta, il tutto condito da un testo piuttosto fitto.
Shang Dynasty-Wordsmith-farm-scene-monicauriemma
Ecco le domande che ti assalgono: che forma avranno le scarpe di paglia di un contadino Shang? E l’aratro di pietra tirato da buoi sarà accompagnato da uno o più uomini? Com’erano le capanne 3000 anni fa? E le pecore cinesi? Siamo sicuri che fossero come quelle che conosciamo noi? (Non lo sapevate? Sapevatelo!)

Illustrazione-Shang-Dynasty-scena di campagna-particolare-monicauriemma
Shang Dynasty-Wordsmith-farm-scene-detail-monicauriemma
Per gli abiti il Brief mi chiedeva: “loose cotton shirts (made from cotton) and trousers made from hemp with shoes made from straw”. E mi raccomando, le bluse in cotone, i pantaloni in canapa e le scarpe in paglia, che se mi accorgo che hai fatto le bluse in canapa e i pantaloni in cotone sono guai!

Ragazzi, forse non sapete con chi avete a che fare: fin da quando lavoravo in teatro avevo l’abitudine di salvare dalla distruzione piccoli scampoli di stoffa di ogni tipo, tutti scannerizzati e finiti in archivio. 
Voi volete la canapa? E Monica vi da la canapa. Voi volete il cotone? E Monica vi da il cotone! 

Comunque è andata, dopo un paio di discussioni via mail sulla lunghezza dei capelli del ragazzo, ce l’abbiamo fatta, tutti contenti, illustratrice stremata ma appagata e perfino pagata.

P.s. Altro consiglio per gli illustratori italiani: 
non vi azzardate a nominare i files con dei titoli fatti di parole comprensibili, tipo “Farmer Scene” o “Family Scene”, come stupidamente avevo fatto io. 
Qua è tutto regolato e codificato, le illustrazioni sono centinaia, da vari illustratori, e bisogna avere un codice di identificazione (e poi gli inglesi se non usano abbreviazioni si sentono male…) perciò le mie tavole si intitolano, molto poeticamente: R3_Yr4Shang_S6 e R3_Yr4Shang_S7