mercoledì 17 settembre 2014

It’s a Job! N°4: Tipi di Fauna Nobiliare

Uscita dalla cittadella maledetta, ecco un nuovo incarico, un mese circa, settembre 2013. Cleaner/Caretaker, cioè avevo anche mansioni di custode, smistavo la posta ecc... full-time, anche il sabato mattina. E il tempo per disegnare? (coltivavo sempre l’assurda pretesa di voler fare l’illustratrice, che matta…) Mi chiedono di fare un eccezione solo per quella volta.

Zona Sloane Square, di quelle dove cercare un Tesco per comprare un po’ di detersivo è un’impresa disperata, ma puoi trovare Tiffany e Cartier, casomai ti fossero finiti i collier di diamanti. Nella galleria d’arte all’angolo ho anche visto un Gainsborough e un paio di Picasso e Braque buttati lì, tanto per appendere qualcosa in cameretta.

Otto ore di lavoro per degli incarichi che, a voler esagerare ne richiedono al massimo 3, ma devi essere costantemente reperibile per eventuali consegne o problemi, e a differenza della caretaker titolare tu non hai un appartamento lì dove essere rintracciata al citofono, e neanche un posto dove riposare (tranne una sediolina sghemba nei sotterranei) non puoi sentire musica, niente internet. La giornata diventa eterna. 
Allora ti inventi delle occupazioni, lavi le scale esterne tutte le mattine anziché due volte alla settimana. Pulisci gli interstizi delle ringhiere fino a lucidarli, ti accanisci sugli ottoni del cancello d’ingresso, (piuttosto trascurati in verità) e decidi che torneranno come nuovi, compresi tutti i riccioli rococò. Diventi una maniaca del pulito tuo malgrado. 
Una delle condomini una volta mi ha detto: -Non abbiamo mai avuto il palazzo così pulito, I can tell you! -(Ti credo! ma la giornata dovrà pur passare...)


Potevo però osservare attentamente la fauna umana del palazzo, che presentava aspetti piuttosto interessanti. Innanzitutto c’erano dei veri inglesi, cosa sempre più rara a Londra. Affibbiavo nomignoli per ricordare a chi dare la posta e prendevo schizzi veloci di quei volti che mi ricordavano tanto le illustrazioni di Quentin Blake
Sketchbook monicauriemma-LadyCandida
Gli unici che non avevano bisogno di soprannomi erano Sir Roderik (Roderik Francis Arthur, per la precisione, segue Earl of Xxx  che ometto per la privacy) e Lady Candida
Ricevevano ogni giorno moltissime lettere, buona parte delle buste vergata a mano con quelle calligrafie svolazzanti che adoro, (rimpiangevo di non avere uno scanner a portata di mano…). 
Mai incontrati purtroppo, stavano ristrutturando il loro enorme appartamento ed evidentemente erano in un’altra residenza. Dal secondo piano un andirivieni di tappeti dalle dimensioni esagerate, antiquariato vario e profluvi di fantasie a fiori
Un giorno arrivano i cataloghi Ikea, li guardo sconsolata sapendo che la loro fine sarà tra i rifiuti (dispero di trovare amanti del design cheap svedese tra i condomini) e invece due giorni dopo, sorpresa! Ne mancavano due! Magari la nobiltà britannica in ristrutturazione si è fatta tentare da una bella libreria Billy
Una mattina ho avuto un’apparizione. Nell’androne incrocio una donnina minuta con cappello e sciarpa neanche fossimo in pieno inverno, il suo volto era quasi una maschera. Ho deciso che era lei: la misteriosa Lady Candida, venuta in incognito a controllare lo stato dei lavori.

Sketchbook monicauriemma-Il Politicante
Il Politicante. Elegantissimo nel suo gessato grigio, capello brizzolato, gentile ma sbrigativo, uno di quelli abituati a dare ordini. 
Mi ero convinta (senza averne nessuna prova), che tutti giorni alle 9 andasse in Parlamento, camera dei Lords, naturalmente. 
Una mattina mi chiede qual è la mia lingua madre, gli rispondo l’italiano e lui - How do you say “waste”in Italian? Frenchs say “ordures”,Germans say…- segue un elenco della parola in varie lingue. 
Credendo che sia semplicemente interessato ad arricchire il suo già impressionante vocabolario, dico –IMMONDIZIA-  scandendo il più possibile le doppie. Lui, in italiano – MATTINA-IMONDIZIA-ORE-OTTO! Ok? -E si volta per allontanarsi. - Of course, Sir, every morning I take the waste eight o’clock! -  gli balbetto dietro, un po’ sorpresa. 
Ritiravo sempre i sacchetti puntualissima e li stoccavo nei sotterranei in attesa della raccolta settimanale. Ma perché mi aveva detto questo? Torno in perlustrazione e trovo in bella mostra un sacchetto lasciato da sua sorella, appartamento adiacente, la quale mi sorride e si scusa con nonchalance per il ritardo. Resto lì a bocca aperta. 
Cara signora, sono le 9, ca@@@, sono passata due volte, capisco che ti sei svegliata tardi, potresti fare la fatica di arrivare fino all’ascensore e stoccare tu stessa il sacchetto vista l’ora, come fanno gli altri, ma non hai proprio rispetto del mio lavoro?  Tuo fratello ha già stabilito che mi sono macchiata di grave reato e si è prodotto in un esercizio di stile per potermi strigliare con classe. Ma che bella famiglia! 
Le parole mi restano in gola, troppo difficile, e non mi è assolutamente consentito litigare o prendermi troppa confidenza.
Io sono cresciuta soffrendo di quello che definisco “classismo al contrario”, un’istintiva antipatia per i privilegiati, quasi che essere ricco fosse una colpa di per sé, poi ho conosciuto parecchie persone, esseri umani, al di la dell’etichetta che gli avevo appiccicata addosso e credevo di essermi piuttosto liberata da questo pregiudizio, ma ragazzi, voi due ce la state mettendo tutta per farvi odiare! Avrei voglia di farvi “lo strascìno” (in napoletano, trascinare per i capelli). Ovviamente non è una via praticabile.
Caro Politicante, mi hai colpita proprio nel mio punto debole, il linguaggio (il che mi fa sentire tremendamente inferiore), mi costringi a sfidarmi sul terreno pericoloso della comunicazione, ma devo risponderti. 
Il giorno dopo, col mio migliore sorriso: -I’m really grateful, Sir, for yesterday. In fact, thanks to your suggestion, I discovered that someone on your floor, put the bag out after the time allowed, and after I went to collect-, (Le sono molto grata per ieri. Infatti grazie al suo suggerimento, ho scoperto che qualcuno al suo piano, mette fuori il sacchetto dopo l’orario consentito, e dopo che io sono passata per la raccolta)  
Niente male Monica, una trentina di parole in fila senza bloccarti, magari imperfette ma l’alternativa era: la prossima volta IMONDIZIA ORE OTTO dincello a’ssoreta! E non era il caso.  
Ha risposto con un hum… 
La cosa assurda è che gli ero grata davvero, per essere stato occasione di sfida con me stessa, ora che gli avevo parlato guardandolo negli occhi mi era quasi più simpatico.

Sketchbook monicauriemma-Il Mago
Uno che mi piaceva tanto era IL Mago. 
Signore anziano che incontravo più volte al giorno, entrava e usciva non si capiva mai bene da dove, spesso usava le scale di servizio, talvolta mi compariva alle spalle, sempre gentile, con uno sguardo luminoso e furbetto, facevamo brevissime ma amabili conversazioni, era pieno di humour e sembrava sinceramente preoccupato per la mia schiena, mi diceva spesso Don’t kill yourself!















Sketchbook monicauriemma-La tenera svagata
La tenera svagata
Gentile signora sulla settantina che un venerdì mi chiama preoccupata, sta per andare in campagna per le vacanze e si è accorta che mancano elettricità e linea telefonica, le presto il mio telefonino per chiamare la figlia e assisto ad una lunga conversazione che sembra presa da un romanzo d’appendice: le viene consigliato di non toccare niente e uscire, e lei si profonde in mille lunghissime scuse per aver disturbato la figlia, -Grazie sweetheart, tu sei la migliore figlia che una madre possa desiderare-, (ma davvero c’è qualcuno che parla così? Dalle mie parti si usa al massimo: -Statte ‘bbona a’mmammà! -) continua dicendo che la gentilissima caretaker (io) le aveva appena salvato la vita (!) prestandole il telefono (e se la conversazione continuava, glielo avrebbe strappato di mano…). 
Alla fine saluti e baci, rientro in possesso del mio telefono, un’elegante auto viene a prenderla all’ingresso. 
Mi saluta dicendo che l’unica fortuna, in quella giornata nera, era stata incontrarmi. -Things can only get better-  spiccico, ricordando una vecchia canzone. Poi scoprirò che la signora ha qualche problema di memoria. 
Telefono e luce sono stati staccati dai figli per il lungo periodo di vacanza, ma, ahimè, lei non lo ricordava. 
Sketchbook monicauriemma-Il Gentleman
Il Gentleman del primo piano
Età presunta: 120 anni. 
Ascoltava spesso musica classica, a volte mi fermavo sulle scale a goderne un po’, era talmente educato che quando lasciava il sacchetto dell’immondizia sull’uscio ci metteva un foglio di giornale sotto per evitare di sporcare la moquette, un vero Signore.

















Sketchbook monicauriemma-Il Mahatma del pian terreno
Il mio preferito era Il Mahatma del pian terreno. 
Indiano, abitava con moglie e figlio giovane, tutti gentilissimi, si fermava spesso a vedermi insistere su quell’ottone che non voleva venire perfetto (io ho cercato di dirglielo che non ero matta ma dovevo passare il tempo in qualche modo…), discutevamo di possibili strategie risolutive, un giorno se ne viene con un piccolo spazzolino bianco:- prova con questo per le parti più piccole -.
Un regalo che non ho dimenticato.














Ogni tanto facevo due chiacchiere col collega della scala a fianco. La nostra conversazione era piuttosto surreale. Lui Portoghese, affetto da seria balbuzie, io italiana, balbettante per mancanza di vocaboli. L’ultimo giorno mi dice che gli mancherà tremendamente il mio bellissimo sorriso con cui cominciava bene la mattina. Ho fatto mica conquiste? Guarda che io sono una donna anziana, fidanzata e molto seria, eh?

giovedì 11 settembre 2014

It’s a Job! N°3: Il mattino ha l’oro in bocca.

The Shining. Stanley Kubrik
Questo non è un innocuo proverbio, almeno non più, se hai visto The Shining. (Nella versione inglese era: "All work and no play makes Jack a dull boy", letteralmente: “Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato”). Lo scrivo sul pc e penso a Jack Nicholson, completamente fuori di testa, che lo batte a macchina. Migliaia di volte.

Se come me hai subìto il film di Kubrik (aggrappata con le unghie alla maglia di mio fratello che mi obbligò al supplizio perché non puoi non vederlo! ), ricorderai l’enorme albergo dai corridoi infiniti, kilometri di moquette, spazi anonimi, porte identiche, e oscure presenze. Ecco, io ho lavorato in un posto simile come cleaner  tra Agosto e Settembre 2013, incaricata dall’agenzia, che forse non era al corrente della mia assoluta, totale e devastante mancanza di senso dell’orientamento. Devo aver dimenticato di scriverlo nel CV alla voce disabilità. (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca…).

Ora penserai che sto esagerando, ma se mi conoscessi bene sapresti che la mia borsa è piena di foglietti con mappe di tutti i posti che mi servono, che non mi basta Google map, devo anche prendere appunti, tipo: gira dopo il tele negozio, passa dietro il grande albero, ecc... che col navigatore ormai siamo ai ferri corti. 
Sapresti che in presenza di un bivio io prenderò sicuramente la strada opposta a quella che mi serve. Che è inutile dirmi: “è facile, non puoi sbagliare”, perché io sbaglierò. Inesorabilmente
Da piccola ero preda dell’assoluto terrore di non sapere dov’ero, ho vissuto momenti di vero panico, poi mi sono abituata. 
Ho accettato l’idea di calcolare del tempo in più quando vado da qualche parte (giusto per perdermi e ritrovarmi…), di circumnavigare l’Africa per arrivare dietro l’angolo, di riconoscere luoghi ma non sapere assolutamente come ci si arriva. Insomma, con le proprie debolezze si impara a convivere. Certo, mi tengo lontana da megaparcheggi sotterranei, centri commerciali (che per me hanno la stessa funzione del bosco delle favole, il luogo di confine dove è pericoloso addentrarsi) e da grandi alberghi, appunto.

Ma questo non era semplicemente un albergo, si trattava di una vera e propria cittadella, nella zona sud di Londra, il vecchio Royal Arsenal, una serie di edifici antichi, ristrutturati e adibiti a residences. Vari kilometri e varie squadre di pulizie. 
Ogni mattina mi veniva assegnato un blocco diverso, per la mia gioia, così era impossibile memorizzare. Se ero fortunata mi accodavo al collega di turno che almeno mi portava sul luogo e poi mi lasciava lì, in balìa di me stessa
Mi veniva indicato dove trovare gli attrezzi e i compiti da svolgere e poi la mattinata passava tra i corridoi deserti e gli ascensori. 
Niente riferimenti visivi, che so, quadri, sculture, solo numeri, un’infinità di numeri sulle porte tutte uguali, luci che si accendevano (e qualche volta NON si accendevano) al tuo passaggio. Temevo di incontrare prima o poi bambine gemelle morte, e scansavo l’appartamento 237, tanto per essere tranquilla  (Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca… ).

Qualcuno credeva di aiutarmi spiegandomi scorciatoie (grave errore, impossibile per me memorizzare più di un percorso per arrivare allo stesso punto). Un giorno mi furono date delle istruzioni a voce su una serie di blocchi da pulire, ovviamente a metà mattina già non sapevo più dov’ero e cominciai a pulire quelli sbagliati, esattamente di fronte a dove avrei dovuto essere.

Poi c’erano i ragni. Eh già, sono anche banalmente aracnofobica ( se per questo ho anche paura degli insetti) e, se te lo stai chiedendo, no, non ho voluto vedere il film Aracnofobia, perché mi posso pure sottoporre a tortura per un capolavoro del cinema, per il resto, no grazie …

Ho fatto la piacevole conoscenza dei ragni inglesi, razza forte, di taglia grossa, anche piuttosto carnosi, una delizia. Ora so da dove vengono tanti personaggi dell’immaginario inglese tipo Aragog, il ragno di Hagrid in Harry Potter, o il ragno enorme di Lullaby, celebre canzone dei Cure: “the spiderman is having me for dinner tonight…”, non è che siano tanto distanti dalla realtà.

Dunque ero molto impegnata a uscire viva da labirinti e scansare ragni, che nella stagione estiva, pare siano più propensi a manifestare la loro presenza. 
Ne incontravo uno e cominciava la danza: Piccolo urlo. Paralisi da paura. Gola secca. Ci guardavamo un attimo negli occhi (che erano lì che mi fissavano, lo so…), io decidevo di dargli qualche secondo per sparire, se era abbastanza furbo, avrei fatto finta di non averlo visto, altrimenti non avevo scelta, lì non poteva restare. Dovevo usare l’unica arma a mia disposizione: l’Hoover. Aspiravo con gli occhi semichiusi, era una sensazione tremenda. Non si arrabbino gli animalisti, ho accumulato una valigia di sensi di colpa per tutti questi ragnicidi.


L’incubo passò quando mi fu dato un nuovo incarico, di cui parlerò nel prossimo post. Per fortuna la cittadella maledetta non mi ha fatto uscire di senno. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca. Il mattino ha l’oro in bocca… 


martedì 19 agosto 2014

It’s a Job! N°2

Dopo il primo contratto-lampo, nell’agosto 2013 la mia ricerca continua e approdo ad una nuova interview sempre come cleaner. 
Agenzia molto seria, la recruiter, russa (passo dai Colombiani ai Russi, sembra un film di spionaggio…) cerca di mettermi a mio agio. Chiacchieriamo amabilmente di tutto, come mi trovo a Londra, le mie passioni, l’illustrazione e poi arriva il punto critico:
 - Posso chiederti perché tra tutti i part-time possibili hai scelto proprio la cleaner?
 - Perché??? Perché sono mesi che faccio applications per tutto e nessuno mi si fila, non trovo lavoro come illustratrice e il mio inglese fa schifo e non ho esperienza di niente, ecco perché! - E’ la risposta che affiora alle mie labbra, ma forse non è quella giusta… mi prendo qualche secondo per riflettere:
- Perché… come disegnatrice faccio un lavoro sedentario ed ho bisogno di qualcosa che mi tenga in movimento… - Sorride. Ci avrà creduto? Comunque è andata, si parte.

Si tratta di lavorare in condomini di lusso pulendo le scale e le aree comuni (niente wc, sto facendo carriera?) turni e luoghi stabiliti settimana per settimana, induction days pagati e accredito ogni venerdì (evviva). 
Via mail ricevo informazioni su luogo, compiti assegnati, referenti. Organizzazione impeccabile. Per ora copro le vacanze dei titolari, posso sperare in un contratto permanent per il futuro.
E’ richiesta:
- massima puntualità (il primo turno di due settimane è dalle 7 alle 13, alzarsi alle 5 non è proprio il massimo ma ce la posso fare)
- total black look (allegria!),
- no scarpe da ginnastica (odiose ballerine… mi procureranno i primi sintomi di fascite plantare),
- massima cortesia con i condomini, comportamento impeccabile (dai, non mi metterò le dita nel naso…)

Il primo edificio assegnatomi è un complesso residenziale degli anni trenta, un po’ anonimo ma di lusso, composto da sei scale, sei piani ciascuna. 
Incontro la cleaner che devo sostituire, bella donna, massa di capelli ricci, nera, giunonica, di quelle che potrebbero mandarti a terra con una sberla, meglio tenersela buona… 
Mi mostra i compiti e il materiale, la parte più faticosa è trasportate i secchi con acqua e detersivi da una scala all’altra, si sale all’ultimo piano con l’ascensore e da lì si passa l’aspirapolvere piano per piano (attacca la spina, fai una rampa, stacca la spina, pulisci il corrimano e l'ascensore, riattacca la spina…), infine si pulisce l’ingresso, la parte più importante, con ascensore e porte tutte in vetro e acciaio (oh, no…). 

Mi mostra come pulire i vetri: dopo aver passato il detergente con una spugna lunga provvista di manico, con gesto sicuro ed una grazia che mi lascia a bocca aperta, fa scivolare il tergivetro in gomma in un unico movimento curvo (come il segno ∞ ), che sale e scende esattamente un attimo prima che goccioli il detersivo e lo tira via senza lasciare NESSUNA traccia. 
Rimango ipnotizzata da quella danza, altro che action-painting, qui stiamo assistendo ad una performance di action-cleaning perfetta! 
- Non ci riuscirò mai - è il pensiero che mi scuote dall’incanto. Infatti nei giorni successivi, per quanti sforzi faccia, le mie curve si bloccano, la gomma stride, le gocce cadono, ahimè, dovrò arrendermi a tirare banalmente il tergivetro in verticale, senza nessuna poesia.

Mi raccomanda di gestire le forze, non stancarmi e prendermi delle pause se necessario. Musica per le mie orecchie, ma il Supervisor cosa ne penserà? 
Con mia gradita sorpresa, il Building Manager che si occupa di supervisionarmi e riferisce all’agenzia, mi dice la stessa cosa: -Take a rest! (che non vuol dire prendi il resto, ma prenditi una pausa) - ogni tanto mi prende in giro: - Monica, stop! It’s CLEAN!- Alle 12,30 mi chiede che ci faccio ancora lì – Ma... il mio turno finisce alle 13…- Ma vai a casa! Garantisco io!
Ma dove sono finita? Sono su "You've been framed"? Dai, è uno scherzo? 

La giornata passa in fretta, io me la fatico tutta e approfitto anche per fare pulizia in zone che si vede non vengono toccate da mesi, è un modo per ripagare tanta gentilezza. 

Torno a casa veramente stanca ma con un senso di soddisfazione per un lavoro ben fatto (tenuto conto delle mie note abilità) e in più, in totale autonomia, senza sorveglianti col fiato sul collo, in certi momenti addirittura meditativo (mi vengono molte idee per nuovi disegni mentre passo l’aspirapolvere).
Peccato che questo incarico durerà solo due settimane, continuo a ricordarlo come il migliore che mi sia capitato.


Per quanto riguarda il comportamento impeccabile, devo dire che più di una volta i condomini hanno assistito alle mie numerose piroette involontarie mentre tentavo di liberarmi dal filo dell’Hoover che immancabilmente mi avvolgevo addosso, ammetto che non è stato il massimo dell’eleganza, ma magari qualcuno di loro possedeva un circo e avrebbe potuto ingaggiarmi come attrazione, nella vita non si può mai sapere…

lunedì 11 agosto 2014

It’s a Job!

Dall’estate 2013 per alcuni mesi lavoro come CLEANER, che secondo me fa più figo di ADDETTO ALLE PULIZIE ma il concetto è quello. 
Decisamente una brillante carriera, nelle mie mani le superfici brillano (o almeno dovrebbero). 
Comunque: it’s a job! Ed è senz’altro un’alternativa valida al Sandwich Artist per l’autobiografia dell’Artista-che-ha-fatto-la-gavetta.
Il primo contratto (brevissimo, una settimana) è con un’agenzia che si occupa di un residence per studenti. 
Il supervisor  nell’interview mi chiede se ho esperienza ed io rispondo che sono abituata ad occuparmi tutti i giorni delle pulizie a casa (solo che io ODIO i lavori di casa e me ne occupo poco e male!). 
Lui mi fa un sorrisetto sinistro, come dire: Vieni! Vieni a vedere se questo somiglia alle pulizie di casa!

Divisi in squadre di tre persone, ci occupiamo di risistemare i monolocali con angolo cottura e bagno degli ospiti che avevano lasciato il residence per le vacanze estive. Sbrinare frigoriferi, smontare e rimontare letti, spostare e pulire forni a microonde e tutte le suppellettili, svuotare i mobili, pulire e disinfettare gabinetti ecc…  
Le condizioni di quelle stanze… ho visto cose che voi umani… approfitto per fare un appello: "ragazzi, quando andate a studiare o a vivere fuori, abbiate pietà di coloro che verranno sulle macerie del vostro passaggio, grazie".

Tanta fatica, considerato che quelli erano gli unici giorni di vero caldo a Londra. 
Giornata di 4 ore senza pause, neanche 5 minuti, quella di 9 ore prevedeva 15 minuti per il pranzo. 
Mi impegno al massimo ma sempre con la sgradevole sensazione  di ottenere risultati mediocri. Il mio incubo: i vetri in generale, soprattutto quelli delle docce, mai perfetti. 
Il supervisor mi chiede spesso se è tutto ok, soprattutto nei due giorni di prova (non pagati, sic!) e per spiegarmi un compito lo esegue di persona, nel senso che si infila con la testa nel wc se necessario, cosa buona e giusta, direi. 
D’altra parte ripassa a controllare dovunque,  in caso ti fa rifare il lavoro e la cosa mi mette un tantino d’ansia. E poi c’è la fretta, bisogna essere impeccabili e velocissimi (due cose che nella mia vita non sono mai andate d’accordo).

Magari pratico un po' l'inglese, pensavo. 
Infatti imparo: limpio, sucio, seco, húmedo, oltre a rrrapido, rapido! Muj rrapido! L’agenzia è gestita da sudamericani e i colleghi (principalmente colombiani) non sanno una parola d’Inglese, ma sono simpatici e gentili e per farmi sentire a mio agio mi cantano in spagnolo le canzoni di Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Raffaella Carrà (no, vi prego, basta, preferisco sentirmi sola ed emarginata …) 

La sera non posso fare altro che stendermi, le mie ossa gridano vendetta, mi chiedo con quale energia riuscirò a disegnare…  pazienza, aspetto condizioni più favorevoli, nel frattempo mi serve guadagnare. 
E per finire, ho memorizzato un metodo infallibile per infilare il piumone nel copripiumone con pochi gesti e senza bozze. 
Sono cose che ti cambiano la vita!

mercoledì 30 luglio 2014

Improbabili Interviews n°6. The Last interview

Inizio estate 2013, a otto mesi dal mio arrivo a Londra mi ritrovavo a fare il punto della situazione.

Numero di agenzie d’illustrazione contattate: più di cento.
Numero di risposte positive:3.  
Agenzia n°1: dopo un incontro e un paio di mail entusiaste scomparsa senza lasciare traccia (ne ho parlato qui);
Agenzia n°2: mi propone di tenere le mie immagini in prova per sei mesi, ne sono passati 5 e non è successo niente.
Agenzia n°3: uno degli agenti accetta di incontrarmi e vedere il portfolio. Ci facciamo una lunga chiacchierata in un caffè. Mi disegna lo schemino sul mercato editoriale UK che vedete qui:

schema mercato editoriale inglese. monicauriemma

Il triangolo a sinistra rappresenta i libri da 1,99£ in su, la fetta di minore qualità, chiamati Value, i libri da colorare, ecc… al centro c’è la fetta di mercato chiamata Quality Mass, e a destra i libri da 10.99 in su, i Gift Books, quelli un po’ più di pregio. 
Da quello che vede, il mio lavoro avrebbe una collocazione dov'è l’asterisco cerchiato, cioè tra la fine dei Quality Mass e l’inizio dei libri pregiati. 
Dico: - Ah, non male! - E lui: - Non dovresti essere mica contenta! Questi sono i libri che si vendono poco o niente! Per guadagnare bene dovresti essere al centro…- Mentre medito sulla possibilità che il mercato mi voglia a tutti i costi postuma, lui mi dice che in ogni caso la loro agenzia tratta un target di età più basso del mio (età del lettore, non età dell’illustratore, che avete capito!) e quindi non potrebbero rappresentarmi in ogni caso.

Mi consolo strada facendo con una busta di patatine, torno a casa e trovo nelle mail la risposta ad una delle mie migliaia di applications per part-time di ogni genere; mi danno appuntamento per un’ interview: Food & Beverage  Associates,che suona benissimo e vuol dire Barman/cameriera (no, di nuovo?).

Si tratta di un importantissimo centro fitness,uno di quelli Luxury. Realizzo subito che non potrò fare affidamento sul mio fisico da urlo per impressionare l’interviewer.
Sedute su costosi divanetti, luci basse, arredamento ricercato, musica “thunz-thunz” in sottofondo, cominciamo la chiacchierata. 
Mentre la manager (italiana) mi spiega (in inglese) che il cibo e le bevande che servono sono assolutamente healty, no sugar and fat-free, io sorrido e trattengo impercettibilmente il respiro per tentare di nascondere (invano) la mia dipendenza da carboidrati e grassi. 
Mento spudoratamente su quanto mi piacerebbe fare un lavoro a contatto col pubblico. 
Mi guardo intorno: sono in armonia con l’ambiente come uno sgabello dell’Ikea in un salotto Rococò…
E anche quest’interview finisce, breve e indolore. Non mi chiameranno e io lo so, l’ho capito nei primi 30 secondi.

Dopo il magico mondo del fashion e quello del fitness mi chiedo in quale altro ambiente confortevole potrei cercare lavoro. Potrei lavorare in una discoteca, occuparmi di alta finanza, di armi, agente segreto?
In quel momento non so che di lì a poco comincerò una breve, intensa, ma decisamente “brillante” carriera.

Ve lo racconto nel prossimo post.

mercoledì 23 luglio 2014

Caro Piccolo Editore...

immagine Nonconferenza Scribarà. Fiera del Libro Torino 2012. monicauriemma
© Monica Auriemma

Caro Piccolo Editore,

ti scrivo perché il ricordo di te mi è arrivato improvviso, come una mosca fastidiosa. Mi hai mandato una mail l’anno scorso dopo che non ci sentivamo da quanto? 7,8 anni? La nostra unica collaborazione risale a quando ti regalai una tavola per un’iniziativa in favore di qualcuno o qualcosa, una di quelle cose interessanti che ti piace organizzare.
Senza nemmeno un: come stai? (scusa, sarò vecchio stile, ma un minimo di buone maniere…) Mi hai chiesto la disponibilità a fare una prova a colori per un albo illustrato, allegandomi testo e misure, senza aggiungere altro. Ti ho scritto che non potevo rispondere alla tua domanda se prima non avessi avuto delle informazioni necessarie, e cioè: la prova era pagata? E se sì, quanto? Nel caso fosse risultata positiva, che tipo di contratto mi aspettava?
Non so voi come la pensate, ma se uno viene a chiedermi di fare una prova per un possibile lavoro, probabilmente in competizione con altri, dovrà pur dirmi cosa mi promette in cambio.

Mi hai risposto che la prova era gratuita (ma va?) e che per un albo di 24 pagine più copertina era previsto un anticipo sui diritti che, con una serie di calcoli elaborati sono riuscita a quantificare intorno ai 250€  (ma avrei potuto sperare di arrivare addirittura a circa 400€ se ci fosse stato un boom di prenotazioni). “Il mercato non ci consente di più”. 
Un affarone. 
Con un premio così goloso come avrei potuto rifiutare? 
Ma, guarda, adesso che mi hai aperto gli occhi su questo paradiso, corro subito a impiegare gratuitamente il mio tempo, il mio talento, la mia esperienza, mi studio il testo, creo i personaggi, elaboro lo stile adatto al racconto, e ti creo una bella tavola per sbaragliare la concorrenza, così forse (e dico forse) sceglierai me ed io lavorerò per più di un mese per avere la mia bella PUBBLICAZIONE (pagata 250€, ma posso sempre sperare nel boom…)!

Caro Piccolo Editore, non è tanto la miseria che mi proponi che mi stupisce, so che girano pochi soldi; è il fatto che tu ritenga così straordinariamente appetibile che io pubblichi con te a queste condizioni, da considerare normale che io accetti di mettermi in gara. E’ il fatto che ti manchi un po’ di pudore, nel propormi l’improponibile
Almeno un poco. 
Non sono venuta a cercarti io, mi hai cercata tu. Ma perché? 
Hai pescato un nome a caso nell'elenco degli Illustratori Sfigati? O hai visto come lavoro? Ti interessa il mio stile? E allora perché dovrei fare una prova? O meglio, perché dovrei farla visto che praticamente in cambio mi dai poco e niente? Chi credi di essere? Pensi che il tuo solo nome sia di per sé così attraente? Ho avuto a che fare con tanti editori, qualcuno mi ha imbrogliato, non pagato, o è sparito all’estero. A volte ho lavorato per poco. Ma almeno, quelli con cui ho accettato di continuare a pubblicare erano Editori con cui avevo un rapporto di amicizia, di reciproca comprensione delle difficoltà, e hanno avuto sempre l’umiltà di dirmi: ci piacerebbe che il lavoro lo facessi tu (e quindi non ti mettiamo in competizione, perché sappiamo come lavori), ma ci rendiamo conto che la cifra è bassa, perciò capiremo se rifiuterai. Ecco, a volte basta poco, sai…

Caro Piccolo Editore, ho trascorso il mio ultimo anno in Italia a lamentarmi in pubblico e in privato di quelli che si comportano come te. 
A volte penso che un po’ di coerenza, uno nella vita la debba avere: per esempio, se mi lamento della corruzione come minimo non dovrei farmi corrompere, se mi lamento della svalutazione del mio mestiere, come minimo dovrei provare a non svalutarmi troppo, anche se sto con l’acqua alla gola, in un paese straniero, e rischio di uscire fuori dal mercato. 
Perciò sappi che ho deciso di permettermi il lusso di non pubblicare albi, il grande lusso di rifiutare offese alla mia dignità di lavoratrice nella speranza (nell’illusione?) che qualcun altro alzi la testa per non far affondare definitivamente un mestiere così bello come quello dell’illustratore. E non parlo degli esordienti, quelli li capisco troppo bene, ma i professionisti che pubblicano parecchio… se capissero che una loro scelta forse può cambiare le cose, che non è tutto inutile, che non si deve per forza dire sì pur di pubblicare… (ma in fondo chi sono io per giudicare le scelte altrui? È già tanto se riesco a prendermi la responsabilità delle mie).
Ti ho risposto comunque che questo è il mio mestiere e che ritengo impossibile lavorare professionalmente un mese (o anche due) per guadagnare 250€, più pochi spiccioli un anno dopo. Questa è la ragione principale per cui mi sono sradicata dal mio Paese, ho lasciato i miei affetti e sono emigrata. Non ti ho scritto che pur di non lavorare così, preferisco fare le pulizie, l’avresti creduta una battuta, non avresti capito che è una scelta che ho realmente fatto.
Quindi ti ho fatto un preventivo e ti ho detto che non credendo ci fossero margini di trattativa, ti facevo il mio in bocca al lupo per tutto. Sapevo per certo (e te l’ho scritto), che avresti trovato qualcuno disponibile.
Sono stata educata, no? Ovviamente non mi hai risposto, com’è nel tuo stile.

E’ passato un anno. Tu quel libro lo hai pubblicato, e vari altri, qualcuno con nomi dell’illustrazione veramente importanti. Ma guarda!
Ora due sono le cose: o hai fatto loro la stessa proposta che hai fatto a me (e spero proprio di no perché allora il nostro mestiere in Italia è davvero finito); o in qualche modo “il mercato” ti ha permesso di spendere ben altro. 
Io invece continuo per la mia strada, lavoro come illustratrice qui in UK, e anche se non posso dirmi affermata, ti assicuro che le cifre che mi hai proposto sono fortunatamente solo un brutto ricordo
Non credo che Piccolo Editore sia il titolo più appropriato.

Solo Piccolo potrebbe bastare.


lunedì 14 luglio 2014

Si corre! (Ancora?)

praticare running in Uk - monicauriemma
Lo so che ho già parlato di corsa (qui), è che sono in  piena fase di fascinazione...

Ho deciso che delle abitudini inglesi voglio prendere il meglio (o almeno, quello che più mi attrae), perciò, se non riuscirò mai a scolare birra al pub (sono astemia) o sorseggiare tè (che proprio non mi va giù), mi farò contagiare volentieri da picnic al parco, feste mascherate, filantropia, buone maniere, e dalla corsa. 
Qui d’estate c’è una corsa, una camminata, una gara benefica in favore di qualcosa in ogni angolo, manifestazioni piccole e grandi che coinvolgono centinaia di persone. 
Quando la mia amica Aurora Cacciapuoti, illustratrice “inglesizzata” molto più di me, mi ha consigliato di seguire il programma dell’ NHS (National Health Service, il Servizio Nazionale per la Salute) chiamato Couch to 5K, letteralmente “dal divano a 5 kilometri”, le ho risposto: "Ragazza, ho molti chili e anni più di te, l’artrite, fiato zero, mi slogo le caviglie come se niente fosse, no, grazie".
Poi ho letto che il programma è stato messo a punto da un runner che voleva smuovere la madre 50enne dal divano e ho cambiato idea. Tanto per spiegarci, il primo allenamento prevede dopo il riscaldamento, 60 secondi di corsa alternati a 60 di camminata veloce, una cosa veramente minima, ma provate se siete absolute beginners e quei 60 secondi vi sembreranno eterni. L’obbiettivo è arrivare a sostenere 5 km di corsa (circa mezz’ora) in 9 settimane. So che 5 km per un runner sono una bazzecola ma credetemi, per me anche 100 metri per prendere il bus in corsa erano una distanza impossibile.

Correre è lo sport più economico in assoluto, l’unico investimento sono le scarpe, così ne ho prese un paio in saldi e ho scaricato i podcasts dell’ NHS su cellulare. La voce calda e rassicurante di una certa Laura (o come dice lei: LOWA) ti guida per tutto l’allenamento, insieme a brani pop (niente di sofisticato ma col ritmo giusto), dai testi allegri e incoraggianti. Mentre sudi e affanni, senti cose tipo: “Follow me in the sunshine” o “just live your life and shine”, “It’s a beautiful day” ecc…
Laura sembra sapere esattamente quando ti stanchi e ti sprona gentilmente. È molto diversa da quei coach (“allenatori”, non “divani”, io confondo sempre coach con couch, sarà un lapsus freudiano…) che vedi in televisione fare aerobica.  Loro ti incitano energicamente. Lei è così dolce che a volte non ho mollato per cortesia nei suoi confronti. Inglese pulito e chiaro, spesso mi sorprendo a risponderle. 
-So che a questo punto potresti sentiti veramente stanca ma ti prego di continuare
E sono stanca sì! Ma se proprio insisti… 
oppure 
-Sei a metà percorso, perché fermarti? Sei andata così bene finora!
- Ma davvero? sono stata brava?, 
-Non importa quanto tu vada piano, tieni un passo che ti faccia sentire a tuo agio- 
e io vado così piano che forse sarei più veloce se camminassi. Molti corridori mi sorpassano agilmente, mentre io una volta ho fatto fatica a superare una donna anziana, sul quintale e col bastone! Ma non mi interessa vincere nessuna gara, questa sfida è solo con me stessa. Sono alla sesta settimana, non ho perso neanche un chilo ma sto ricominciando a sentire che il mio corpo mi risponde. Questo è meraviglioso.
A volte sento scariche elettriche nelle gambe: 
- Quanto mancherà? 
Ed ecco Laura: 
- Solo cinque minuti 
- Dai, solo cinque, ahnf ahnf, ce la posso fare… - 
Ad un certo punto dell’allenamento riesco a rilassarmi e mi godo il parco: questo albero ha messo foglie nuove, qua hanno piantato fiori gialli, guarda quel cane che insegue uno scoiattolo! E poi facce: le facce degli altri runner, contratte e rosse dalla fatica, sorrido di solidarietà, conosco questo sforzo.
Comincia a piovere, e il mio cervello tarato a Napoli registra:
- Pericolo! Vatti a riparare! -
Cerco di assumere  l’imperturbabilità inglese, mentre dentro sono in pieno conflitto: 
- La pioggia non è un problema!
- Ma cavolo, mi sto bagnando!
La pioggia non è un problema, ho detto! 
Ecco il primo grande successo,continuare a correre nonostante il tempo. Certo, siamo ancora in estate, quest’inverno la vedo dura…

Alla sesta settimana ho completato i miei primi 25 minuti di corsa continuata. Mai successo in vita mia. 
Laura mi da una simbolica pacca sulla spalla: 
- Non credevi che ce l’avresti fatta, ma guardati ora, devi essere orgogliosa di te 
- Tu sì che mi capisci, Laura, vuoi essere la mia migliore amica? 
Ripenso a quella bambina che odiava la ginnastica, arrivava ultima in qualsiasi gara e veniva presa in giro perfino dalla prof di educazione fisica (mi chiamava “mozzarella” e non ne ero molto orgogliosa). Nella mia testa sequenze di film: mi sento Forrest Gump e poi Rocky Balboa, la musica di Momenti di Gloria… Ok, devo avere le visioni da estasi sportiva, ma non mi interessa, alzo i pugni al cielo (menomale che non mi vede nessuno) e piango, e rido, tanto.

Se qualche temerario divano-dipendente volesse cominciare l’ardimentosa impresa, ecco il link dell' NHS. 


Forrest Gump