martedì 19 agosto 2014

It’s a Job! N°2

Dopo il primo contratto-lampo, nell’agosto 2013 la mia ricerca continua e approdo ad una nuova interview sempre come cleaner. 
Agenzia molto seria, la recruiter, russa (passo dai Colombiani ai Russi, sembra un film di spionaggio…) cerca di mettermi a mio agio. Chiacchieriamo amabilmente di tutto, come mi trovo a Londra, le mie passioni, l’illustrazione e poi arriva il punto critico:
 - Posso chiederti perché tra tutti i part-time possibili hai scelto proprio la cleaner?
 - Perché??? Perché sono mesi che faccio applications per tutto e nessuno mi si fila, non trovo lavoro come illustratrice e il mio inglese fa schifo e non ho esperienza di niente, ecco perché! - E’ la risposta che affiora alle mie labbra, ma forse non è quella giusta… mi prendo qualche secondo per riflettere:
- Perché… come disegnatrice faccio un lavoro sedentario ed ho bisogno di qualcosa che mi tenga in movimento… - Sorride. Ci avrà creduto? Comunque è andata, si parte.

Si tratta di lavorare in condomini di lusso pulendo le scale e le aree comuni (niente wc, sto facendo carriera?) turni e luoghi stabiliti settimana per settimana, induction days pagati e accredito ogni venerdì (evviva). 
Via mail ricevo informazioni su luogo, compiti assegnati, referenti. Organizzazione impeccabile. Per ora copro le vacanze dei titolari, posso sperare in un contratto permanent per il futuro.
E’ richiesta:
- massima puntualità (il primo turno di due settimane è dalle 7 alle 13, alzarsi alle 5 non è proprio il massimo ma ce la posso fare)
- total black look (allegria!),
- no scarpe da ginnastica (odiose ballerine… mi procureranno i primi sintomi di fascite plantare),
- massima cortesia con i condomini, comportamento impeccabile (dai, non mi metterò le dita nel naso…)

Il primo edificio assegnatomi è un complesso residenziale degli anni trenta, un po’ anonimo ma di lusso, composto da sei scale, sei piani ciascuna. 
Incontro la cleaner che devo sostituire, bella donna, massa di capelli ricci, nera, giunonica, di quelle che potrebbero mandarti a terra con una sberla, meglio tenersela buona… 
Mi mostra i compiti e il materiale, la parte più faticosa è trasportate i secchi con acqua e detersivi da una scala all’altra, si sale all’ultimo piano con l’ascensore e da lì si passa l’aspirapolvere piano per piano (attacca la spina, fai una rampa, stacca la spina, pulisci il corrimano e l'ascensore, riattacca la spina…), infine si pulisce l’ingresso, la parte più importante, con ascensore e porte tutte in vetro e acciaio (oh, no…). 

Mi mostra come pulire i vetri: dopo aver passato il detergente con una spugna lunga provvista di manico, con gesto sicuro ed una grazia che mi lascia a bocca aperta, fa scivolare il tergivetro in gomma in un unico movimento curvo (come il segno ∞ ), che sale e scende esattamente un attimo prima che goccioli il detersivo e lo tira via senza lasciare NESSUNA traccia. 
Rimango ipnotizzata da quella danza, altro che action-painting, qui stiamo assistendo ad una performance di action-cleaning perfetta! 
- Non ci riuscirò mai - è il pensiero che mi scuote dall’incanto. Infatti nei giorni successivi, per quanti sforzi faccia, le mie curve si bloccano, la gomma stride, le gocce cadono, ahimè, dovrò arrendermi a tirare banalmente il tergivetro in verticale, senza nessuna poesia.

Mi raccomanda di gestire le forze, non stancarmi e prendermi delle pause se necessario. Musica per le mie orecchie, ma il Supervisor cosa ne penserà? 
Con mia gradita sorpresa, il Building Manager che si occupa di supervisionarmi e riferisce all’agenzia, mi dice la stessa cosa: -Take a rest! (che non vuol dire prendi il resto, ma prenditi una pausa) - ogni tanto mi prende in giro: - Monica, stop! It’s CLEAN!- Alle 12,30 mi chiede che ci faccio ancora lì – Ma... il mio turno finisce alle 13…- Ma vai a casa! Garantisco io!
Ma dove sono finita? Sono su "You've been framed"? Dai, è uno scherzo? 

La giornata passa in fretta, io me la fatico tutta e approfitto anche per fare pulizia in zone che si vede non vengono toccate da mesi, è un modo per ripagare tanta gentilezza. 

Torno a casa veramente stanca ma con un senso di soddisfazione per un lavoro ben fatto (tenuto conto delle mie note abilità) e in più, in totale autonomia, senza sorveglianti col fiato sul collo, in certi momenti addirittura meditativo (mi vengono molte idee per nuovi disegni mentre passo l’aspirapolvere).
Peccato che questo incarico durerà solo due settimane, continuo a ricordarlo come il migliore che mi sia capitato.


Per quanto riguarda il comportamento impeccabile, devo dire che più di una volta i condomini hanno assistito alle mie numerose piroette involontarie mentre tentavo di liberarmi dal filo dell’Hoover che immancabilmente mi avvolgevo addosso, ammetto che non è stato il massimo dell’eleganza, ma magari qualcuno di loro possedeva un circo e avrebbe potuto ingaggiarmi come attrazione, nella vita non si può mai sapere…

lunedì 11 agosto 2014

It’s a Job!

Dall’estate 2013 per alcuni mesi lavoro come CLEANER, che secondo me fa più figo di ADDETTO ALLE PULIZIE ma il concetto è quello. 
Decisamente una brillante carriera, nelle mie mani le superfici brillano (o almeno dovrebbero). 
Comunque: it’s a job! Ed è senz’altro un’alternativa valida al Sandwich Artist per l’autobiografia dell’Artista-che-ha-fatto-la-gavetta.
Il primo contratto (brevissimo, una settimana) è con un’agenzia che si occupa di un residence per studenti. 
Il supervisor  nell’interview mi chiede se ho esperienza ed io rispondo che sono abituata ad occuparmi tutti i giorni delle pulizie a casa (solo che io ODIO i lavori di casa e me ne occupo poco e male!). 
Lui mi fa un sorrisetto sinistro, come dire: Vieni! Vieni a vedere se questo somiglia alle pulizie di casa!

Divisi in squadre di tre persone, ci occupiamo di risistemare i monolocali con angolo cottura e bagno degli ospiti che avevano lasciato il residence per le vacanze estive. Sbrinare frigoriferi, smontare e rimontare letti, spostare e pulire forni a microonde e tutte le suppellettili, svuotare i mobili, pulire e disinfettare gabinetti ecc…  
Le condizioni di quelle stanze… ho visto cose che voi umani… approfitto per fare un appello: "ragazzi, quando andate a studiare o a vivere fuori, abbiate pietà di coloro che verranno sulle macerie del vostro passaggio, grazie".

Tanta fatica, considerato che quelli erano gli unici giorni di vero caldo a Londra. 
Giornata di 4 ore senza pause, neanche 5 minuti, quella di 9 ore prevedeva 15 minuti per il pranzo. 
Mi impegno al massimo ma sempre con la sgradevole sensazione  di ottenere risultati mediocri. Il mio incubo: i vetri in generale, soprattutto quelli delle docce, mai perfetti. 
Il supervisor mi chiede spesso se è tutto ok, soprattutto nei due giorni di prova (non pagati, sic!) e per spiegarmi un compito lo esegue di persona, nel senso che si infila con la testa nel wc se necessario, cosa buona e giusta, direi. 
D’altra parte ripassa a controllare dovunque,  in caso ti fa rifare il lavoro e la cosa mi mette un tantino d’ansia. E poi c’è la fretta, bisogna essere impeccabili e velocissimi (due cose che nella mia vita non sono mai andate d’accordo).

Magari pratico un po' l'inglese, pensavo. 
Infatti imparo: limpio, sucio, seco, húmedo, oltre a rrrapido, rapido! Muj rrapido! L’agenzia è gestita da sudamericani e i colleghi (principalmente colombiani) non sanno una parola d’Inglese, ma sono simpatici e gentili e per farmi sentire a mio agio mi cantano in spagnolo le canzoni di Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Raffaella Carrà (no, vi prego, basta, preferisco sentirmi sola ed emarginata …) 

La sera non posso fare altro che stendermi, le mie ossa gridano vendetta, mi chiedo con quale energia riuscirò a disegnare…  pazienza, aspetto condizioni più favorevoli, nel frattempo mi serve guadagnare. 
E per finire, ho memorizzato un metodo infallibile per infilare il piumone nel copripiumone con pochi gesti e senza bozze. 
Sono cose che ti cambiano la vita!

mercoledì 30 luglio 2014

Improbabili Interviews n°6. The Last interview

Inizio estate 2013, a otto mesi dal mio arrivo a Londra mi ritrovavo a fare il punto della situazione.

Numero di agenzie d’illustrazione contattate: più di cento.
Numero di risposte positive:3.  
Agenzia n°1: dopo un incontro e un paio di mail entusiaste scomparsa senza lasciare traccia (ne ho parlato qui);
Agenzia n°2: mi propone di tenere le mie immagini in prova per sei mesi, ne sono passati 5 e non è successo niente.
Agenzia n°3: uno degli agenti accetta di incontrarmi e vedere il portfolio. Ci facciamo una lunga chiacchierata in un caffè. Mi disegna lo schemino sul mercato editoriale UK che vedete qui:

schema mercato editoriale inglese. monicauriemma

Il triangolo a sinistra rappresenta i libri da 1,99£ in su, la fetta di minore qualità, chiamati Value, i libri da colorare, ecc… al centro c’è la fetta di mercato chiamata Quality Mass, e a destra i libri da 10.99 in su, i Gift Books, quelli un po’ più di pregio. 
Da quello che vede, il mio lavoro avrebbe una collocazione dov'è l’asterisco cerchiato, cioè tra la fine dei Quality Mass e l’inizio dei libri pregiati. 
Dico: - Ah, non male! - E lui: - Non dovresti essere mica contenta! Questi sono i libri che si vendono poco o niente! Per guadagnare bene dovresti essere al centro…- Mentre medito sulla possibilità che il mercato mi voglia a tutti i costi postuma, lui mi dice che in ogni caso la loro agenzia tratta un target di età più basso del mio (età del lettore, non età dell’illustratore, che avete capito!) e quindi non potrebbero rappresentarmi in ogni caso.

Mi consolo strada facendo con una busta di patatine, torno a casa e trovo nelle mail la risposta ad una delle mie migliaia di applications per part-time di ogni genere; mi danno appuntamento per un’ interview: Food & Beverage  Associates,che suona benissimo e vuol dire Barman/cameriera (no, di nuovo?).

Si tratta di un importantissimo centro fitness,uno di quelli Luxury. Realizzo subito che non potrò fare affidamento sul mio fisico da urlo per impressionare l’interviewer.
Sedute su costosi divanetti, luci basse, arredamento ricercato, musica “thunz-thunz” in sottofondo, cominciamo la chiacchierata. 
Mentre la manager (italiana) mi spiega (in inglese) che il cibo e le bevande che servono sono assolutamente healty, no sugar and fat-free, io sorrido e trattengo impercettibilmente il respiro per tentare di nascondere (invano) la mia dipendenza da carboidrati e grassi. 
Mento spudoratamente su quanto mi piacerebbe fare un lavoro a contatto col pubblico. 
Mi guardo intorno: sono in armonia con l’ambiente come uno sgabello dell’Ikea in un salotto Rococò…
E anche quest’interview finisce, breve e indolore. Non mi chiameranno e io lo so, l’ho capito nei primi 30 secondi.

Dopo il magico mondo del fashion e quello del fitness mi chiedo in quale altro ambiente confortevole potrei cercare lavoro. Potrei lavorare in una discoteca, occuparmi di alta finanza, di armi, agente segreto?
In quel momento non so che di lì a poco comincerò una breve, intensa, ma decisamente “brillante” carriera.

Ve lo racconto nel prossimo post.

mercoledì 23 luglio 2014

Caro Piccolo Editore...

immagine Nonconferenza Scribarà. Fiera del Libro Torino 2012. monicauriemma
© Monica Auriemma

Caro Piccolo Editore,

ti scrivo perché il ricordo di te mi è arrivato improvviso, come una mosca fastidiosa. Mi hai mandato una mail l’anno scorso dopo che non ci sentivamo da quanto? 7,8 anni? La nostra unica collaborazione risale a quando ti regalai una tavola per un’iniziativa in favore di qualcuno o qualcosa, una di quelle cose interessanti che ti piace organizzare.
Senza nemmeno un: come stai? (scusa, sarò vecchio stile, ma un minimo di buone maniere…) Mi hai chiesto la disponibilità a fare una prova a colori per un albo illustrato, allegandomi testo e misure, senza aggiungere altro. Ti ho scritto che non potevo rispondere alla tua domanda se prima non avessi avuto delle informazioni necessarie, e cioè: la prova era pagata? E se sì, quanto? Nel caso fosse risultata positiva, che tipo di contratto mi aspettava?
Non so voi come la pensate, ma se uno viene a chiedermi di fare una prova per un possibile lavoro, probabilmente in competizione con altri, dovrà pur dirmi cosa mi promette in cambio.

Mi hai risposto che la prova era gratuita (ma va?) e che per un albo di 24 pagine più copertina era previsto un anticipo sui diritti che, con una serie di calcoli elaborati sono riuscita a quantificare intorno ai 250€  (ma avrei potuto sperare di arrivare addirittura a circa 400€ se ci fosse stato un boom di prenotazioni). “Il mercato non ci consente di più”. 
Un affarone. 
Con un premio così goloso come avrei potuto rifiutare? 
Ma, guarda, adesso che mi hai aperto gli occhi su questo paradiso, corro subito a impiegare gratuitamente il mio tempo, il mio talento, la mia esperienza, mi studio il testo, creo i personaggi, elaboro lo stile adatto al racconto, e ti creo una bella tavola per sbaragliare la concorrenza, così forse (e dico forse) sceglierai me ed io lavorerò per più di un mese per avere la mia bella PUBBLICAZIONE (pagata 250€, ma posso sempre sperare nel boom…)!

Caro Piccolo Editore, non è tanto la miseria che mi proponi che mi stupisce, so che girano pochi soldi; è il fatto che tu ritenga così straordinariamente appetibile che io pubblichi con te a queste condizioni, da considerare normale che io accetti di mettermi in gara. E’ il fatto che ti manchi un po’ di pudore, nel propormi l’improponibile
Almeno un poco. 
Non sono venuta a cercarti io, mi hai cercata tu. Ma perché? 
Hai pescato un nome a caso nell'elenco degli Illustratori Sfigati? O hai visto come lavoro? Ti interessa il mio stile? E allora perché dovrei fare una prova? O meglio, perché dovrei farla visto che praticamente in cambio mi dai poco e niente? Chi credi di essere? Pensi che il tuo solo nome sia di per sé così attraente? Ho avuto a che fare con tanti editori, qualcuno mi ha imbrogliato, non pagato, o è sparito all’estero. A volte ho lavorato per poco. Ma almeno, quelli con cui ho accettato di continuare a pubblicare erano Editori con cui avevo un rapporto di amicizia, di reciproca comprensione delle difficoltà, e hanno avuto sempre l’umiltà di dirmi: ci piacerebbe che il lavoro lo facessi tu (e quindi non ti mettiamo in competizione, perché sappiamo come lavori), ma ci rendiamo conto che la cifra è bassa, perciò capiremo se rifiuterai. Ecco, a volte basta poco, sai…

Caro Piccolo Editore, ho trascorso il mio ultimo anno in Italia a lamentarmi in pubblico e in privato di quelli che si comportano come te. 
A volte penso che un po’ di coerenza, uno nella vita la debba avere: per esempio, se mi lamento della corruzione come minimo non dovrei farmi corrompere, se mi lamento della svalutazione del mio mestiere, come minimo dovrei provare a non svalutarmi troppo, anche se sto con l’acqua alla gola, in un paese straniero, e rischio di uscire fuori dal mercato. 
Perciò sappi che ho deciso di permettermi il lusso di non pubblicare albi, il grande lusso di rifiutare offese alla mia dignità di lavoratrice nella speranza (nell’illusione?) che qualcun altro alzi la testa per non far affondare definitivamente un mestiere così bello come quello dell’illustratore. E non parlo degli esordienti, quelli li capisco troppo bene, ma i professionisti che pubblicano parecchio… se capissero che una loro scelta forse può cambiare le cose, che non è tutto inutile, che non si deve per forza dire sì pur di pubblicare… (ma in fondo chi sono io per giudicare le scelte altrui? È già tanto se riesco a prendermi la responsabilità delle mie).
Ti ho risposto comunque che questo è il mio mestiere e che ritengo impossibile lavorare professionalmente un mese (o anche due) per guadagnare 250€, più pochi spiccioli un anno dopo. Questa è la ragione principale per cui mi sono sradicata dal mio Paese, ho lasciato i miei affetti e sono emigrata. Non ti ho scritto che pur di non lavorare così, preferisco fare le pulizie, l’avresti creduta una battuta, non avresti capito che è una scelta che ho realmente fatto.
Quindi ti ho fatto un preventivo e ti ho detto che non credendo ci fossero margini di trattativa, ti facevo il mio in bocca al lupo per tutto. Sapevo per certo (e te l’ho scritto), che avresti trovato qualcuno disponibile.
Sono stata educata, no? Ovviamente non mi hai risposto, com’è nel tuo stile.

E’ passato un anno. Tu quel libro lo hai pubblicato, e vari altri, qualcuno con nomi dell’illustrazione veramente importanti. Ma guarda!
Ora due sono le cose: o hai fatto loro la stessa proposta che hai fatto a me (e spero proprio di no perché allora il nostro mestiere in Italia è davvero finito); o in qualche modo “il mercato” ti ha permesso di spendere ben altro. 
Io invece continuo per la mia strada, lavoro come illustratrice qui in UK, e anche se non posso dirmi affermata, ti assicuro che le cifre che mi hai proposto sono fortunatamente solo un brutto ricordo
Non credo che Piccolo Editore sia il titolo più appropriato.

Solo Piccolo potrebbe bastare.


lunedì 14 luglio 2014

Si corre! (Ancora?)

praticare running in Uk - monicauriemma
Lo so che ho già parlato di corsa (qui), è che sono in  piena fase di fascinazione...

Ho deciso che delle abitudini inglesi voglio prendere il meglio (o almeno, quello che più mi attrae), perciò, se non riuscirò mai a scolare birra al pub (sono astemia) o sorseggiare tè (che proprio non mi va giù), mi farò contagiare volentieri da picnic al parco, feste mascherate, filantropia, buone maniere, e dalla corsa. 
Qui d’estate c’è una corsa, una camminata, una gara benefica in favore di qualcosa in ogni angolo, manifestazioni piccole e grandi che coinvolgono centinaia di persone. 
Quando la mia amica Aurora Cacciapuoti, illustratrice “inglesizzata” molto più di me, mi ha consigliato di seguire il programma dell’ NHS (National Health Service, il Servizio Nazionale per la Salute) chiamato Couch to 5K, letteralmente “dal divano a 5 kilometri”, le ho risposto: "Ragazza, ho molti chili e anni più di te, l’artrite, fiato zero, mi slogo le caviglie come se niente fosse, no, grazie".
Poi ho letto che il programma è stato messo a punto da un runner che voleva smuovere la madre 50enne dal divano e ho cambiato idea. Tanto per spiegarci, il primo allenamento prevede dopo il riscaldamento, 60 secondi di corsa alternati a 60 di camminata veloce, una cosa veramente minima, ma provate se siete absolute beginners e quei 60 secondi vi sembreranno eterni. L’obbiettivo è arrivare a sostenere 5 km di corsa (circa mezz’ora) in 9 settimane. So che 5 km per un runner sono una bazzecola ma credetemi, per me anche 100 metri per prendere il bus in corsa erano una distanza impossibile.

Correre è lo sport più economico in assoluto, l’unico investimento sono le scarpe, così ne ho prese un paio in saldi e ho scaricato i podcasts dell’ NHS su cellulare. La voce calda e rassicurante di una certa Laura (o come dice lei: LOWA) ti guida per tutto l’allenamento, insieme a brani pop (niente di sofisticato ma col ritmo giusto), dai testi allegri e incoraggianti. Mentre sudi e affanni, senti cose tipo: “Follow me in the sunshine” o “just live your life and shine”, “It’s a beautiful day” ecc…
Laura sembra sapere esattamente quando ti stanchi e ti sprona gentilmente. È molto diversa da quei coach (“allenatori”, non “divani”, io confondo sempre coach con couch, sarà un lapsus freudiano…) che vedi in televisione fare aerobica.  Loro ti incitano energicamente. Lei è così dolce che a volte non ho mollato per cortesia nei suoi confronti. Inglese pulito e chiaro, spesso mi sorprendo a risponderle. 
-So che a questo punto potresti sentiti veramente stanca ma ti prego di continuare
E sono stanca sì! Ma se proprio insisti… 
oppure 
-Sei a metà percorso, perché fermarti? Sei andata così bene finora!
- Ma davvero? sono stata brava?, 
-Non importa quanto tu vada piano, tieni un passo che ti faccia sentire a tuo agio- 
e io vado così piano che forse sarei più veloce se camminassi. Molti corridori mi sorpassano agilmente, mentre io una volta ho fatto fatica a superare una donna anziana, sul quintale e col bastone! Ma non mi interessa vincere nessuna gara, questa sfida è solo con me stessa. Sono alla sesta settimana, non ho perso neanche un chilo ma sto ricominciando a sentire che il mio corpo mi risponde. Questo è meraviglioso.
A volte sento scariche elettriche nelle gambe: 
- Quanto mancherà? 
Ed ecco Laura: 
- Solo cinque minuti 
- Dai, solo cinque, ahnf ahnf, ce la posso fare… - 
Ad un certo punto dell’allenamento riesco a rilassarmi e mi godo il parco: questo albero ha messo foglie nuove, qua hanno piantato fiori gialli, guarda quel cane che insegue uno scoiattolo! E poi facce: le facce degli altri runner, contratte e rosse dalla fatica, sorrido di solidarietà, conosco questo sforzo.
Comincia a piovere, e il mio cervello tarato a Napoli registra:
- Pericolo! Vatti a riparare! -
Cerco di assumere  l’imperturbabilità inglese, mentre dentro sono in pieno conflitto: 
- La pioggia non è un problema!
- Ma cavolo, mi sto bagnando!
La pioggia non è un problema, ho detto! 
Ecco il primo grande successo,continuare a correre nonostante il tempo. Certo, siamo ancora in estate, quest’inverno la vedo dura…

Alla sesta settimana ho completato i miei primi 25 minuti di corsa continuata. Mai successo in vita mia. 
Laura mi da una simbolica pacca sulla spalla: 
- Non credevi che ce l’avresti fatta, ma guardati ora, devi essere orgogliosa di te 
- Tu sì che mi capisci, Laura, vuoi essere la mia migliore amica? 
Ripenso a quella bambina che odiava la ginnastica, arrivava ultima in qualsiasi gara e veniva presa in giro perfino dalla prof di educazione fisica (mi chiamava “mozzarella” e non ne ero molto orgogliosa). Nella mia testa sequenze di film: mi sento Forrest Gump e poi Rocky Balboa, la musica di Momenti di Gloria… Ok, devo avere le visioni da estasi sportiva, ma non mi interessa, alzo i pugni al cielo (menomale che non mi vede nessuno) e piango, e rido, tanto.

Se qualche temerario divano-dipendente volesse cominciare l’ardimentosa impresa, ecco il link dell' NHS. 


Forrest Gump




giovedì 26 giugno 2014

L’Estate londinese e un curioso animaletto.

Da leggere possibilmente ascoltando la sigla di Super Quark


La Monica Mediterranea è un curioso animaletto diurno a sangue caldo, che però non si adatta alle alte temperature tipiche della sua terra, il calore le provoca abbondanti sudate e cali di pressione. 
La sua pelle chiara è costantemente a rischio ustioni, per questo nella bella stagione è rarissimo incontrarla  in spiaggia nelle ore calde. Se questo accade, puoi notare la Monica Mediterranea correre ovunque ci sia un pezzetto d’ombra o un riparo dal sole. 
Pur essendo attratta dal mare è incapace di nuotare, per cui si limita a rinfrescare le sue zampette sulla riva.

Ama però la luce più di ogni altra cosa, il buio è il suo nemico naturale, di sera corre a rifugiarsi nella sua tana, altrimenti cade in letargo ovunque si trovi, anche alle feste.

Di recente un esemplare della Monica Mediterranea è migrato in Gran Bretagna, paese nordico dal clima atlantico, che nel periodo primavera-estate offre un’abbondanza di luce straordinaria. 
A Giugno il sole sorge circa alle 4,30 e tramonta verso le 22, con una temperatura media che oscilla tra i 17 e i 25°. 
Gli effetti benefici sono stati presto notati dai ricercatori. L’esemplare si mostra costantemente di buon umore, sembra che riesca a far scorta di energia per il lungo, buio inverno. 
Puoi incontrare la Monica Mediterranea in giro alle 6 del mattino, senza motivo apparente, semplicemente sveglia e pronta per una nuova giornata che si concluderà al tramonto. 
Essa è a suo agio in un clima da molti considerato ostile. Le precipitazioni regolari e abbondanti infatti mettono a dura prova tutti gli esemplari della fauna locale, eppure il nostro animaletto resiste pur di godersi un’estate luminosa, fresca e senza zanzare. 
Non è raro in questo periodo avvistarla nei parchi pubblici con le cuffie nelle orecchie e sentirle emettere strani versi che lei definisce “cantare”

I ricercatori concludono che, con un paio di brevi migrazioni verso i paesi caldi durante il periodo invernale, essa potrebbe aver trovato il suo habitat ideale. 

lunedì 16 giugno 2014

Trooping the Colour: Auguri Bettina!

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Davvero non capisco perché dovrei alzarmi alle 5,30 di sabato mattina per andare a vedere una parata militare, sono pure pacifista! Ma Danilo ci tiene, e poi è il compleanno di Bettina. Allora chiariamo subito che non è il suo compleanno, Queen Elizabeth Alexandra Mary (per gli amici Bettina) è nata ad Aprile, ma il suo compleanno ufficiale si celebra a Giugno in quanto il tempo dovrebbe essere migliore per una cerimonia all’aperto (poveri illusi… oggi ci beccheremo qualche goccia di pioggia, tanto per gradire).

Pare che il mio processo di “inglesizzazione” abbia bisogno di passare anche da questo; devo partecipare, sentire da vicino un entusiasmo che per me a tratti resta un mistero. Non che Bettina mi sia antipatica, per carità, brava persona, niente da dire; è che la monarchia mi sembra una cosa così anacronistica… Ho sempre la sensazione che i reali non se la spassino tanto: vita regolata da obblighi formali, non puoi metterti le dita nel naso che  finisci su tutti i giornali, vestiti ridicoli (vogliamo parlare dei cappellini???), scelte sentimentali passate al vaglio delle autorità...  Vorresti essere una principessa? no grazie. Eppure la gente guarda, ammira e sogna, la famiglia reale inglese in particolare gode di un affetto, se non incondizionato, almeno largamente condiviso. Una volta ci hanno detto: “la Regina è la nostra storia”, un collante per  il Paese (e qua noi italiani siamo un po’ smarriti, il nostro paese di collante ne ha davvero poco…)


Quindi è deciso: si va. Armati di sgabellini per riposarci durante l’attesa e decisi ad occupare posti in prima fila lungo The Mall, il vialone che porta a Buckingham Palace dove si svolge la parata, arriviamo in zona intorno alle 7,30. Tre ore prima! Eppure dietro le transenne sono appostati i primi gruppetti di persone.
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La strada è addobbata di bandiere. Comincio ad avere fame, mi guardo intorno: nessun venditore di generi di conforto, se fossi stata a Napoli avrei avvistato almeno una ventina di ambulanti abusivi-autorizzati con cappellini, trombette, cocco fresco, panini, bibite, “Accattateve a bbandiera r’a Riggina!”, eh, beh… qui siamo a Londra, gente seria, mi dico. 
Osserviamo gli automezzi in movimento. Un muletto trasporta materiale su e giù lungo la strada, il ragazzo che lo guida ci prende gusto ad essere sotto gli occhi di tutti e comincia a salutare la folla, la gente risponde, lui la arringa, ovazioni e applausi, 5 minuti di show, tutti a ridere (gente seria, dicevo…). 
Agenti di polizia ad intervalli regolari schierati verso il pubblico, che allegria questi ragazzi, tutta la mattinata immobili a guardare le nostre facce. E’ quasi ora: i miei piedi protestano vivacemente, resisti, mi dico. Cerco di fotografare qualche faccia interessante. 

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Arrivano le bande musicali, poi vari corpi armati, a piedi e a cavallo, uniformi bellissime: tanto rosso, ma anche nero e oro, passamaneria a gogò, medaglie, cerco di memorizzare i particolari ma è tutto abbastanza veloce.
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Poi arrivano loro, le star, me ne accorgo dal brusio della gente. Una carrozza, qualcuno che saluta, cappelli, piume, saluto anch’io ma non so chi, saranno parenti meno famosi. Riconosco Camilla, insieme a Kate e il principe Harry, salutano, saluto, scatto (foto mossa, acc…)
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“Arriva William, non puoi sbagliare, è su un cavallo bianco!” Quale cavallo? Dove? Scatto una foto, un tizio vestito di rosso dal cui cappello sbuca solo il naso, ma sembra il suo, insomma fidatevi, questo dovrebbe essere William, e dietro, se non ho sbagliato completamente, c’è la zia Anne, anche lei a cavallo.
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Ecco Bettina! Sfoggia un cappellino dei suoi, bianco con fiori azzurri, seduta accanto al principe consorte, sorride, chissà se oggi vorrebbe essere altrove, anche solo a poltrire nel letto, a 88 anni…
Il corteo scompare dalla nostra vista, alla fine della strada la regina passerà in rassegna i corpi armati per poi tornare al palazzo. La strada si è riempita di escrementi di cavalli, un “soave” profumo ci inonda. Mi chiedo se per una parata la strada è ridotta così, cosa doveva essere vivere in una città come Londra nell’800, quando l’unico mezzo di trasporto erano i cavalli… rabbrividisco al pensiero. Un paio di automezzi per la pulizia stradale provvedono ad un rapido lavaggio.
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I soldati in alta uniforme schierati lungo il percorso, (cappellone di pelo di orso -speriamo sia sintetico- , sorretto da un sottogola che non va sotto la gola ma sotto il labbro inferiore, una cosa che più scomoda di così non se la potevano inventare), compiono strani movimenti. Vengono passati in rassegna ed esaminati da superiori: fai tre passetti indietro, tre di lato, un’aggiustatina al cappello, salutano battendo pesantemente i piedi a terra. Ogni tanto uno si muove dalla sua postazione e si ferma a parlare con un altro. A giudicare dalle risatine che riesco a vedere non sembrano ordini ma cose tipo: “Allora, dove ce la vediamo la partita stasera?”. Fanno alcuni passi e a coppie alternate si scambiano di posto. Trovo questa coreografia assolutamente inutile, mi chiedo se non sia solo per fare scena e ingannare l’attesa del pubblico. Mi viene in mente il vecchio ordine entrato nella memoria collettiva dei napoletani, (pare sia un falso storico), che vigeva sulle navi del Regno di Napoli qualche secolo fa: “facite ammuìna” (“fate confusione”). All’arrivo delle alte autorità, tutti quelli che stavano a prua dovevano andare a poppa e tutti quelli di poppa a prua, quelli sotto coperta di sopra e viceversa, così da creare movimento e mostrare efficienza. Vorrei domandare: “Excuse me, sir, mica state facendo ammuìna?”. In ogni caso il tempo passa, il corteo ritorna, saluti, foto, gridolini isterici al passaggio dei principi, che poi scompaiono nel palazzo. Colpi di cannone. Le transenne vengono rimosse, ci avviamo (zoppicando, i miei piedi hanno dato forfait)  verso la piazza per vedere l’arrivo spettacolare di elicotteri e aerei della RAF, comprese le Red Arrows, che solcano il cielo di bianco, rosso e blu.
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La pioggerellina mi offre una luce ottima per un paio di scatti alla statua d’oro della Vittoria che campeggia nella piazza. La famiglia al completo è affacciata al balcone, sono troppo bassa per scattare qualcosa, tocca a Danilo. Sorridono, salutano composti, elegantissimi.
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Si chiudono le imposte, la festa è finita. Mi piace pensare a Bettina che fuori dal nostro sguardo, si slaccia la gonna stretta, si toglie le scarpe e accasciata sul divano dichiara: “Oh, s’è fatta l’una, che dite, cinese o pizza?”